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Primo La storia di fedeltà a Cristo dei Martiri di Otranto – I

 

Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Otranto, dove sono sepolti i Martiri  del XV secolo sterminati dai musulmani

 

Gli autori e gli esecutori del martirio dei cristiani di Otranto furono due: Maometto II, che diede l’ordine della conquista della Puglia, e Gedik Achmed, in qualità di suo alto funzionario, descritto dal Laggetto come «un uomo di figura mingherlina, di colorito bruno, con grande naso, piccola barba, statura media, brutta faccia, d’animo crudelissimo, molto avaro, povero e abietto» (Babinger, pag. 428). «El Bascià», come lo soprannominarono gli otrantini, arrivò con un esercito di circa 16.000 persone, tra cui anche alcuni cristiani che avevano scelto di abiurare pur di salvarsi la vita. La conquista da parte dei turchi aveva come principale obiettivo la conversione degli infedeli all’Islam, ma, tranne pochissimi cittadini che preferirono versare una somma in denaro per essere “solo” presi come schiavi, ma senza mai abiurare, tutti gli altri uomini, dai 15 anni in su, risposero fermamente che intendevano restare fedeli a Cristo. Alle minacce con le armi, alle lusinghe o a ogni altra forma di convincimento, la loro risposta era sempre la stessa: “nominantes nomen Domini nostri Iesu Christi”, ossia, andavano ripetendo il Nome del Signore Nostro Gesù Cristo.

In particolare, il Primaldo esortava gli altri a sopportare ogni cosa con pazienza e mitezza, prendendo la parola al posto di tutti e rispondendo a «el Bascià» che preferivano la morte all’abiura. Testimoni riferiscono alcune delle sue parole di esortazione: «Figlioli, et fratelli miei, questa è la giornata che dovemo a Christo, ciascuno per suo amore si piglia in pacientia, et con bono animo, che haveremo la corona del martirio». Probabilmente tali incredibili e sconcertanti parole, ispirate solo dallo Spirito Santo, in quanto tutti i religiosi erano già stati presi, resi schiavi o perlopiù uccisi, ripetevano la medesima esortazione ascoltata in cattedrale dall’arcivescovo Stefano, il quale, pur sotto assedio, celebrò la Santa Messa, durante la quale egli confortò e animò i fedeli a resistere, «a stare saldi nella fede di Christo, et a non temere quelli che uccidono il corpo, perché è niente, per rispetto dell’acquisto dell’anima, la quale s’acquista con la morte del corpo per il Nostro Salvatore Gesù Christo»[1]. Lo stesso arcivescovo, ormai ultra ottuagenario, terminata la funzione, fu raggiunto e ucciso.

 

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia»

A tal proposito riporto una parte della testimonianza originale tratta dall’Informo Otrantino del 1539, resa dall’abate Angelo Pendinello, quando fu interrogato, sotto giuramento sul Vangelo, dalle autorità ecclesiastiche per le prime verifiche della causa di canonizzazione dei martiri:

“…e mentre essi nemici con uno stratagemma espugnavano la città, lo stesso signor Arcivescovo, vestito dei paramenti sacri accedé all’altare e, presente gran moltitudine di popolo, celebrò con grande devozione la santa messa e dette al popolo la benedizione pontificale, tutti animando con paterne espressioni a restar fermi nella santa fede di Cristo e, se fosse necessario, ad esporre la vita per amore di Lui; tutto insieme il popolo rispondendo che erano pronti assai volentieri mille volte a morire per la santa fede di Cristo. E finita la messa, ritornando il fu reverendissimo arcivescovo verso la sacristia, i nemici che irrompevano nella città vennero dentro la chiesa stessa e, trovato lo stesso signor arcivescovo davanti alla porta della sacristia, lo uccisero, presente il teste stesso con molti altri ecclesiastici, che gli stessi nemici infedeli fecero tutti schiavi (…)». In realtà, successivamente, gli ecclesiastici furono tutti uccisi in cattedrale e il popolo restò senza alcun tipo di conforto spirituale e, nel momento del martirio, essi stessi si confortavano e si incoraggiavano gli uni con altri a morire: il figlio incoraggiava il padre, il padre il figlio, il fratello l’altro fratello.

Fu davvero una specie di rinnovata pentecoste, se pensiamo che, a quanto riportano i documenti ufficiali del martirio, non solo si consolavano e si incoraggiavano vicendevolmente, ma addirittura confessarono pubblicamente le loro reciproche colpe, chiedendo e offrendo il perdono per le offese recate e ricevute. Inoltre, dopo essersi scambiati il segno della misericordia, si rivolsero a Dio per invocare il perdono dei peccati.

