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La lingua come modello logico-etico e filosofico-politico

 

Sempre all’interno del sistema verbale osserviamo che il greco presenta tre diatesi (ridotte a due in alcuni tempi, ma distinte come valore logico), cioè attiva, passiva, media, mentre il latino (almeno a far capo dalla sua fase documentaria) solamente l’attiva e la passiva. La diatesi media, dunque, indica che l’azione avviene nell’interesse di chi la compie (si parla appunto di “valore mediale o di interesse” dell’azione). In altre parole la forma medio-passiva λύομαι/lúomai (dal verbo λύω/luo, “io sciolgo”) può avere valore passivo (“io sono sciolto”; ma anche valere “io mi sciolgo” (valore riflessivo) o ancora “io sciolgo per me” (valore mediale di interesse)[1]; dal canto suo l’equivalente latino solvor ha solamente il valore passivo (“io sono sciolto”), ma non quello riflessivo né quello mediale. In latino, comunque, qualcosa di simile al valore mediale di interesse lo troviamo nella categoria dei verbi deponenti, che, di forma passiva, hanno però un valore attivo di interesse, peraltro non evidente di per sé nella loro traduzione italiana. In concreto, sequor (“io seguo”) aveva inizialmente un valore mediale, ma che noi non rendiamo esplicitamente in italiano, tanto che lo traduciamo semplicemente con “io seguo” (e non “io seguo nel mio interesse”).

Abbiamo accennato sopra al fatto che il lessico, essendo l’aspetto del linguaggio più facilmente esposto ad influssi e stratificazioni esterne, è quello meno indicativo per la definizione di un rapporto lingua/carattere di popolo, ma tuttavia alcune testimonianze della peculiarità di ogni lingua e di, conseguenti, differenze con le altre le si possono ricavare anche dal lessico. A questo proposito riportiamo in appendice una tavola di termini latini e greci che possono essere utilizzati per chiarire come parole che esprimono concetti tipici di una lingua possano coprire da sole aree semantiche che nell’altra invece sono occupate da più di un termine, e viceversa.

Se poi, sempre nell’ambito delle lingue indo-europee, instauriamo un confronto tra lingue neo-latine e lingue germaniche, specialmente della sotto-famiglia anglo-sassone, cioè l’inglese, in cui il sostrato[2] celtico (anglo) è stato appunto storicamente e culturalmente modificato dal superstrato germanico in seguito alla conquista sassone dell’isola, notiamo come il sistema fortemente “declinativo” delle prime, e specialmente per quanto riguarda il sistema verbale, le rende decisamente più complesse (e non complicate)[3] della seconda. L’estrema semplicità riduttiva del verbo inglese, sia in fatto di modi che di tempi che di persone, da una parte permette a questa lingua una sua più rapida acquisizione da parte di parlanti alloglotti[4], ma dall’altra una netta semplificazione anche della struttura dell’esposizione, che risulta estremamente sintetica e appunto semplificata, senza quindi possedere pressoché la capacità delle lingue romanze di esprimersi attraverso periodi complessi, ricchi di subordinate, di incisi e di parentetiche, capaci di esprimere non solo le sfumature del pensiero, ma anche – e soprattutto – le minime differenze verbali sia per quanto riguarda lo “scarto” temporale che per le differenze modali (pensiamo al congiuntivo, praticamente inesistente in inglese: I think you are, può essere tanto “Io penso che tu sia” quanto “Io penso che tu sei”)[5].

 

Passiamo ora ad un altro livello, quello cioè tra lingue all’interno della stessa sotto-famiglia; a questo proposito possiamo – e qui ci avviciniamo al momento topico della riflessione – prendere in esame tre gruppi linguistici appartenenti alla stessa sotto-famiglia e, per di più, collocati in un territorio geografico non troppo esteso, che permette quindi il loro accostamento e, spesso, l’interazione reciproca: le lingue gallo-romanze della Francia, nelle sue sottodivisioni di oïl ed oc; le lingue gallo-italiche, cioè i “dialetti” dell’Italia settentrionale (esclusi friulano e, per alcuni, veneto[6]) a nord della linea Rimini-La Spezia; infine le lingue italiche.

