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Primo: In conspéctu divinæ maiestátis  tuæ

Secondo: In conspéctu divinæ maiestátis  / II

 

In Italia la cultura di sinistra, che ha dettato legge dal secondo dopoguerra del Novecento nella pubblica istruzione, come nella pubblicistica e sui media, ha nascosto la Cristianità delle sue autorità civili. Così, seguendo il principio marxiano della lotta di classe, in questa visione sociale, dell’odio fra i più ricchi e più poveri, fra le autorità monarchiche ed i propri sudditi, si è nascosta la Storia che disturbava l’ideologia comunista, antiaristocratica e atea per eccellenza e per sua intrinseca natura. Purtroppo anche la Chiesa è rimasta coinvolta in questa cultura plumbea e di contrapposizione, un’ostilità rabbiosa che affonda le sue origini nella rivoluzione giacobina di Francia.

Purtroppo questa mentalità, di chiaro stampo rivoluzionario e sovversivo dell’ordine divino e naturale, ha condizionato lo stesso pensiero di buona parte degli uomini di Chiesa. Ecco, che, da dopo il Concilio Vaticano II, che non condannò il flagello comunista (in virtù dell’Accordo di Metz fra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa che si stabilì a Metz, in Francia, il 13 agosto 1962, in cui la Chiesa ortodossa russa   accettò di inviare osservatori al Concilio Vaticano II e, in cambio, il Vaticano si impegnò ad astenersi dal condannare il Comunismo. Le trattative si svolsero tra il Cardinale Eugène Tisserant e il Metropolita Nikodim), seminatore di morte per decine di milioni di persone, il Vangelo è stato manipolato a tal punto da divenire il manifesto dei cosiddetti «cattocomunisti». In Unione Sovietica e nei suoi Paesi satelliti la «Chiesa del silenzio» venne perseguitata e martirizzata, ma la diplomazia vaticana, con la politica dell’Ostpolitik, mise a tacere drammi e tragedie; mentre nel mondo Occidentale la mentalità atea ha pervaso sempre più ogni ambito della vita di ciascuno e della collettività in genere.

Così, se da un lato gli Sati europei hanno affossato la loro storia cristiana maturata attraverso determinate autorità degli Stati stessi, dall’altro la Chiesa si è sentita in dovere, considerando la religione un fatto non più pubblico, ma privato e non mettendo più il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo come atto dovuto a Dio e agli uomini, adeguarsi alle linee politiche in corso.

È proprio questa storia negata dalla prepotenza delle sinistre che noi andiamo a recuperare perché si sappia che fu la santità di molti nobili a diffondere il Vangelo nelle comunità non solo come fede interiore, ma come stile di vita, tanto privata quanto pubblica. Perché la fede, ovvero la Verità rivelata da Cristo, è un fatto che implica l’esistenza intera e non a pezzi. Leggi, normative, usi e costumi dell’Europa cristiana del passato sono stati il frutto di chi credeva che la propria autorità, piccola o grande che fosse, venisse dal Re dell’Universo. Per queste ragioni proseguiamo in Italia, con Casa Savoia, il nostro viaggio che ci porterà in ogni nazione europea, per non più ignorare la Storia della Cristianità di questo Continente, il più ricco di grazia divina.

Beata Ludovica di Savoia

Ludovica (Bourg-en-Bresse, 28 luglio 1462 – Orbe, 24 luglio 1503) era figlia di Amedeo IX di Savoia e di Iolanda di Francia. In giovane età condivise, con la sorella Maria, la prigionia della madre nel Castello di Rouvres (Digione), dove quest’ultima era stata rinchiusa per ordine di Carlo I di Borgogna detto «Il Temerario» e dove conobbe Padre Giovanni Perrin, che divenne suo direttore spirituale.

Liberata con la madre e la sorella per intervento dello zio Re Luigi XI, il duca di Borgogna fece imprigionare il suo pretendente Ugo di Châlon. Dopo la libertà concessa a quest’ultimo, Ludovica si legò con lui in matrimonio il 24 agosto 1479 e i due si stabilirono nel Castello di Nozeroy. La loro unione fu assai felice: Ugo condivideva la vita fortemente devota della sua sposa ed i coniugi furono presto amati dalla popolazione per le loro innumerevoli opere di carità.

