Le più antiche memorie dei Buffa risalgono ad anni remoti; la loro presenza in Piemonte è attestata sin dalla fine del XII secolo. Pietro Buffa fu nel 1194 teste in una transazione svoltasi in Porcile (antico castello nel Chierese, presso Poirino) tra il monastero di San Solutore di Torino e i signori di Castellinaldo.

Anche se non esistono al riguardo precise prove, non è improbabile l’appartenenza alla famiglia di quell’Amedeo Buffa, che, tra i personaggi più fidati del potente conte Uberto di Biandrate, dopo avere seguito Bonifacio I marchese di Monferrato nella IV Crociata, si stabilì a Costantinopoli, dove gli toccò una sorte terribile. Anche Ingeborg Walter, nella voce che è dedicata a questo antico rappresentante dei Buffa nel Dizionario Biografico degli Italiani (volume 14, 1972), riferendo delle sue origini italiane, propende per la provenienza proprio dal Piemonte, convalidando, anche dal punto di vista della critica storica contemporanea, l’opinione già espressa in primis dalla voce autorevole dell’Usseglio[1]. Possibile e verosimile, scendendo ancor più in dettaglio, che l’origine si possa collocare nel Pinerolese, ma affermarlo incondizionatamente, in mancanza di adeguati fondamenti documentali, come si è letto in qualche studio alquanto approssimativo, sarebbe azzardato. Nel 1204, in seguito alla conquista della Tessaglia, il marchese Bonifacio di Monferrato aveva concesso ad Amedeo l’importante baronia di Domocos, forse quale premio per il suo valore in battaglia. Dopo la morte del marchese, nel 1207, Amedeo Buffa fu uno dei capi della rivolta dei nobili italiani contro l’imperatore latino di Costantinopoli, Enrico di Hainaut. Nell’aprile del 1209, assediato in Larissa dalle truppe imperiali e di fronte a estreme difficoltà difensive decise di capitolare e, dopo alcune trattative e accordi, si sottomise all’imperatore che aveva dato prove di considerazione e stima.

 

Eugène Delacroix, Ingresso dei crociati a Costantinopoli, 1840, Musée du Louvre

 

La sua defezione rese più fragile la resistenza dei rivoltosi che ben presto dovettero capitolare. Enrico di Hainaut lo volle al suo fianco, conferendogli la carica, tra le principali dell’impero, che gli conferiva ampi poteri, di connestabile del Regno di Tessalonica, come ricorda il De Simoni[2] e fu tale pure del Regno di Tessaglia come annota il già citato Usseglio, il quale ricorda che di tali regni fu, a fianco di Uberto di Biandrate, il reggente dopo la morte di Bonifacio di Monferrato, in nome del figlio del piccolo Demetrio I[3].

Nella primavera del 1210, alla testa di cento cavalieri, Buffa cadde in un’imboscata tesagli da un antagonista del nuovo impero latino d’Oriente, il despota d’Epiro, Michele Angelo Comneno, il quale, dopo averlo catturato, considerando che l’esempio avrebbe terrorizzato i suoi nemici, lo fece crocifiggere, come ricordano antiche cronache e una lettera di Papa Innocenzo III risalente al 17 settembre di quell’anno.

Tornando al Piemonte incontriamo i più antichi rappresentanti di questo cognome in Pinerolo, città in cui vivevano, agli inizi del Duecento, Giovanni e Rollino; nell’ultimo quarto del secolo, vi fu un Bertramo, monaco nel monastero di Santa Maria, mentre Rufo sedeva nel consiglio di credenza della città nel 1290. Nel 1318 Giovanni fu uno dei riformatori degli statuti di Pinerolo; in quegli anni la famiglia figurava tra quelle legate alla corte dei principi d’Acaja, dei quali Nicoleto fu segretario nel Trecento. Nella prima metà del XV secolo Filippo era consignore di Cantogno, feudo per il quale presto omaggio nel 1420.

Più tardi troviamo i Buffa insediati anche in altre località del Pinerolese e in particolare in Cavour e nella confinante Bibiana, dove risiede il ramo destinato a distinguersi maggiormente nella storia piemontese in generale, ampliando il proprio orizzonte dall’originario Pinerolese. Nel 1688 parecchi rappresentanti del cognome, con tutta evidenza discendenti da uno stipite comune, consegnarono (ottennero la registrazione) in Cavour della propria arma gentilizia. Nel 1690 Matteo Buffa ottenne l’immunità fiscale per dodicesima prole[4].

