Manuela Antonia Salvador ci ha inviato un suo lavoro degno di pubblicazione. Si tratta della descrizione, elaborata con fonti autentiche, della strage dei martiri di Otranto perpetrata per mano degli islamici, una grande e indelebile storia di Fede.

 

 

“Ascolta Israele: il Signore è il Nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore: li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città” (Dt)

 

Mi presento: sono una mamma di tre figlie, due delle quali già donne, mentre la più piccola ha dodici anni e mezzo e si sta preparando per ricevere il sacramento della cresima. Come tutti, o quasi, i ragazzi e i ragazzini storcono il naso nel dover andare a messa o a catechismo. Come pure preferiscono i video degli youtubers famosi ad un buon libro da leggere. La scusa ufficiale è che tutto il resto è noioso. Un giorno, però, mia figlia mi ha lanciato una sorta di guanto di sfida: «Mamma, se scrivessi un libro per me, come mi racconti le storie la sera, io ti prometto che lo leggerei». Bene, amore mio… adesso vedrai…. perché ho davvero una grande storia da raccontarti, più bella del Signore degli Anelli, più ricca di sorprese e di battaglie di quante ne affrontarono alle Termopili quei 300 spartani, più gloriosa di tutti i supereroi messi insieme: è la storia del RE DEI RE, è la storia di Gesù e di Maria e dei loro valorosi soldati, morti in battaglia per abbattere l’oscurità e i Principati delle tenebre che sono nemici dell’umanità intera e conseguire, così, la stessa Gloria del Re.

Ma devi fare attenzione all’ esagerata “adultità senile precoce” che non di rado colpisce molti credenti e che rende faticoso capire il semplice, anzi, il semplicissimo, perché i “grandi” spesso hanno ragionamenti troppo complicati e tortuosi, specie quando tentano di sfondare la tua noia con qualcosa di nuovo e di originale, di stupefacente, nel peggior senso del termine psichico, con qualcosa che ancora non è stato detto e scritto, moltiplicando le parole presuntuose e noiose, davanti alle quali ti autorizzo a dormire in pieno giorno.

Perciò, amore mio, vado ad iniziare con il classico “C’era una volta”, solo che veramente c’è stato, ma con una definitiva ed unica Verità, per cui la storia che scriverò per te e per chiunque vorrà leggerla, partirà così:

C’era, c’è e ci sarà, in eterno IL RE DEI RE.

Il mio racconto inizia con 813 Re, scelti fra contadini, pescatori e calzolai, della contrada di Otranto, che nel 1480 si lasciarono trucidare e fare a pezzi per non rinnegare il loro Re (IL RE DEI RE) e la fede cristiana e che presero letteralmente fuoco fin nelle loro ossa. Ardevano senza consumarsi, morivano vivendo, entravano nella Gloria eterna uscendo dalla scena di questo mondo come dei matti, come degli stolti che preferirono la Via della Croce a qualunque altra cosa: per molti furono un esercito di idioti, di folli, di esagerati, ma il Signore degli Eserciti è così: è il mite Agnello Redentòr, proprio quello che si canta a Natale, ma quanto più si dovrebbe lodare e inneggiare su quelle note a Pasqua, al Re, al capo dell’esercito dei suoi prediletti, che il mondo, spesso, definisce «idioti».

Sappiamo che anche San Francesco d’ Assisi fu cacciato da un suo confratello proprio da parole simili: «Vattene, tu sei semplice ed idiota, qui non ci puoi venire, ormai». Come reagì Francesco resta celebre nella pagina della Perfetta Letizia, tanto che, fu lo stesso Francesco a definire se stesso: un «semplice ed idiota».

Ogni battezzato, che lo sappia o no, ma è bene che lo sappia, dal momento in cui riceve lo Spirito Santo con il Battesimo è già arruolato nell’ esercito dei crocifissi, dei possibili martiri, dei santi e dei Re! Ecco il perché del titolo il Re dei re, gli altri re siamo anche noi, i Suoi fratelli battezzati nel Nome del Padre, di Lui e dello Spirito Santo.

Tra uno stoppino smorto e senza luce ed una fiaccola che arde, nella notte tra i lupi e le belve, chi scegliereste come lampada ai vostri passi?

Il mondo ha da pigliar fuoco, non c’è niente da fare! Ha da incendiarsi, mica di chiacchiere e di parole su parole, con altre parole e ragionamenti, ma col fuoco della fede! Avete mai visto un intellettualone da accademia riuscire con le sole chiacchiere, a far prendere fuoco ad una piccolissima pagliuzza? E mi riferisco anche al fuoco vero, mica solo a quello interiore! Sul Colle della Minerva, dopo la strage degli “idioti” otrantini, sopra i loro cadaveri ardevano sul serio fuochi e fiaccole che illuminavano il mondo della Gloria del Re.