Nel 1490 Ugo morì e Ludovica, assistita da Padre Perrin, si ritirò nel Monastero delle suore Clarisse di Orbe (Vaud) nel 1492. Qui condusse una vita austera, scrisse alcune meditazioni e un piccolo trattato sull’importanza del rispetto della regola monastica, andati perduti. Morì in odore di santità all’età di quarant’anni.

La sua compagna fedele che l’aveva seguita in convento, Caterina di Saulx, scrisse la sua prima biografia. Venne sepolta nel cimitero del convento ma nel 1531 le sue spoglie furono trasportate nel convento francescano di Nozeroy. Nel 1838 il governo francese, su richiesta di Carlo Alberto di Savoia, concesse l’autorizzazione ad effettuare gli scavi alla ricerca delle medesime, che furono trovate e riconosciute per poi essere traslate a Torino nella cappella interna di Palazzo Reale.

Papa Gregorio XVI dichiarò Ludovica Beata nel 1839.

Nel martirologio romano la festa della Beata Ludovica è indicata al 24 luglio.

Colletta della Santa Messa:

Deus, qui, in beáta Ludovica, per omnes vitae sémitas tradúcta, singuláre virtútis exémplum proposuísti:concéde; ut in via, qua nos vocásti, ejúsdem vestígia sequámur, et cum ipsa ad te perveníre mereámur. Per Dóminum nostrum Jesum Christum Filium tuum. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Beata Margherita di Savoia

Fra i 29 Beati dell’Ordine dei Domenicani è annoverata la Beata Margherita di Savoia. Il suo emblema sono tre frecce e la corona deposta. Colei che piegò la volontà dell’antipapa Felice V era imparentata con le principali famiglie reali d’Europa: suo padre era il conte Amedeo di Savoia-Acaja, mentre sua madre, Caterina di Ginevra, era una della sorelle dell’antipapa Clemente VII. Margherita si meritò l’appellativo di «Grande», fu infatti testimone d’evangelica grandezza nei differenti stati in cui Dio la mise alla prova, come figlia, sposa, sovrana, monaca, mistica.

Nacque nel castello di Pinerolo (Torino) nell’anno 1382 secondo la maggioranza dei suoi biografi; altri, invece, pongono la sua nascita nel 1390. La sua vicenda storica iniziò, quindi, poco dopo la morte di santa Caterina da Siena, in un periodo doloroso sia per le guerre continue tra i Signori del tempo, sia per lo sconvolgimento portato nella Chiesa dallo scisma d’Occidente.

A 12 anni rimase orfana dei genitori. Passò, quindi, con la sorella Matilde[1] sotto la tutela dello zio Ludovico, che per mancanza di eredi maschi diretti succedette al defunto Principe Amedeo. Primo pensiero di Ludovico di Savoia-Acaja fu di porre fine alle lunghe discordie fra Piemonte e Monferrato, e da ambo le parti non si guardò che a Margherita come pegno sicuro di pace duratura. Da decenni, infatti, il Piemonte era sconvolto per il suo possesso dalle guerre fra i Savoia, i marchesi di Saluzzo, i marchesi del Monferrato ed i Visconti di Milano. La giovane principessa, che in cuor suo già era orientata al chiostro, riconfermata ancora di più nel suo proposito dallo spagnolo Vicent Ferrer OP, che a quel tempo predicava in terra subalpina, decise di seguire la volontà di Dio e per amor suo e del prossimo accettò il matrimonio: se Cristo era stato crocifisso anche le sue aspirazioni potevano essere crocifisse.

Appena tredicenne, quindi, per ragioni di Stato, il 17 gennaio 1403 andò in sposa a Teodoro II Paleologo, marchese di Monferrato. Il marito aveva 39 anni e dal matrimonio nacquero due figli: Giangiacomo e Sofia. Il «17 gennaio 1403 Lodovico Principe di Acaja, andò in Asti con circa ottocento cavalli, per conferire alcune cose con Teodoro Marchese di Monferrato, col quale fece pace, e stette circa quindici giorni, dandogli per moglie Margherita sua nipote, figlia del fu Amedeo suo fratello»[2].