Trattandosi di lingue tutte di origine neo-latina, e per di più con sostrati abbastanza simili (gallico e italico), non possiamo trovare tra di esse molte differenze nelle strutture profonde, ma potremmo, al massimo, individuarne in quelle superficiali, in particolare nella fonologia e nel lessico[7].

Ci limiteremo, in questa breve introduzione, al problema connesso con l’uso delle lingue ed il loro essere ora causa ora effetto dei comportamenti umani, partendo – a livello storico-culturale – dall’esigenza di una lingua comune nei rapporti interpersonali.

Se tale esigenza, per ragioni soprattutto sociologico-politiche, è indiscutibile nel mondo moderno almeno a partire dalla formazione dei grandi stati nazionali europei, appare meno evidente per quanto riguarda i cosiddetti “dialetti” o le lingue minori. Infatti, se noi torniamo alle tre sotto-famiglie di cui sopra (lingue gallo-romanze, gallo-italiche, italiche) possiamo notare come la prima di esse abbia trovato la sua koinè (lingua comune) in seguito ad avvenimenti storico-politici risalenti addirittura al medioevo, cioè la formazione dello stato nazionale francese, che espresse la sua lingua comune (di stato) utilizzando quella della burocrazia e della nobiltà della regione della capitale (Parigi), cioè la langue d’oïl parlata nella regione dell’Île de France. La terza famiglia invece dovette aspettare qualche secolo perché il toscano, che era comunque già lingua comune da almeno 500 anni, ma solo a livello culturale-letterario, lo diventasse anche a livello politico-sociale, con l’Unità nazionale. La sotto-famiglia delle lingue gallo-italiche, invece, non ha mai espresso una lingua comune unitaria a tutta la regione in cui le lingue ad essa appartenenti vengono parlate (Italia continentale). Neppure a livello regionale si è assistito ad un fenomeno di reductio ad unum linguistica, tranne che in quelle regioni in cui – fin dal medioevo – esisteva uno stato autonomo ed indipendente di una certa estensione territoriale. Infatti tre sono le regioni dell’Italia settentrionale in cui si può parlare di koinè regionale pre-italiana: la Liguria, il Piemonte, il Veneto. In Lombardia esiste tuttora una frattura molto netta tra parlate occidentali, tra cui comprendiamo anche il novarese ed il lomellino[8], che ha il suo epicentro in Milano, e parlate orientali che definiscono, in buona sostanza, i territori un tempo appartenenti alla Repubblica di San Marco.

Per parlare della situazione piemontese, rileviamo che lingua ufficiale del ducato di Savoia fu inizialmente il francese, per passare poi all’italiano dal tempo di Emanuele Filiberto, col relativo spostamento della capitale da Chambery a Torino, italiano che continuò ad essere lingua ufficiale anche quando il ducato diventò regno di Sicilia (prima) e di Sardegna (poi). Il francese, tuttavia, rimase lingua semi-ufficiale di cultura tra la nobiltà in Piemonte ed a corte, e lingua ufficiale e d’uso comune in Savoia e in Valle d’Aosta, oltre che a Nizza. Le parlate gallo-italiche piemontesi[9], pur di uso non ufficiale ma utilizzate in modo diastratico tra le varie classi sociali del Paese, trovarono anch’esse la loro koinè, che risultò essere il torinese della nobiltà[10] arricchito da termini di uso locale nelle varie province qualora si trattasse di esprimere cose o situazioni peculiari di quella particolare zona geografica. In altre parole la parlata torinese dell’aristocrazia era utilizzata a vari livelli (diastratia) e nelle varie province (diatopia) come strumento di comunicazione semi-ufficiale non solamente nei rapporti interpersonali tra persone originarie di parti diverse del Piemonte, ma anche in quelli commerciali, burocratici[11], amministrativi e militari. In tutti gli uffici del Regno, in tutti i mercati, in tutti i presìdi militari si parlava il piemontese koinè[12], che veniva compreso (anche se non parlato[13]) da tutti gli abitanti del Regno che costituivano la cosiddetta “nazione piemontese”[14]. Tutto ciò avveniva senza minimamente intaccare o sminuire il ruolo delle parlate provinciali (parlé ’d pais, in piemontese, cioè “parlate rustiche”), che venivano a configurarsi, nel paragone col piemontese, quasi come gli attuali dialetti con l’italiano o addirittura, si parva licet…, come le lingue locali del medioevo col latino ecclesiastico e curiale.