Un giardino del Paradiso

Prima di arrivare alla narrazione del martirio degli Otrantini, è bene fare un passo indietro nella storia, cioè all’anno 1453 quando Costantinopoli fu presa dai Turchi e ciò fece tremare tutto l’occidente, perché significava la fine anche dell’ultimo ricordo dell’ impero romano, con la sua cultura, le sua identità e le sue leggi, ma, soprattutto, significava che l’Occidente sarebbe stato privo di difesa davanti alla decisione dell’Islam di avanzare nella sua conquista Europea.

Si narra che Maometto II, stando ai documenti della ricostruzione storica dell’assedio di Otranto, contenuti nella Positio Super Martyrio, una volta entrato nella basilica di Santa Sofia avrebbe giurato di non lasciare tregua ai suoi occhi, né che si sarebbe preoccupato della sua persona fisica prima di aver distrutto tutti gli idoli, le statue e le immagini sacre dei discepoli di Cristo.

In ogni parte di Europa scoppiò letteralmente il panico, sia fra la gente comune che fra i predicatori; si trattava, infatti, di un’Europa tutta spaccata e divisa, troppo debole per far fronte all’ assalto dei musulmani decisi ad eliminare dalla faccia della terra tutto ciò che ricordasse in qualche modo il Nome di Gesù Cristo.

La Chiesa restava l’ultimo baluardo difensivo non solo della fede, ma anche della cultura e dei valori dell’intero Occidente.

È interessante riportare alla memoria storica il giuramento che papa Callisto III, appena eletto pontefice, fece in risposta al giuramento di Maometto II quando conquistò la basilica di Santa Sofia.

Si tratta di un documento storico, ma anche pontificio, che merita di essere riletto non per suscitare particolari emozioni o rancori, ma al fine di comprendere meglio qual era la reale situazione di ciò che non può che definirsi la resistenza cattolica, fino al sangue, ad una “guerra santa” dichiarata contro i Cristiani. I fratelli del RE DEI RE, i Figli di Dio Padre di Cristo, dovevano o convertirsi o essere uccisi.

Il pontefice pronunciò questo giuramento solenne:

«Io, Callisto III, papa, prometto e giuro alla SS.ma Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, alla sempre Vergine Madre di Dio, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo e a tutta la corte celeste, se necessario anche con lo spargimento del mio sangue, di fare, in proporzione delle mie forze e col concorso dei miei venerabili fratelli, tutto il possibile per riconquistare Costantinopoli, conquistata e distrutta dai nemici del Salvatore crocifisso, dal figlio di Satana, Maometto, principe dei Turchi, in punizione dei peccati degli uomini, per liberare i cristiani che languiscono nella schiavitù, far rivivere la vera fede e sterminare in oriente la setta diabolica dell’infame e perfido Maometto. La luce della fede è pressoché spenta in quegli sventurati paesi. Se mai ti dimenticassi, o Gerusalemme, possa la mia destra cader nell’oblio; possa la mia lingua paralizzarsi nella bocca, se non mi ricordassi più di te, o Gerusalemme, se tu non formassi più l’oggetto della mia gioia. Dio e il Suo Vangelo mi siano di aiuto! Così sia». [1]

Di questo giuramento è interessante notare come sia stato pronunciato alla presenza della Chiesa intera, quella dei vivi e quella gloriosa, quella dei Santi e degli Apostoli, le colonne, e davanti alla Vergine Maria, che nel martirio di Otranto non avrà una posizione marginale, anzi.

Si ritrovano i versi dei Salmi e lo struggente ricordo di Gerusalemme, quasi come se il Papa rivivesse il pianto di Gesù al Suo ingresso. Questo giuramento è tutt’altro che pieno di rabbia, bensì è ricolmo di amore per Cristo, per la Vergine Maria, per gli apostoli e per la Chiesa intera e testimonia pubblicamente che il Pontefice stesso sarebbe stato ben disposto a versare il proprio sangue per Cristo e per la Chiesa.

L’ impegno preso dal Papa fece immediatamente il giro di tutta l’Europa, formando e informando vescovi e predicatori che ci si doveva tener pronti anche al martirio, se necessario, davanti all’assalto di Maometto II e le sue truppe; dunque, anche l’allora arcivescovo di Otranto Stefano, che sarà proprio l’animatore del martirio, molto anziano di età, ne venne a conoscenza.

Torniamo all’anno 1480, quando i Turchi decisero di fare rotta su Otranto come via di accesso per giungere a conquistare Roma. Negli anni degli assalti turchi in oriente, molti cristiani cercarono di fuggire da quello che descrivevano essere divenuto «l’inferno sulla terra».

