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La storia di fedeltà a Cristo dei Martiri di Otranto – I

La storia di fedeltà a Cristo dei Martiri di Otranto – II

La storia di fedeltà a Cristo dei Martiri di Otranto – III

 

Il ruolo di Maria Santissima di mediatrice e di cum-redentrice per partecipazione è basilare ed occorre ricordarlo in questi tempi contrastanti: se da un lato, infatti, oggi è evidente una crisi molto grave della fede, tanto da far temere a molti gli «ultimi tempi», dall’ altro è proprio di questi trascorsi due secoli la progressiva nitidezza teologica e dogmatica del compito di Maria nella Chiesa. La verità di fede, una volta definita dalla Chiesa stessa, non implica che il tempo storico incida sulle effettive prerogative della Vergine, che precede la Chiesa stessa in tutte le sue tappe.

Sarà Maria a introdurci nella Gloria definitiva, perché ora la Vergine non è più una mediatrice solo terrena del Cristo, bensì, essendo nella Gloria del Figlio Risorto, Maria è mediatrice in Cristo stesso. Sono inscindibili il Re dalla Regina. Tutti i titoli che sono stati attribuiti alla Madonna, nel corso dei secoli, non sono che modi di tentare di esplicare la sua Santità, che è una Santità irraggiungibile per ogni altro essere umano, nato con il peccato originale. Per questo motivo si può ancora affermare che di Maria non si potrà mai dire abbastanza, perché la Sua Santità è non circoscrivibile da alcuna parola umana o concetto. Basti pensare che Dio volle e pensò tutta questa Santità di e in Maria, per fare entrare il Figlio Unigenito nel mondo, dunque, non è un azzardo pensare che occorra tutta la Santità Gloriosa della Vergine per prepararci alla venuta del Figlio Risorto.

Maria, dunque, ha un compito escatologico determinante e decisivo sia per la vita del singolo credente che per la Chiesa, ma lo ha sin da subito, sin da prima delle definizioni sancite dai dogmi. Che Ella sia anche cum-redentrice è già una realtà, a prescindere dal fatto che il dogma non sia stato ancora definito.

Dunque, senza temere alcuna forzatura, i Santi Martiri furono uccisi a ridosso dell’Assunzione di Maria al Cielo. Anzi, onorarono la Festa dell’Assunzione al cielo della Santa Vergine, offrendosi come agnelli al martirio, conseguendo immediatamente la gloria della visione del Figlio (e della Vergine). I Santi Martiri di Otranto, nell’ atto della loro morte a questo mondo, si presentarono davanti al trono di Cristo accompagnati dalla Regina Assunta in Cielo, Regina dei Santi e dei Martiri. E, siccome la regalità di Cristo e di Maria è una Regalità di Amore e di Umiltà nel servire, ma in un altro modo, anche in Cielo, ecco che Gesù li attese per servirli al banchetto della Gioia Eterna. L’ abito nuziale fu lavato nel sangue, ma le mani che dispensarono la sovrabbondanza di Grazia necessaria a riceverlo, per conformarsi perfettamente a Gesù, furono quelle di Maria: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19, 26).

Gesù, sulla Croce, è vero che affidò a Maria tutti i figli di Dio, non come concetto astratto d’insieme, ma lo fece tramite l’indicazione di un apostolo particolare, di nome Giovanni. E a quell’apostolo tanto amato, che ci rappresenta, lasciò Sua Madre come il più grande testamento. Dalle nozze di Cana al Golgota, Maria dice sempre: Gesù! E Gesù sulla croce dice: Maria!

Il martirio degli otrantini è un martirio di anonimi, se si fa eccezione per Primaldo, infatti, nel Canone si ricordano «Antonio Primaldo e compagni», ma in cielo ognuno dei compagni è stato redento e accolto nella Gloria nella pienezza dell’umanità che lo contraddistingueva sulla terra.