Nei quindici anni di matrimonio si prodigò per smussare le angolosità dello scontroso marito, per dedicarsi all’educazione dei figliastri e fece tutto il bene possibile per i poveri e i malati che a lei ricorrevano. Quando Teodoro divenne capitano della Repubblica di Genova fra il 1409 e il 1413 per liberare la città dall’occupazione francese, Margherita lo seguì e si adoperò senza riserve durante la peste del 1411 per portare soccorso alla popolazione stremata.

Dopo essere stata saggia consigliera del consorte e madre dei sudditi, rimase vedova nel 1418. Governò quindi il marchesato in prima persona quale reggente, sino alla maggiore età del figliastro. Si ritirò poi nel palazzo di Alba (Cuneo) di sua proprietà insieme alle sue più fedeli dame, per dedicarsi alla preghiera e alle opere di carità, rifiutando la proposta di matrimonio avanzata da Filippo Maria Visconti. Divenne terziaria domenicana e decise di fondare un monastero di monache domenicane con l’approvazione di Papa Eugenio IV; nacque così il Monastero di Santa Maria Maddalena in Alba tutt’ora esistente. La nuova vita religiosa di Margherita non fu però esente da travagli e difficoltà. Un giorno ebbe una visione di Cristo che le porgeva tre frecce, recanti ciascuna una scritta: malattia, calunnia, persecuzione, che realmente subirà. Le tre frecce, che attraversano il suo stemma nobiliare, ricordano che solo la croce accettata con Cristo conferisce alla persona la vera, imperitura nobiltà, che i secoli non possono cancellare.

Afflitta da una salute assai cagionevole, fu accusata d’ipocrisia, poi di tirannia nei confronti delle consorelle. Inoltre un pretendente da lei respinto sparse la voce che il monastero delle domenicane di Alba fosse un centro dove si sosteneva l’eresia valdese. Il monaco alla guida spirituale del suo monastero venne arrestato e quando Margherita giunse al castello per chiederne il rilascio, il portone le fu chiuso violentemente contro, tanto da fratturarle una mano. Nonostante tutte queste difficoltà, per circa venticinque anni condusse una vita ritirata di preghiera, meditazione, studio e carità. La Biblioteca Reale di Torino conserva un volume contenente le lettere di santa Caterina da Siena, che la beata Margherita volle copiare e rilegare. Proprio ad imitazione della santa senese, che durante la cattività avignonese si era spesa anima e corpo per il ritorno a Roma del Pontefice, Margherita si adoperò intensamente e con successo affinché suo cugino Amedeo VIII (1383- 1451), primo duca di Savoia, eletto antipapa con il nome di Felice V dal Concilio di Basilea[3], recedesse dalla sua posizione. Così avvenne: abdicò e depose la tiara. Tornato ad essere Amedeo di Savoia, continuò a guidare l’Ordine Mauriziano da lui fondato nel monastero sulle rive del lago di Ginevra e venne creato Cardinale e legato pontificio per gli Stati sabaudi e limitrofi. Il Cardinale Amedeo morì poi in fama di santità e oggi riposa nella Cappella della Sindone di Torino.

Degno di nota è ancora un misterioso avvenimento avvenuto proprio nel monastero fondato dalla beata Margherita e la cui prova documentaria è stata resa pubblica nell’anno 2000[4]: nel lontano 16 ottobre 1454, circondata da Madre Margherita di Savoia, dalle consorelle e dal confessore Padre Bellini, agonizzava la domenicana suor Filippina de’ Storgi (?-1454), cugina della fondatrice. Presente anche la superiora e fondatrice del convento, la Beata Margherita appunto, durante questa triste circostanza si verificò il fatto straordinario di cui recitano così i documenti: «Dicono le memorie schritte che là nella Lusitania c’è una chiesa in un paese che si chiama Fatima, edificata da una antenata della nostra Santa Fondatrice Margherita di Savoia, Mafalda regina del P.Gallo e figlia di Amedeo tertio di Savoia, e che una statua della Vergine SS.ma ha detto degli avvenimenti futturi molto gravi perché Satanasso farà una guerra terribile ma perderà perché la Vergine SS.ma Madre di Dio e del SS.mo Rosario di Fatima “più forte di ogni esercito schierato a battaglia” lo vincerà per sempre»[5].