In Cavour la famiglia si distinse nel corso dei secoli al fianco delle principali famiglie locali e anche del Pinerolese, partecipando all’amministrazione civile e religiosa. Diversi suoi membri versarono il proprio sangue per la difesa della comunità e della fortezza durante le aggressioni francesi cinque-secentesche. Nella battaglia di Staffarda del 1690 persero la vita due esponenti della famiglia, mentre un altro restava ferito.

Un ramo della casa unirà nel Settecento al proprio cognome il predicato di Perrero, avendo ricevuto l’investitura di quel feudo in persona di Luigi nel 1787. I figli di Luigi diedero origine a due distinte linee in seno alle quali si possono ricordare, tra altri personaggi degni di nota, Vittorio, capitano della brigata Casale, che giurò coi nobili nel 1822 congiuntamente al proprio cugino Giambattista; Emilia fu monaca visitandina in Torino; Vincenzo fu pretore nella seconda metà del XIX secolo; Carlo Emilio (1839-1895), fu ufficiale di stato maggiore, colonnello di fanteria e, stabilitosi in Cherasco, ne divenne sindaco. Di diversi altri esponenti della famiglia ancora si potrebbe dire. Ma ci limiteremo a ricordare ancora Carlo Alfonso Buffa di Perrero, leggendario eroe degli alpini, che si coprì di gloria nella prima guerra mondiale. Nato a Torino il 20 dicembre 1867, abbracciò la carriera militare. Entrò all’età di quattordici anni nel Collegio militare di Milano. Continuò gli studi nell’Accademia di Modena dalla quale uscì a vent’anni con il grado di sottotenente di fanteria. A ventidue fu richiesto in Eritrea, come ufficiale d’ordinanza del governatore. Dopo essere rientrato in Italia, la passione per la montagna lo spinse a chiedere il trasferimento al Corpo degli alpini. Nel 1894 venne assegnato al 4° reggimento, battaglione «Aosta», nell’ambito del quale organizzò plotoni scelti di guide e contribuì a migliorare l’addestramento e l’efficienza delle truppe alpine. Nel 1899, insieme al tenente Giuseppe Vignolo, conquistò, per il versante italiano, la vetta del Cervino, effettuando un’ascensione che in quel tempo era considerata particolarmente ardua e coraggiosa.

L’impresa fece scalpore e fu ripresa con ammirazione dagli organi di stampa, anche perché per la prima volta veniva compiuta da ufficiali del regio esercito in divisa.

Nel 1903, promosso capitano, passò al 2° e poi al 3° reggimento alpini nei quali condusse una minuziosa attività di studio del sistema difensivo e offensivo montano, in particolare lungo i confini nord-orientali d’Italia. Nel 1914 partecipò con il battaglione «Fenestrelle» alla guerra di Libia dove meritò un encomio solenne per il comportamento nel combattimento di Raulam, in Cirenaica. Rientrato in Italia, venne inviato sulla frontiera italo-austriaca, dove la sua conoscenza dei gruppi montani fu preziosa. Preso il comando del battaglione «Cadore», lo condusse alla conquista di importanti posizioni in territorio nemico e, soprattutto, dopo l’epica battaglia, in cui fu ferito due volte (e che gli valse la medaglia d’argento al V. M.) del Monte Cristallo che fu definita una «prova fulgida di eroismo collettivo». Non ancora pienamente ristabilito lascio l’ospedale. Promosso tenente colonnello, ebbe il comando del 138° fanteria, facente parte della brigata Barletta. «instancabile preparatore di mezzi e di animi per la gloriosa conquista di Gorizia», si narra sentisse la mancanza, della forte fibra e determinazione dei suoi montanari, ma i fanti non furono da meno, dando, sotto il suo comando, ripetute prove di valore.

Nell’avanzata del novembre 1916 guidò con successo i suoi uomini alla conquista della zona del Monte Faiti facendo notevolmente arretrare il nemico. Durante i combattimenti, come sempre in prima linea, cadde ucciso da una granata austriaca. Fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare per le ripetute prove di coraggio. Grazie al suo operato fu in quei frangenti ottenuta la vittoria dell’esercito italiano e il consolidamento delle posizioni conquistate. La morte l’aveva sfidata più volte e messa in conto coscientemente. Alla moglie, che temeva per lui (e che forse l’aveva implorato di essere prudente) scrisse, non molti giorni prima di morire: «Faccio quello che deve fare un soldato che può portare la fronte alta: ho la coscienza tranquilla ed avvenga [ciò] che può. Ti prego di aver forza e coraggio quanto basta, perché io desidero che tu mi secondi [sostenga] con tutto il tuo coraggio di donna, che voglio sia di sposa cara sopra ogni cosa, ma di donna italiana»[5]: in queste parole vi era più di un presagio.