Lo Spirito Santo rese feconda la Vergine del Figlio di Dio, di Nome Gesù, il Santo Nome che faceva leccare le labbra a san Francesco ogni qualvolta Lo pronunciava per la dolcezza infinita che gli procurava nel cuore il semplice ripeterlo. Nell’ Annunciazione l’Arcangelo, parlando al futuro immediato, ma ancora da realizzarsi, anticipa prima di tutto il Nome, dicendo: «Ecco, concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù». Nel momento in cui Maria pronunciò il suo Fiat, l’Angelo non disse più nulla, ma tutto era già accaduto, nel silenzio, per opera dello Spirito Santo, non appena Maria pronunciò al tempo presente: «Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,31- 38). Perché dare un Nome, per Dio significa appartenerGli e tutti i battezzati sono di Cristo e Cristo è di Dio Padre.

In Cielo non esiste l’anonimato, né un cristiano redento anonimo, così come all’inferno non esiste un dannato senza che conservi il proprio nome.

«Eegli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome» ( Sal 146).

 

Una fede pronta e incrollabile

La persecuzione e il martirio fanno parte della storia della Chiesa sin dai primissimi suoi esordi, e, per quanto i luoghi, i tempi e le circostanze siano diversi, ciò che accomuna i martiri di tutti i tempi è certamente una fede pronta e incrollabile. La Santità, nei secoli, conosce solo differenze di modalità, ma comunione e identità nella sostanza, perché è la stessa Santità del Cristo, crocifisso e risorto ad essere partecipata ai fedeli, nei limiti dell’umana natura. Per questo motivo, parafrasando la Lettera agli Ebrei, ritengo di poter affermare che la Santità, come Cristo, «è la stessa, ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8).

A questo punto, però, vorrei tornare a quella solenne messa in cui l’arcivescovo Stefano, colmo di Spirito Santo, esortò e incoraggiò tutti e diede l’Eucaristia ai fedeli otrantini riuniti in Cattedrale, per poi essere ucciso subito dopo in sacrestia. Nel 1581 fu commissionato un quadro proprio per ricordare questa ultima comunione prima della presa della città e vale la pena soffermarsi sul fatto che si trattava di gente comune, non di “supereroi” o di valorosi guerrieri spartani, allenati alla guerra. Gli otrantini erano pescatori, artigiani, contadini, casalinghe, ragazzini, anziane e anziani, insomma, uomini “comuni”, di cui le fonti ci riferiscono la fede semplice, quotidiana, fatta di preghiere scandite dalle campane e dalla messa domenicale; ma erano anche persone con famiglia, figli e botteghe da tenere aperte e che, tuttavia, non esitarono nemmeno un minuto nel decidere di dare la vita stessa pur di non dover rinnegare il «Figliolo di Dio», perché l’odio era verso Gesù, proprio contro di Lui!

Questi laici, dunque, da dove traevano tanta forza e coraggio? Dai libri con le epiche storie dei martiri? Da sogni di gloria? Volevano, forse, finire negli annali storici e sui calendari liturgici che sarebbero sorti nei secoli? Volevano consegnare i loro nomi alla memoria umana per sempre, a motivo delle loro gesta? Nulla di tutto questo, se, come riporta la documentazione ufficiale della canonizzazione: «I loro nomi si volle restassero ignoti perché il martirio fu inteso come impegno di una comunità in difesa della fede» (Positio super Martyrio, da ora in poi abbreviato P.S.M., vol II, pag 29, n°5). Scelsero, dunque, l’anonimato! I martiri non vollero affatto lasciare traccia del loro nome, bensì scelsero di indicare sempre e solo il Santo e Onnipotente Nome di Gesù Cristo, tanto che nemmeno gli storici si misero a ricercare affannosamente le loro autentiche generalità. Anonimi in terra, ma di sicuro non in Cielo!