Margherita di Savoia morì ad Alba il 23 novembre 1464, circondata dall’affetto e dalla venerazione delle sue figlie spirituali. Il Pontefice piemontese san Pio V, già religioso domenicano e priore del convento di Alba, nel 1566 permise per Margherita di Savoia un culto locale riservato al monastero, mentre Papa Clemente IX (1600- 1669) la beatificò solennemente il 9 ottobre 1669, fissandone la memoria al 27 novembre per tutto l’Ordine Domenicano. Il suo corpo incorrotto è oggetto di venerazione nella chiesa di Santa Maria Maddalena ad Alba, anche dopo il trasferimento del monastero in una nuova sede, avvenuto nel 1956.

Margherita di Savoia, grande ed attiva figura femminile del suo tempo, fautrice di pace e di concordia, meriterebbe di essere onorata quale compatrona del Piemonte, accanto al protovescovo vercellese sant’Eusebio.

Nel martirologio romano la festa della Beata Margherita è indicata al 23 novembre.

Colletta della Santa Messa:

 Deus, qui beátam Margarítam a saeculi pompa ad húmilimem tuae Crucis sequélam, toto corde transíre docuisti:concéde; ut ejus méritis et exémplo discámus peritúras mundi calcáre delicias, et in ampléxu tuae Crucis ómnia nobis adversántia superáre. Per Dóminum nostrum Jesum Christum Filium tuum. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Beata Maria Cristina di Savoia

Maria Cristina di Savoia era figlia di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo Lorena, è testimonianza di un profondo legame che esiste fra lei e il popolo del Sud, che fece suo. Ventiquattro anni appena di vita e tre anni di regno sono stati sufficienti per lasciare un’impronta indelebile nella storia: settentrionale per carattere e abitudini, è tuttora venerata come santa nel Mezzogiorno d’Italia.

Nacque il 14 novembre 1812 a Cagliari, dove Casa Savoia si trovava in esilio, essendo il Piemonte occupato dalle forze napoleoniche. Subito venne consacrata a Maria Santissima. Adolescente, dopo l’abdicazione del padre Vittorio Emanuele I a favore di Carlo Felice, il soggiorno a Nizza, il trasferimento a Moncalieri (dove il padre morì) e dopo una breve sosta a Modena, si stabilì con la madre e la sorella Maria Anna, che diverrà Imperatrice d’Austria, a Palazzo Tursi nella città di Genova. Tutte e tre nel 1825 decisero di recarsi a Roma per l’apertura dell’Anno Santo: la paterna benevolenza di Papa Leone XIII, la solennità delle sacre funzioni, la visita alle numerose chiese, ai tanti monasteri e alle catacombe fecero accrescere d’intensità la fede di Maria Cristina.

Appena ventenne, dopo la morte della madre, lasciò Genova, sola ed affranta, per volere di Re Carlo Alberto, che la invitò a raggiungere Torino. A sorreggerla e confortarla in tanto succedersi di lutti e distacchi, non le rimase che la sua salda e forte fede, così forte che avrebbe desiderato divenire monaca di clausura, ma Carlo Alberto, la Regina Maria Teresa di Toscana e l’entourage di Corte cercarono di dissuaderla, ricordandole le ragioni di Stato. Infine, il suo direttore spirituale, l’olivetano Giovan Battista Terzi, fece cadere ogni sua resistenza. Scriverà: «Ancora non capisco come io abbia potuto finire, col mio carattere, per cambiare parere e dire di sì; la cosa non si spiega altrimenti che col riconoscervi proprio la volontà di Dio, a cui niente è impossibile». Il 21 novembre 1832 nel Santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, presso Veltri, venne celebrato il matrimonio con Ferdinando II delle Due Sicilie. La Regina decise, in accordo con il Re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le loro nozze fosse utilizzato per donare una dote a 240 spose e per riscattare un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.

Il suo credo cattolico non fu un sentimento, ma un fatto di vita: ogni giorno assistette alla Santa Messa; non giunse mai al tramonto senza aver recitato il Rosario; suoi libri quotidiani furono la Bibbia e l’Imitazione di Cristo; partecipò intensamente agli esercizi spirituali; fermò la carrozza, ogni qual volta incontrasse il Santo Viatico per via e si inginocchiò anche quando vi fosse fango… in cappella tenne lungamente lo sguardo sul Tabernacolo per meglio concentrarsi su Colui ch’era padrone del suo cuore. Affidò la protezione della sua esistenza a Maria Santissima e donò il suo abito da sposa al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Toledo, dove tuttora si conserva con venerazione.