Quanto detto ha fatto sì che, nel corso dei secoli, a far capo almeno dalla prima metà del Settecento[15], si sia formato, prima in via teorica, un concetto, e poi in campo pratico, un corpus di testi letterari (di poesia, prosa, teatro) che costituisce quella che viene normalmente definita come “letteratura piemontese”.

 

APPENDICE

Lessico minimo Greco-latino

 

Nella tabella seguente abbiamo indicato, a puro scopo esemplificativo, solamente alcuni vocaboli, greci e latini dal cui confronto si può ricavare come ciascuna delle due lingue possieda termini che coprono – da soli – campi semantici che l’altra invece occupa con un numero maggiore, ma anche come termini che a noi appaiono (e così li traduciamo) come sinonimi in realtà derivino etimologicamente da radici che rappresentano concetti differenti..

 

A

fatus

sors (Fors)

τύχη

tukhe

sorte, destino

ανάγκη

ananke

sorte necessaria, necessità

μοίρα[16]

moira

sorte che tocca a ciascuno (cfr. μέρος/méros, “parte”)

tempus χρόνος

khronos

tempo

καιρός

kairòs

tempo stabilito, opportuno

αιών

aiòn

tempo concluso di una o più generazioni

amor έρως

eros

amore fisico (uomo/donna)

αγάπη

agape

amore di tipo fraterno (religioso)

φιλία

philia

amore che nasce da amicizia, simpatia

λόγος

logos[17]

verbum[18]

parola

var-, “parlare”

ratio

ragione, pensiero

ar-, “calcolare, valutare”

narratio

discorso, racconto

gan-/gna-, “conoscere, riconoscere”

κράτος

(>-κρατία)

kratos, “forza, dominio”

αρχή

arché

“comando”, in quanto si è il primo[19]

imperium

par-, “far parte, preparare” >imperare, “lavorare, approntare”

potestas

> possum, “posso, sono in grado”

auctoritas

> augeo, “aumento, accresco”

δόξα

doxa

δοκέω/dokéo,

“sembro, appaio”

opinio

opinor, “ritengo”

fama

for, “dico”

νόμος

nomos

νεμ-/nem-

distribuire

lex[20]

 

lagh-/leg-

porre

institutum, “disposizione”

in-statuo, “pongo, stabilisco”

 

[1] Notiamo tuttavia che in greco la diatesi media è distinta anche fenomenicamente da quella passiva nel futuro e nell’aoristo, mentre negli altri tempi esse presentano lo stesso aspetto esterno, pur mantenendo contemporaneamente il loro distinto valore intrinseco, comprensibile solamente dal contesto.

[2] In linguistica si definisce lingua di sostrato (o più semplicemente sostrato) la lingua parlata in una zona geografica prima di un’altra che vi si è sovrapposta in seguito, in genere, alla migrazione, o alla invasione, di un altro popolo. Nel caso in questione il celtico rispetto al germanico, oppure – come vedremo tra breve – il gallico rispetto al latino.

[3] Ricordiamo – molto semplicemente – che la “complessità” può essere definita come una “complicazione spiegata”.

[4] Questa è una delle cause (non l’unica, ma certamente molto forte) della diffusione planetaria dell’inglese. Allo stesso modo, nel passato, essa si trasformò facilmente in molte lingue pidgin (cioè “gerghi” coloniali, estremamente semplificati) oppure fu imparata, in maniera forse rudimentalmente basica, ma efficace dagli immigrati, anche ignoranti, italiani negli USA e nel Canada (vedi, a questo proposito, gli studi di G. Clivio sul cosiddetto “Italiese” di Toronto).

[5] Differente è il discorso, almeno relativamente al lessico, per il rapporto tra lingue romanze e tedesco, definita spesso come “lingua naturaliter filosofica e teologica” in quanto capace di sfumature sottili di significato (pensiamo al famoso binomio Kultur/Zivilisation) e di sintesi “filosofica” nel suo creare parole composte estremamente efficaci.