Otranto all’epoca era un piccolo paese sul mare, che contava forse non più di tremila abitanti al massimo e la sua economia era marinara, ma soprattutto di tipo contadina, per via delle meravigliose terre, fertili e verdeggianti che ne ricamavano il territorio. C’era il castello con una guarnigione di soldati del governo regio e delle mura come loro difesa. Altro non avevano, in termini materiali, ma spiritualmente era un popolo di brava gente che pregava, lavorava e metteva in pratica il Vangelo.

La terra d’ Otranto era così bella che i cronisti del tempo ne hanno lasciato testimonianza, come quella di Ibn Kemal: «La sua campagna primaverile pare un giardino del paradiso (Otranto) che aveva una campagna verdissima che era piena di gente e di fronte alle campagne di altre città sembrava la notte della nascita di Maometto tra le altre notti”.

Poi divenne presto un inferno, perché proprio quelle campagne furono distrutte, furono tagliati gli alberi e sradicati interi oliveti, sia per terrorizzare gli abitanti, sia perché ai turchi occorreva legname per costruire palizzate per i loro accampamenti.

Così iniziò un lungo assedio che portò alla morte molti civili, oltre ai martiri, e all’uccisione di tutti i presbiteri e dei religiosi, tra cui lo stesso arcivescovo Stefano.

Otranto, la porta d’ Oriente, che pareva il giardino terrestre anche ai turchi, entrava nella grande tribolazione, nell’ora delle tenebre.

Lo sbarco dei turchi non avvenne nel piccolo, troppo piccolo e aperto porticciolo di Otranto, ma qualche chilometro oltre, presso i laghi Alimini e nei paraggi della città. Un dato è certo: poterono davvero entrare nel porto solo ad assedio avvenuto, non prima.

L’ assedio del «bel giardino di paradiso» iniziò il 28 luglio 1480; Otranto venne liberata un anno dopo, il 10 settembre 1481, mentre il 13 agosto 1480, che cadde di domenica, si compì il martirio.

Il martirio, «questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre»

So perfettamente che i fatti riguardanti il martirio sono già noti a molti e che circolano abbondanti notizie al riguardo. Per questo motivo ho scelto di riportare alcuni particolari che mi occorrono per centrare il vero bersaglio del mio racconto, il vero obiettivo, che non è solo quello della memoria e della devozione ai santi, quanto sottolineare il legame necessario che deve esserci tra la propria confessione di fede e la volontà di ratificarla, se necessario, anche nel sangue, dunque anche con la sofferenza, qualunque essa sia e si prospetti, e il perché l’ Eucaristia e la Vergine Maria siano le colonne portanti di una fede cristiana cattolica oggi fortemente in crisi.

Occorre sapere tante cose per riuscire ad essere santi o martiri?

No, ma occorrono la fede, la speranza e la carità, che Dio Padre e il Figlio provvedono a riversare nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, del Santo Sacrificio dell’altare e attraverso le mani della Santa Vergine: i martiri di Otranto, umili contadini, pescatori, artigiani, senza cultura ci insegnano che la fede, la preghiera e i Sacramenti ricevuti e vissuti in Grazia di Dio sono bastati a partecipare della medesima Gloria del Cristo morto e risorto. Anche il loro martirio, particolare per il numero delle vittime e per la crudeltà, continua a insegnare come magistero proprio di ogni santo, magistero perfetto e infallibile: il martirio è e sarà sempre la più alta testimonianza della fede cattolica da trasmettere di generazione in generazione, perché così «si stende la misericordia del Suo braccio», come disse la Vergine Santissima, prima che la sancisse con il Suo preziosissimo Sangue il Figlio!

Cristo è Re perché Regna da Agnello immolato, da purissima vittima, divina e umana, di espiazione, perciò la Croce non va solo ammirata come mezzo che ci ha ottenuto la Redenzione, come un quadro mistico da cui attingere e basta, come se fossimo al museo delle “storie altrui”. Una mistica della Misericordia di Cristo che non mi chiedesse di portare la mia croce, piccola o grande che sia, non spiegherebbe il mistero del dolore. Il Sacrificio della Croce ci redime, ma noi nel battesimo ci uniamo e ci offriamo alle sofferenze di Cristo. Pertanto, il cristiano o è disposto al martirio oppure non può dirsi nemmeno cristiano.

Scrive, infatti, san Paolo nella Lettera ai Romani: «Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm, 12,1).

Ma come hanno potuto 813 uomini, semplici padri di famiglia, lavoratori della terra, laici, offrirsi in massa, tutti uniti, come un solo cuore e una sola anima a tale culto spirituale?

 

(1-continua)

 

[1] (Pastor, pp. 602-3)

 

 

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