Merita riferire delle sue decorazioni al valore.

Da Maggiore degli Alpini:

Argento, Monte Cristallo, 21 ottobre 1915, con la motivazione: «Avendo fatto tentare successivamente l’assalto di una trincea nemica, lungo una sottile e difficile cresta di ghiaccio, da due squadre comandate da ufficiali, delle quali tutti i componenti rimasero morti o feriti, si poneva egli stesso alla testa di una terza squadra, e si slanciava all’assalto, riportando due ferite»[6].

Da Tenente Colonnello del 138° Reggimento Fanteria:

Oro, Locwizza Kostanic, 1-4 novembre 1916: «Alla testa del suo reggimento, con sereno sprezzo del pericolo, lo condusse alla conquista di una forte e contrastata posizione nemica. Superata, con meraviglioso ardimento e mirabile slancio, sempre in linea, proseguì nell’azione inseguendo il nemico, frustandone ogni tentativo di resistenza, spingendosi fino alla linea più avanzata del campo di battaglia. Ivi, con insuperabile serenità ed incrollabile fermezza, per un’intera notte e fino al mezzogiorno dell’indomani, seppe, col suo valoroso reggimento, resistere agli accaniti contrattacchi dell’avversario ed alle sue ripetute minacce di avvolgimento, assicurando così la completa brillantissima vittoria conseguita dai nostri nel pomeriggio dello stesso giorno. Sulla, stessa linea più avanzata, trovò morte gloriosa mentre si studiava di affermare la vittoria col consolidamento delle posizioni conquistate».

Nel 1917, su proposta di Giovanni Giolitti, il consiglio comunale di Cavour deliberò che fosse apposta una lapide commemorativa sulla casa in cui egli abitò[7].

A Cortina d’Ampezzo ne rievoca il nome il «Bivacco Carlo Buffa di Perrero», costruito sul Monte Cristallo, a quota 2.700 metri.

 

L’ardito Bivacco Carlo Buffa di Perrero nel cuore del Monte di Cristallo è raggiungibile solamente percorrendo la ferrata Dibona oppure in elicottero

 

La straordinaria struttura  è stata una caserma, un riparo e un ricovero per gli Alpini a partire dalla prima guerra mondiale. Per due anni è stata inagibile per un’intensa nevicata che l’ha fatta collassare, ma nell’estate di quest’anno è stata ripristinata  grazie agli Alpini del 6° Reggimento, guidati dal comandante, il colonnello Italo Giacomo Spini 

 

 

[1] Leopoldo Usseglio, I marchesi di Monferrato in Italia ed in Oriente durante i secoli XII e XIII, edizione postuma curata da Carlo Patrucco, Casale Monferrato, Stabilimento Tipografico Miglietta, 1926, vol. II, p. 308. V. anche: Giuseppe Cerrato, La famiglia di Guglielmo il Vecchio, marchese di Monferrato nel XII secolo, estr. da “Rivista Storica Italiana”, vol. I, fasc. III, 1884, Torino, Fratelli Bocca, 1884, p. 23.

[2] Cornelio Desimoni, Il marchese Bonifacio di Monferrato e i trovatori provenzali alla corte di lui, in “Giornale linguistico”, anno V, 1878, pp. 241-271 e in partic. 148-149.

[3] Usseglio, I marchesi di Monferrato cit., p. 262.

[4] Le immunità fiscali concesse per sostenere le famiglie numerose hanno radici remote. Già note nell’antica Roma, furono in progresso di tempo recepite, pur in forme differenziate, negli ordinamenti di molti Stati europei, inclini, generalmente, a perseguire politiche demografiche espansionistiche. Per un rapido inquadramento di questo istituto, potente stimolo per lo sviluppo demografico anche in età moderna, cfr. le brevi mie note L’immunità per dodicesima prole nel Piemonte di Antico Regime, in “Studi Piemontesi”, vol. XVII (1988), 1, pp. 139-144. All’immunità, provvedimento interclassista anche se ne fruirono con notevole larghezza le famiglie della nobiltà potevano accedere tutti i sudditi sabaudi che avessero avuto almeno dodici figli, computati in base a specifiche normative).

[5] “La Stampa”, 12 dicembre 1927, p. 4.

[6] Istituto del nastro azzurro. Sezione di Torino, Decorati al valor militare di Torino e provincia, 1833 1933, Torino, Giovanni Chiantore, Successore Ermanno Loescher, 1933, p. 173.

[7] “La Stampa”, 18 ottobre 1917, p. 4.

 

 

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