Articoli precedenti:

Primo: In conspéctu divinæ maiestátis  tuæ

Secondo: In conspéctu divinæ maiestátis  / II

Terzo: In conspéctu divinæ maiestátis  / III

 

La propria identità deriva dalla propria storia, da una storia che racconta il patrimonio che viene trasmesso di generazione in generazione. La storia europea è una storia cristiana, che ha le sue fondamenta nel monachesimo, nelle autorità civili, in quel connubio benedetto fra principi cristiani e leggi statali voluto dalla Santa Sede e da quei nobili che scelsero di legare i propri piccoli o grandi Stati a Santa Romana Chiesa. Da qui sono scaturite nazioni che hanno donato al mondo progresso civile, sociale, intellettuale, scientifico e culturale. Talvolta insidiata, attaccata e minacciata lungo i secoli da governatori prepotenti o da eretici, la Chiesa è sempre riuscita a difendersi, rimanendo in piedi pur nelle sofferenze.

Non è possibile dirsi europei senza conoscere da dove si viene ed è per questa ragione che proseguiamo nel presentare le figure di chi ha inciso in maniera determinante a costruire la nostra identità e che la scuola, come la pubblicistica, infarcite di ideologia liberalmassonica e/o comunista, occulta da più generazioni.

Questa settimana rivolgiamo l’attenzione a due personalità, ancora di Casa Savoia, che, nonostante non siano state beatificate ufficialmente dalla Chiesa, possiedono il titolo di “beate” a livello popolare. La loro azione fu di respiro decisamente europeo.

Adelaide di Susa

In diverse cronache benedettine è definita «Beata Adelaide» e per l’appoggio dato alla Chiesa «figlia di San Pietro», ma il suo culto non è stato mai ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa.

Nella seconda metà dell’XI secolo le due principali marche italiane furono governate da Adelaide e Matilde di Canossa, cugine fra loro. L’istituto delle «marche» stava finendo, dando luogo ai marchesati, ma l’impronta di queste due potenti figure femminili è rimasta nella Storia, quella Storia negata da qualche generazione a questa parte. Adelaide è un’antenata della dinastia di Casa Savoia e fu proprio lei a portare i Savoia in Italia.

Adelaide di Susa, conosciuta anche come Adelaide di Torino (Torino, 1016 – Canischio, 19 dicembre 1091), fu margravia di Torino dal 1034 al 1091, governando con i suoi mariti (Ermanno IV, Enrico, Oddone), i figli (Pietro I e Amedeo II) e il nipote Federico di Montbéliard. Come moglie del conte Oddone di Savoia, fu anche contessa. Appartenente alla famiglia degli Arduinici, era figlia del margravio Olderico Manfredi II di Torino (figlio di Olderico Manfredi I e di Prangarda di Canossa, nonché nipote di Arduino il Glabro) e della contessa Berta degli Obertenghi, figlia di Oberto II, margravio di Milano, di Tortona e di Genova. Il suo matrimonio con Oddone di Savoia consentì ai Savoia, stirpe transalpina, di subentrare agli Arduinici in Piemonte. Infatti, la Marchesa Adeleaide di Susa, figlia di Olderico Manfredi e di Beta D’Este, sposò in terze nozze il conte Oddone di Savoia, terzo sovrano del Casato, figlio del Capostipite Umberto I Biancamano.

Pur essendo bella, considerava la caducità della bellezza e della ricchezza, valutando invece le virtù come gloria duratura.  Dotata di forte temperamento, non indugiava, se necessario, a castigare la corruzione delle alte personalità delle sue terre, compresi anche i vescovi, e, allo stesso tempo, premiava con magnanimità le nobili imprese cristiane e le attività caritatevoli.

Nei suoi possedimenti fece erigere diverse chiese e fondò molti monasteri, diventati importanti centri di studi e di storia. La sua protezione ai tanti monasteri sorti per sua volontà in Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia, fu tale che san Pier Damiani, Vescovo e Dottore della Chiesa, suo contemporaneo, affermò: «Sotto la protezione di Adelaide, vivono i monaci come pulcini sotto le ali della chioccia». Per la sua saggezza civile fu paragonata a Debora, giudice e guida militare del popolo d’Israele e ancora san Pier Damiani ebbe a scriverle: «Tu, senza l’aiuto di un re, sostieni il peso del regno, ed a te ricorrono quelli che alle loro decisioni desiderano aggiungere il peso di una sentenza legale. Dio onnipotente benedica te ed i tuoi figlioli d’indole regia»

Fra i suoi figli ricordiamo Berta (1051 – 1087), che sposò nel 1066 Enrico IV, Re di Germania e poi Imperatore del Sacro Romano Impero. Questi, però, tentò di ripudiarla, convocando a Magonza un Concilio, in cui prevalse l’opposizione del delegato papale San Pier Damiani. Poco dopo, nel 1077, Enrico IV venne in Italia portando con sé la moglie per ottenere da Papa Gregorio VII la revoca della scomunica. Egli dovette passare per i domini di Adelaide, anche perché gli altri passi alpini erano impediti dai suoi nemici, riuscendo ad ottenere, grazie all’intercessione della buona Berta, il supporto di Adelaide stessa, la quale decise ad accompagnare Enrico IV dal Papa a Canossa e con lei anche il fratello di Berta, Amedeo II di Savoia. Il perdono papale, ottenuto al prezzo di una profonda umiliazione da parte dell’Imperatore, generò il celebre modo di dire «Andare a Canossa».