Non si occupò del governo dello Stato, ma fu assai benefica la sua influenza sul marito, che con coraggio si oppose alle idee risorgimentali e liberali. «Cristina mi ha educato», soleva dire Ferdinando II, avvezzo all’uso di espressioni talvolta indecenti, ed ella divenne la sua preziosa consigliera, trasformandosi nel suo «Angelo», come egli stesso la chiamava. Maria Cristina ottenne per molti condannati a morte la grazia e fra questi persino Cesare Rosaròll, il quale cospirò per uccidere Ferdinando II.

Fu donna di intelligenza non comune, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose. Le eccezionali esperienze mistiche e di estasi arricchirono il suo profondo cammino spirituale. Inoltre la sua umiltà e la sua carità erano immense e conquistarono i napoletani: inviava denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati, un tetto ai diseredati, assegni di mantenimento a giovani in pericolo morale, sosteneva economicamente gli istituti religiosi e i laboratori professionali, togliendo dalla strada gli accattoni.

L’opera più grande legata al suo nome fu la «Colonia di San Leucio», con una legislazione ed uno statuto propri, dove le famiglie avevano casa, lavoro, una chiesa ed una scuola obbligatoria. L’attività produttiva era basata sulla lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa.

Il 16 gennaio 1836 nacque Francesco II, l’ultimo Re di Napoli, che verrà detronizzato dalla nefasta e massonica impresa garibaldina. Ma il parto condusse alla morte la giovane Maria Cristina, morte che lei stessa aveva predetto e che accolse con rassegnazione, nella gioia di dare al mondo una nuova creatura di Dio. Era il 31 gennaio e le campane suonarono il mezzogiorno. Maria Cristina, con in braccio il tanto atteso Francesco, giunto dopo tre anni di matrimonio, lo porse al sovrano, affermando: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui».

Rivestita del manto regale, adagiata nell’urna ricoperta da un cristallo, venne trasportata nella Sala d’Erede per l’esposizione al pubblico. Per tre giorni il popolo sfilò in mesto pellegrinaggio per rivedere per l’ultima volta la «Reginella Santa», come ormai tutti la chiamavano. La salma venne tumulata nella Basilica di Santa Chiara (la stessa che accoglie le spoglie anche di Salvo d’Acquisto), dove si trova tutt’ora. Subito si verificarono miracoli e grazie per sua intercessione. Pio IX nel 1859 firmò il decreto di introduzione della sua causa di beatificazione. Nel 1958 l’autorità ecclesiastica dispose una ricognizione del corpo della Venerabile e, nonostante i danni provocati dal tempo, dall’umidità e dall’incuria, esso risultò intatto.

In seguito alla promulgazione del decreto su un miracolo ottenuto per sua intercessione, autorizzato il 2 maggio 2013, Maria Cristina di Savoia è stata beatificata nella Basilica di Santa Chiara a Napoli il 25 gennaio 2014.

Nel martirologio romano la festa della Beata Maria Cristina è indicata al 31 gennaio.

Colletta della Santa Messa:

Deus, qui in figúra huius mundi beátam María Christínam prudénti ardintíque caritáte decorásti et artificem in augmento Regni tui effecisti praesta nobis, eius exémplo et intercessióne ut de vero amóris tui (sic) thesáuro benefaciéntes accípere valeámus.Per Dóminum nostrum Jesum Christum Filium tuum. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

(3 – continua)

 

[1] Si unì in matrimonio a Ludovico III (1378-1436) , elettore Palatino del Reno della Casa di Wittelsbach dal 1410 al 1436.

[2] In «Historia Saluzziana» di Goffredo della Chiesa.

[3] Felice V fu antipapa dieci anni, dal 1439 al 1449.

[4] Cfr. C. Siccardi, Fatima e la Passione della Chiesa, Sugarco, Milano 2012.

[5] Ivi, p. 53.

[6] P. Garrigou Lagrange, I caratteri e i principi della spiritualità domenicana, Vita e pensiero, Milano 1935, pp. 301-302.

 

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