 

«Per Te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello»

 Come i contadini approfittano del fresco alle prime ore del mattino per andare nei campi, specie nella calura estiva, così i turchi, sin dall’alba del 13 agosto 1480, condussero i prigionieri al Colle della Minerva per eseguire le condanne. A due a due, nudi e legati al collo con delle funi e ai polsi, messi dietro alla schiena, come agnelli sacrificali gli idruntini furono portati al macello, nel vero senso della parola, perché fu usata ogni sorta di crudeltà contro di loro. Innanzitutto, ad ogni esecuzione tormentavano i sopravvissuti con insulti, lusinghe e minacce per farli desistere dal proposito di morire da Cristiani, ma nessuno di loro cedette; poi furono uccisi con spade, sciabole e frecce, decapitati alcuni, altri fatti a pezzi. Uno dei teschi presente in Cattedrale ancora oggi presenta in un’orbita occipitale la punta di una freccia. Fu una carneficina di crudeltà inaudita che durò fino a sera. Tutto l’odio contro Gesù Cristo si scatenò su 800 uomini inermi, nudi, miti e persino pieni di allegrezza, perché piegavano e offrivano miti e volentieri il collo alla sciabola, per amore del Redentore.

 Ma, prima di rendere il corpo e lo Spirito a Dio, pregarono fervorosamente e ribadirono di voler morire per gratitudine, in segno di riconoscenza, «perché il Figliolo di Dio è morto per noi», come riportano le cronache. In una parola, celebrarono con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, l’offerta Eucaristica di se stessi a Cristo medesimo.

Tutte le testimonianze dell’Informo concordano nel riportare il loro comune stato d’animo, di mitezza, di mansuetudine, di pazienza e di perseveranza, basti pensare alla prova del resistere alla vista di ogni esecuzione! Non una sola parola cattiva uscì dalla loro bocca contro i carnefici, non sdegno, non astio. Erano in pace, ma era quella pace di cui parla Gesù da risorto, non come la dà il mondo, ma come la dà Dio, una volta riconciliate in Sé tutte le cose. «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7, 56).

In effetti, all’interno della cappella di Santa Maria dei Martiri, nella Cattedrale di Otranto, dove sono esposte al culto le sante reliquie, fu quasi subito posto un quadro che raffigurava il martirio di Santo Stefano e di San Lorenzo, ai quali furono naturalmente paragonati gli otrantini. Anche il monaco benedettino Ilarione da Verona, che aveva provveduto ad informare l’allora arcivescovo di Siena, Francesco Todeschini Piccolomini, circa il clamoroso martirio in Puglia, ne scrisse paragonando l’eccidio degli 813 laici fedeli a Cristo a dei «novelli Santi innocenti», tanto che nel 1481, appena un anno dopo, a loro ricordo, fu rappresentata sul pavimento della Cattedrale di Siena la scena del martirio degli Innocenti. Perciò, se vi capitasse di andare a visitare la Cattedrale di Siena, sappiate che camminerete sulla memoria dell’esercito degli “idioti” di Otranto: ignoranti sulle cose che non era necessario conoscere, ma sapientissimi nelle cose di Dio.

 

 

All’epoca la notizia fece rapidamente il giro dell’Europa e persino del mondo, perché sin da subito i cristiani cominciarono a venerarli come Santi e Santi martiri. Fu un culto istintivo, popolare, immediato, e si parlava dei Santi martiri in ogni chiesa cattolica del tempo.

Tuttavia, si può parlare di martirio solo per questi 813 uomini, oppure si trattò di un martirio incruento, quindi bianco, di una popolazione intera? Che fine fecero le donne e i bambini? La risposta è già nota: la maggior parte di loro fu fatta schiava e condotta nelle terre dei turchi per anni e anni, anche per molto tempo dopo che Otranto fu liberata.

Quando mi avvicinai per la prima volta a delle documentazioni più approfondite riguardanti questo martirio, devo dire che mi si è letteralmente frantumato il cuore (di madre, anche); leggere dalle testimonianze dell’Informo, che gli occhi che videro e gli orecchi che udirono quel massacro, tanto da diventarne successivamente i primi narratori ufficiali, furono dei bambini sopravvissuti al martirio per via della loro giovanissima età. Erano figli o nipoti o parenti delle stesse vittime, già resi schiavi dai turchi e condotti a forza, per tutta la giornata del 13 agosto, sul Colle della Minerva. Si trattava di ragazzini dagli otto ai dodici anni appena, che venivano esortati ad imparare bene da quello che stavano vedendo, tanto che l’allora piccolo Giovanni Leondario, riferì che gli fu detto: «Si tu no serai omo da bene, el signor farà far cusì a te».

In un’altra testimonianza, tal Giovanni Panemolla, un bambino di dieci anni circa all’epoca del martirio, riferisce: «di avere egli visto una certa giovinetta, che veniva condotta schiava da due turchi fra loro altercanti di chi dovesse essere la giovinetta stessa, la quale invocava, elevati gli occhi al cielo, la signora Santissima Vergine Maria, che le mandasse la morte, per essere strappata dalle mani degli infedeli: e così, con gli occhi levati al cielo, fu trafitta con la spada da uno dei due turchi, e, mentre con le mani tese al cielo chiamava e invocava il nome della Beatissima Madre, emise lo spirito».

La preghiera si articola sulle nostre labbra: «O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Con la bocca dei bambini e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli» (Sal 8).

 

(2 – continua)

 

[1] Testimonianza di Leandro Alberti, resa nel 1525.

 

 

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