Adelaide, mentre obbediva ed onorava il Pontefice, non s’inimicò l’Imperatore e per la sua mediazione fra il papato e l’Impero, Enrico le donò le terre del Bugey e, insieme a sua moglie Berta, tornò in Germania. L’umiliazione di Canossa fu il primo grande atto politico internazionale a cui la Casa Savoia abbia partecipato. A seguito della seconda scomunica di Enrico IV e della sua deposizione, mai revocata, Adelaide si trovò a dover essere mediatrice anche nella contesa tra Enrico IV e Rodolfo duca di Svevia, entrambi suoi generi (Rodolfo aveva sposato sua figlia Adelaide) ed entrambi pretendenti al trono.

Fu amata dagli italiani del tempo, che generalmente la chiamavano «la marchesa delle Alpi Cozie»; fu stimata dai suoi sudditi e temuta dai suoi avversari. Fu sepolta nella Cattedrale di Torino, ma la sua tomba scomparve. Ancora oggi viene venerata nella Cattedrale di San Giusto a Susa, nella quale, nel XVI secolo, le fu dedicata una statua.

Antonio di Savoia

L’Abate Antonio di Savoia era figlio illegittimo di Carlo Emanuele I e di Margherita di Roussillon de Châtelard, marchesa di Riva di Chieri (Torino) e nacque nel 1610. I fratellastri erano nati dal matrimonio del padre con Caterina Michela d’Asburgo e furono duchi sovrani di Savoia, mentre Maria Apollonia e Francesca Caterina vennero chiamate «venerabili infanti».

Antonio ricevette il titolo marchesale materno, fu conte di Montanaro e ricoprì numerose cariche: Decano della Savoia, abate commendatario di Hautcombe, di Fruttuaria e di Notre Dame d’Aulps, Governatore e Luogotenente Generale della città e del contado di Nizza. Ebbe la commenda dell’abbazia di San Michele della Chiusa fin dal 1642. Nel 1646-48 fu a Parigi, mentre nel 1650, su incarico della reggente Cristina di Francia, risiedette a Roma. Era un Anno Santo e ricevette la sorellastra Maria, terziaria cappuccina.

Alla Sacra di San Michele era annesso un territorio e l’Abate aveva le prerogative di un vescovo, sia in ambito materiale che spirituale. Il monastero benedettino, dopo sei secoli di vita, era stato soppresso nel 1622. Gli scontri bellici, in particolare contro le truppe francesi, avevano martoriato questi territori e anche la straordinaria Abbazia di San Michele aveva subito notevoli danni. Qui, nel 1661, don Antonio vi stabilì una cappellania, incaricando il suo segretario di recuperare i documenti attestanti i beni dell’abbazia per ristabilirne i diritti, la cui giurisdizione comprendeva ben 176 località.

Nel 1651 fu insignito della carica di Abate di Hautcombe dal nipote Carlo Emanuele II: «Il titolo era vacante da undici anni e l’abbazia pativa un disordine materiale e spirituale»[1]. La sua attività direttiva, amministrativa e spirituale si realizzò anche all’abbazia di Fruttuaria, presente nel territorio del Canavese in Piemonte; mentre a Montanaro, sempre nella stessa zona, fece realizzare dall’architetto Guarino Guarini il progetto per il Santuario di Santa Maria di Loreto.

Scrive il ricercatore Daniele Bolognini: «Presso l’Archivio Arcivescovile e presso l’Archivio di Stato di Torino sono conservate numerose sue lettere in cui si legge delle problematiche relative alla gestione delle abbazie di cui aveva la responsabilità. Le missive hanno toni cordiali e a tratti affettuosi, approntate a risolvere le necessità di cui viene informato. Sono contraddistinte dalla prudenza, si ricorre alla sua autorità in caso di disordini e malumori tra l’amministrazione locale e la corona»[2].

Fondamentale fu l’operato dell’Abate Antonio a Nizza, dove fu lungimirante Governatore, dove stabilì un sistema difensivo e dove riuscì a mediare complesse situazioni nel periodo in cui venne stipulato l’editto di Fontainebleau, emesso da Luigi XIV di Francia il 18 ottobre 1685, revocante  l’Editto di Nantes di Enrico IV, che aveva confermato ai protestanti la libertà di culto e aveva concesso loro diritti politici, militari e territoriali.

Decise di terminare i suoi giorni senza più incarichi, vivendo nella preghiera e nella pace. Morì a Chambery il 24 febbraio 1688 e fu sepolto nel chiostro dell’Abbazia di Hautecombe in Savoia. Per volontà di Vittorio Amedeo II gli successe nella carica di Abate di San Michele il celebre condottiero Principe Eugenio di Savoia-Soissons.  «Lo storico Gaudenzio Claretta dice che ebbe “singolare e veramente rara pietà e per l’esercizio d’ogni virtù più bella”»[3]. Nella Sala del Consiglio di Palazzo Reale di Torino, chiamata «Sala dei Beati», si trova un suo ritratto, commissionato da Re Carlo Alberto, inserito fra quelli di altri membri di Casa Savoia scomparsi in odore di santità.

 

[1] D. Bolognini, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/96258.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

 

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