Arriviamo alla data del 16 settembre, quando ricorre la memoria dei martiri Cornelio papa e Cipriano vescovo, anch’ essi martirizzati rispettivamente nell’ anno 253 il primo e nel 258 il secondo. Nel pregare l’ufficio proprio delle letture, ho deciso di riportare fedelmente una parte della seconda lettura, tratta dalle Lettere di san Cipriano, perché le parole usate sono perfettamente sovrapponibili a ciò che accadde ad Antonio Primaldo e compagni, sostenuti dall’arcivescovo Stefano; ecco alcuni passaggi dello scritto: «Tu sei stato di guida ai fratelli nella confessione della fede, e la stessa confessione della guida si è fortificata ancora più con la confessione dei fratelli. Così, mentre hai preceduto gli altri nella via della gloria, hai guadagnato molti compagni alla stessa gloria, e mentre ti sei mostrato pronto a confessare per primo e per tutti, hai persuaso tutto il popolo a confessare la stessa fede. In questo modo ci è impossibile stabilire che cosa dobbiamo elogiare di più in voi, se la tua fede pronta e incrollabile, o la inseparabile carità dei fratelli. Si è manifestato in tutto il suo splendore il coraggio del vescovo a guida del suo popolo, ed è apparsa luminosa e grande la fedeltà del popolo in piena solidarietà con il suo vescovo. In voi tutta la Chiesa di Roma ha dato la sua magnifica testimonianza, tutta unita in un solo spirito e in una sola voce».

Che meraviglia! Che spettacolo leggere e vedere come nei secoli migliaia di cristiani, somigliando tutti a Gesù, ci hanno lasciato l’impronta della santità e del martirio possibili! Ci hanno lasciato una prova inconfutabile della resurrezione di Cristo, in cui credevano sopra ogni dubbio o paura, rinnovando così il miracolo della Chiesa nascente, nel giorno della Pentecoste.

E quel giorno il cenacolo prese fuoco… letteralmente.

Quando leggo le vicende dei martiri di ogni epoca, mi accorgo che non si trattò mai di angeli o cherubini travestiti da mortali o di uomini ricchi di doni speciali, magari nati con tre braccia in più o con continue visioni mistiche, ma di uomini, donne e persino bambini, con i loro limiti, con le fragilità e le debolezze proprie di chiunque, eppure resi fortissimi da un “superpotere particolare” che si chiama FEDE, senza la quale, non sarebbero possibili nemmeno la Speranza e la Carità, le tre virtù teologali in cui la Carità ha da eccellere, ma di cui il fondamento è la Fede.

Don Divo Barsotti, sacerdote, monaco e grande mistico del Novecento, condensò tutto ciò che sto tentando di dire in una sentenza a mio avviso inoppugnabile: «Nulla è più eroico che credere». Chi potrebbe contestare che avere FEDE, vera fede, fede fino a rinunciare alla propria vita, sia l’atto più eroico che possa compiere ogni essere umano? Che sarà mai salvare la terra dagli asteroidi o rendere potabile tutta l’acqua del mare, rispetto ad una fede grande come un granellino di senape? La carità concorre a salvare anime, ma la fede incendia il mondo di un fuoco che arde, ma non si consuma: la fede è il roveto ardente che vive nel cristiano, il quale più invecchia, più ringiovanisce.

D’ altra parte, san Luca mi perdoni, ma Gesù, nel Vangelo, a proposito del Suo ritorno, non si chiede se troverà i popoli sfamati o i ciechi guariti, o, ancora, se vedrà tutti in pace senza guerre fra nazioni, o meno ricchi a favore dei più poveri…ecc.. Non si interroga nemmeno su quanta speranza o carità troverà fra i suoi, ma si interroga proprio sulla questione della fede: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Di due cose siamo certi, perché è Parola di Dio: che Gesù tornerà e che troverà ancora la terra, ma della fede non ne è certo nemmeno Gesù!

Uno dei motivi per cui ho deciso di raccontare la storia di un martirio su cui è stato già detto e scritto tantissimo, è proprio questo: per interrogarsi sulla “temperatura” della nostra fede. Mentre scrivo siamo ancora nel caos del Covid, con i termoscanner che funzionano giorno e notte. Con la fede accade il contrario: è il gelo ad essere un terribile sintomo, ma di una patologia dell’anima, stavolta.

Devo dire che sento spesso dire che “c’è crisi di fede” ed è verissimo, così come sono molti a chiedersi quale sia il vaccino o la cura per l’indifferenza alle cose di Dio. La risposta più ovvia sarebbe: “la conversione”, non fosse che è anche la risposta meno “a portata di mano” perché la conversione è una grazia; in secondo luogo, ma precede la grazia, esige una volontà ferma, libera e chiaramente espressa di voler tornare a Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, come ci comanda il Signore nel Deuteronomio. E Dio Padre non ci chiede una conversione in tempi di saldi, ovvero riservando per se stessi una certa porzione di cuore, di mente e di anima! No! Non esiste una mezza conversione o un terzo di fede! O tutta o nulla.

