Il 26 dicembre 1889, quando si diffuse la notizia che Stefano San Pol Gandolfo aveva chiuso gli occhi per sempre, molti uomini politici italiani – al gran completo quelli di sinistra, ma non solo loro – tirarono un sospiro di sollievo.

Con San Pol scompariva uno dei polemisti più coraggiosi e anticonformisti dell’epoca risorgimentale, un giornalista integerrimo che aveva saputo tenere in tensione per quasi mezzo secolo la classe politica dominante, prima nel Piemonte preunitario e poi, si può dire, in tutt’Italia. Preso di mira per i suoi scritti, vulcanico ed irrequieto per natura, diede vita a numerosi giornali quotidiani e settimanali e pubblicò scritti politici e polemici in volumi che costituiscono oggi delle autentiche rarità bibliografiche, poiché i destinatari dei suoi attacchi ne fecero incetta per decenni, distruggendo, secondo parecchie testimonianze, le copie che riuscivano a reperire. In alcuni casi i suoi giornali furono distrutti in gran quantità in esito a sequestri censori o addirittura in occasione di veri e propri violenti assalti alle sue abitazioni o magazzini da parte di forze “liberali” e socialisteggianti[1].

I suoi avversari, ma si potrebbe correttamente utilizzare il termine “nemici” (e nemici erano pure della Chiesa), lo attaccavano, talvolta, facendosi scudo con un suo presunto astio contro i sovrani oltre che contro i “liberali”. In realtà San Pol fu legato ai suoi Re, pur non tacendo in diversi casi – e talora senza mezze misure – la sua disapprovazione in ordine a determinate scelte che in più casi giudicò esito di un condizionamento politico al quale era ben conscio che non fosse facile sfuggire o sottrarsi, in relazione a pressioni sia interne, sia internazionali. Piuttosto nota una vicenda da lui stesso narrata, secondo cui sarebbe stato vittima di un tentativo di omicidio, tentativo da porsi in relazione, vuole qualcuno, all’annuncio che avrebbe presto dato alle stampe un volume dai contenuti scabrosi sulla vita privata di Vittorio Emanuele II. Vi è chi sostiene che tale volume non fu pubblicato per varie vicissitudini a cui si accenna più avanti, ma basta scorrere le pagine del fortunatissimo volume il Quaresimale del “Contemporaneo” dinanzi la Corte di Torino (uscito a puntate, poi a Firenze, Tip. Virgiliana Editrice, 1863; Malta, snt, 1864, tre ulteriori edizioni fiorentine nello stesso anno; quinta ed., Prato, Tip. Giachetti Figlio e C.i, 1868 e una traduzione francese[2]) per rendersi conto che molti contenuti vi si collegano[3]. San Pol non fu inviso, vari indizi consentono di ritenerlo, né a Carlo Alberto né a Vittorio Emanuele II. Certamente ne suscitò in qualche occasione l’ira, ma è lecito supporre che i due sovrani non disprezzassero in cuor loro, ove fossero stati pienamente padroni delle proprie scelte, il modello che loro proponeva. Nonostante ne fosse un censore costante, severo e più volte polemicissimo, occorre annotare che il suo atteggiamento poteva apparire quello di un figlio in polemica col proprio padre, inflessibile, magari, ma non propriamente ostile.