[6] Per la questione del veneto come lingua gallo-italica oppure no, cfr. C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine; Bologna 19726, p. 396.

[7] Questa riflessione, troppo estesa per poter essere trattata in una sintesi che sia chiara ed efficace, potrà essere oggetto di altri interventi successivi.

[8] Secondo alcuni linguisti tali parlate apparterrebbero al dominio linguistico piemontese, o, quantomeno, ad una “zona grigia” di interferenze tra piemontese e lombardo.

[9] Lo schema delle parlate gallo-italiche piemontesi può essere così espresso: 1) Alto piemontese: a) torinese (cittadino > koinè), b) valsusino, c) meridionale; d) cuneese; e) monferrino-langarolo (alto monferrino, basso monferrino, alto langarolo, basso langarolo [albese e Roeri], astigiano); f) alessandrino; 2) Basso piemontese: a) canavesano, b) vercellese, c) biellese, d) valsesiano; 3) Novarese (non da tutti gli studiosi considerato come appartenente alla famiglia del piemontese).

[10] Cfr. M. Pipino, Gramatica piemontese; Torino (Stamperia Reale) 1783: in particolar modo la Prefazione, p. XIII.

[11] Anche se il sorgere della koinè può essere fatto risalire agli anni immediatamente successivi alla nascita del Regno (1720), una testimonianza, più tarda, ma sintomatica, del suo uso diffusissimo negli uffici pubblici è la famosissima commedia Le miserie ’d monsù Travèt di Vittorio Bersezio (1863).

[12] Tale fu sempre la “forza” insita nell’idea stessa di koinè che era cosa normale che coloro che usavano una qualunque parlata del Piemonte utilizzassero l’espressione “parlare piemontese”, e non tanto “parlare astigiano o canavesano o alessandrino o biellese ecc”.

[13] L’intercomprensione reciproca avveniva, come già osservato, a livello di strutture profonde, ovviamente al di fuori di ogni riflessione meta-linguistica da parte dei parlanti ma in forma inconsapevole, mentre l’aspetto fenomenico esteriore poteva anche presentare qualche variazione più o meno netta ed estesa, che però non ostacolava la possibilità di comunicazione.

[14] Troppo lungo sarebbe, qui ed ora, ripercorrere il valore del termine “nazione” nel lessico politico medievale e poi della prima età moderna. Basti ricordare che lo stato sabaudo prevedeva almeno tre Nazioni: Piemontese, Savoiarda e Nizzarda. Per l’inquadramento generale del problema cfr. la conferenza tenuta dal prof. G. Turco a Subiaco, il 30 luglio 2017, dal titolo Patria, nazione, Stato, nell’ambito dei lavori dell’Università d’estate organizzata dalla benemerita Fondazione Lepanto di Roma.

[15] In realtà testi scritti in volgari pedemontani datano a tempi molto più antichi (i primi, i Sermoni subalpini, sono dell’inizio del secolo XIII). Tuttavia gli studiosi tendono a dividere lo sviluppo storico della letteratura in Piemonte in due macro-momenti: quello pedemontano (secc. XIII/XVII) e quello propriamente piemontese (dalla nascita del Regno fino ad oggi).

[16] Connesso col concetto di “moira” è la ειμαρμένη/eimarmene, “ciò che è stabilito in sorte (dagli dei)”.

[17] Logos nel suo valore di “racconto veritiero, accertato, razionale e scientifico” non deve essere confuso con mythos (μυθος), “racconto fantastico, irreale, favolistico”

[18] Notiamo poi come in latino dalla radice leg- (la stessa da cui abbiamo il greco λέγω-λόγος) derivi lectio, che non equivale minimamente, come significato, a “logos”.

[19] Ricordiamo che in greco il termine arché vale sia “comando” che “inizio”; ed il verbo αρχω (archo) significa sia “io comando” che “inizio” (al medio “sono il primo”).

[20] Notiamo che il latino conosce anche il concetto di “diritto”: Jus < ju-/jug-, “unire, mescolare”.

 

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