Domanda: quanti fra i battezzati, fra i credenti, più o meno praticanti e non, credono di non avere alcun bisogno di conversione, ma, al massimo, di qualche limatura di carattere, di una correzione a lievi difettucci, magari di qualche rosario in più…? Quanti siamo, e mi ci metto pure io, a pensare che “abbiamo già dato” abbastanza a Dio, dunque, può bastare così? Che sia colpa di quella bestia nera che è la madre di tutte le incredulità, chiamato orgoglio? Veleno per la mente, paralisi per il corpo e morte dell’anima è l’orgoglio, se poi si tratta di quello spirituale, allora il problema è serissimo; non per nulla l’orgoglio spirituale riguarda per intero Lucifero.

Ricordare i martiri ha da essere, allora, non una lettura edificante e basta. La memoria dei santi e dei martiri ha da evidenziare, come fosse una Santa matita rossa e blu, la nostra tiepidezza e mediocrità! Ecco il termoscanner della nostra fede: il modello di chi ha avuto più fede di noi. Gli esempi, anche a scuola, non servono solamente per essere guardati o per capire la regola astratta, bensì per svolgere gli esercizi correttamente e non mi risulta che sia mai esistito un libro composto solo di esempi, senza la parte applicativa, così come non esiste un archivio degli esempi inimitabili e impossibili.

Narrare questa storia di martirio, vi confesso, innanzitutto brucia la mia coscienza di cristiano, ma è tutta salute per l’anima: la chirurgia di Dio è sempre benigna e ridona luce alla fede. Così, ho deciso di chiedermi ogni giorno, come se me lo domandasse proprio Gesù: «Ma se oggi io tornassi da te, per te e solo per te, mia preziosa principessa, ti troverei piena, colma di fede? Saresti tutta mia nel corpo, tutta mia nell’anima e tutta mia nella mente?». Ahi, ahi, ahi…che dolore dovrebbe essere la risposta…

Ma lo schiaffo morale non finisce qui, perché, tornando alla vicenda degli otrantini, nell’Informo del 1539 ho scovato un piccolo discorso “casalingo”, per così dire. Si tratta di un brevissimo colloquio fra le mura domestiche, da dover supportare con un pizzico di immaginazione per colmare un pochino gli scarsi dettagli del testimone.

Immaginiamoci una serata in famiglia, nel 1480, senza corrente elettrica, né cellulare, né computer o televisione, ma tutti intorno ad un tavolo e davanti ad un camino spento, visto che siamo in estate. Le cicale hanno appena smesso di frinire, l’afa è insopportabile, le porte e le finestre sono aperte e si odono solo i rumori della campagna e del mare, ma nessuna voce umana, nessuna risata, niente, perché la città è già posta sotto assedio. L’Arcivescovo ha celebrato l’ultima Santa Messa ed è morto; i Turchi hanno più volte proposto agli otrantini la libertà e la vita in cambio dell’abiura e le donne stanno in silenzio perché conoscono bene cosa significhi divenire la schiava del nemico, per il fatto che in Oriente molti popoli erano già stati presi dall’avanzata dei musulmani di Maometto II. Conoscono i racconti di chi è riuscito a fuggire e tacciono, magari con i figli in braccio, stretti forte forte al loro petto, quasi con la certezza che verranno divisi e non li rivedranno più. La tensione è alta e la domanda sorge spontanea: “Che si fa?”. E adesso trascrivo la testimonianza resa da Giovanni Longo, all’epoca un ragazzino di appena undici anni, poi fatto schiavo per i sette successivi nelle terre dei Turchi:

«…essendo egli stesso nella casa del padre, ed essendoci discussione se dovessero darsi nelle mani dei Turchi, secondo la richiesta di quelli, udì suo padre che diceva queste parole, o in effetto simili: “Tutti noi omini de questa città siamo deliberati e pronti morire per lo amore di Gesù Cristo».

Che pastorale familiare!

Non aggiungo altro e termino questo capitolo in religioso silenzio.

 

(4-continua)

 

 

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