La figura stessa di San Pol (o Sampol, Sanpol come variamente si firmava) è stata oggetto, si può dire, di una sorta di congiura del silenzio, anche se non si può escludere che a determinarla non sia stata solo l’avversione politica dei “vincitori” di fronte a chi non esitava a definirsi a piena voce reazionario, ma anche un giudizio comunque negativo per certi suoi estremismi, per la sua incontenibile verve polemistica e per qualche faciloneria. Sarà, comunque, inutile cercarne un cenno biografico soddisfacente persino nei principali “depositi globali” della cultura italiana, quali possono essere considerate le enciclopedie edite dalla Treccani (non fa eccezione, salvo recenti integrazioni, il Dizionario Biografico degli Italiani) e dall’Utet. Per la verità almeno nella Treccani si possono trovare alcune notizie che lo riguardano, anche se fuggevoli e non esenti da imprecisioni, alla voce Giornale. Chi voglia documentarsi sull’attività di giornalista di San Pol deve riferirsi, perciò, necessariamente ad alcune, non sempre agevolmente reperibili, pubblicazioni specialistiche o a vecchie opere enciclopediche ormai introvabili, quali il Lessico ecclesiastico pubblicato dalla Vallardi all’inizio del ‘900. In quest’ultima opera la voce dedicata a San Pol dimostra che se molti lo detestavano, altri ne apprezzavano incondizionatamente l’operato: «Fu uno dei più celebri pubblicisti di parte cattolica – inizia la scheda del Lessico a lui intitolata – fornito di carattere adamantino, di coraggio indomito e d’ingegno potente […] ebbe vita attivissima e travagliata».

Dopo studi in medicina a Cagliari e avendo fatto le sue prime prove in campo letterario quale poeta, San Pol venne a Torino nel 1844 ed abbracciò la carriera giornalistica. Nel 1848 fondò e diresse l’ultraconservatore quotidiano «Giornale degli Operai», presto soppresso, ma risorto col nome «Lo Smascheratore», che ne rappresentò beffardamente la continuità. Nel 1852, dividendo la propria attività tra Cagliari e Torino, diede vita a «L’Eco di Sardegna». Pur proclamandosi fedele alla dinastia sabauda, detestava le scelte politiche di Vittorio Emanuele II (al quale pure era stato legato da rapporti d’amicizia) che si propose di stigmatizzare tentando di pubblicare il volume di cui si è detto poco sopra: una scandalistica Storia intima e regia del sovrano. Si vuole che il manoscritto sia stato abilmente tolto dalla circolazione dal governo sabaudo, che lo avrebbe fatto acquistare attraverso l’ambasciata piemontese a Parigi, di modo che non se ne fece più nulla. Tuttavia, come si è detto poco più indietro il suo presumibile contenuto echeggia in altre opere. San Pol dopo quest’episodio fu di fatto costretto ad abbandonare Torino ed iniziò una sorta di crociata errabonda, fondando in parecchie città italiane combattivi quotidiani e settimanali con cui avversò il movimento unitario, le idee liberali e democratiche (che a suo avviso poco avevano a che vedere con la vera libertà), dimostrandosi in modo sempre più esplicito sostenitore del potere temporale del Papa e di un legittimismo monarchico che lo portava a divenire il paladino di ciascuna delle dinastie regnanti in Italia. A Firenze fondò «Il Contemporaneo», veemente sostenitore del partito “granduchista” e il «Monitore domestico»; a Napoli diresse il «Crociato», a Bologna il «Patriota Cattolico» ed ebbe parte in tanti altri giornali sparsi per tutta la penisola.

L’intransigenza e la verve polemica che caratterizzavano la sua attività giornalistica gli crearono enormi problemi. Fu costretto a sostenere cause con i maggiori quotidiani di sinistra e “democratici”; probabilmente nessuno più di lui fu perseguitato dall’azione della censura; subì, come già si è accennato, numerosi sequestri (il solo «Contemporaneo» nel corso della sua non lunga vita fu sequestrato 34 volte), nonché processi e querele. Nel 1861 creò addirittura un giornale, «L’artigianello», per finanziare con i proventi delle vendite le multe e le spese legali e processuali che lo dissanguavano. Più volte i suoi avversari politici organizzarono autentiche campagne diffamatorie, cortei e pubbliche manifestazioni contro di lui, tra le quali si è riferito in nota di quella fiorentina del 1862.

La giovanile esperienza giornalistica torinese rappresentata da «Lo Smascheratore» rimane uno degli esempi più interessanti dell’attività di San Pol. Anche molte copie dello «Smascheratore» fecero la fine degli altri scritti del polemista; ci resta memoria di vari episodi in cui il giornale venne pubblicamente dato alle fiamme. Giuseppe Tuninetti in un articolo del 1982 sottolineò l’estrema rarità della testata, segnalando che se ne conservava nelle biblioteche pubbliche torinesi una sola raccolta, presso il Museo del Risorgimento, riferita a un brevissimo periodo e per di più lacunosa. Oggi la consultazione via Internet del catalogo collettivo delle biblioteche piemontesi consente di reperire raccolte del quotidiano, di diversa consistenza, anche presso la Civica di Torino, nonché presso l’Istituto di Studi Rosminiani di Stresa e le biblioteche del Seminario di Cuneo e Mondovì. Una mitica rarità, insomma.

 

 

 

La visione anticomunista di San Pol si sviluppava all’interno di vedute ampie e di respiro europeo. A suo dire un conflitto d’importanza enorme avrebbe caratterizzato gli anni a venire: «[…] la lotta dell’ordine e della libertà contro l’anarchia e il comunismo». In quest’ottica egli auspicava (con una lucidità che i posteri assai meglio dei suoi contemporanei possono apprezzare) la diffusione di un’organizzazione internazionale per la propaganda antisocialista che potesse fare da contraltare all’enorme sforzo propagandistico prodotto dai “socialisti” di tutt’Europa; nella sola Francia, secondo una notizia ripresa dallo «Smascheratore» da fonti ufficiali transalpine, tra il gennaio 1840 e il primo agosto 1849, furono pubblicate oltre ventimila opere dedicate «alla scienza sociale, al fourierismo, comunismo e socialismo di tutte le scuole».

Frequenti sono nel quotidiano gli inviti al Re affinché non si leghi ai rivoluzionari, «setta e non popolo», che vogliono snervare il suo potere e nei confronti dei quali la «troppa pietà e tolleranza sono crudeltà» verso la patria e il popolo.

La vena polemica di San Pol non fu fiaccata dallo scorrere degli anni. Le multe e le condanne si accumulavano, i processi si ripetevano, le calunnie di cui si è detto contro di lui (e addirittura contro sua moglie) erano fatti ricorrenti, ma lui non si piegò e continuò ad essere il censore non solo dei politicanti e dei giornalisti di sinistra italiani, ma anche di vari ministri e capi di Stato stranieri. Ne abbiamo l’esempio in una frase contenuta nel citato Quaresimale…, con cui colpì ad un tempo Napoleone I e, per mezzo suo, l’altro Bonaparte, Napoleone III, che sedeva in quell’anno sul trono di Francia ed era uno degli uomini più potenti del momento: «So che Napoleone I è chiamato grande; so che vi sono degli scimuniti, che perché vinse cento battaglie, lo battezzano un genio, e lo collocano fra gli eroi. Fu celebre, è vero, ma per delitti. Chiamiamolo dunque il più famoso usurpatore e il più celebre ladro. Non ci lasciamo illudere, che è tempo. Il briccone, se è un grande, si dee chiamare un grande briccone; e la sua fortuna infamia, non gloria».

L’agire disinteressato, il giornalismo controcorrente in difesa di un modo di percepire la vita che lentamente stava soccombendo, l’indisponibilità a scendere a compromessi, le battaglie giudiziarie non giovarono a San Pol. Erede di una famiglia ricca ed influente di Alghero (dove era nato nel 1822 o 1820 secondo altre fonti), quando morì in Roma nel 1889, nell’ospedale Fatebenefratelli, aveva ormai consumato l’intero proprio patrimonio e si può dire che fosse povero in canna. Molti suoi avversari politici, al contrario, si erano arricchiti e, in qualche caso, si erano guadagnati un posto nella storia.

 

 

 

[1]   Di un caso si può dettagliatamente leggere sul quotidiano “Il Faro. Giornale politico. Letterario e commerciale”, a. I, sabato 8 febbraio 1862, p. 3:

«Firenze, 6 Febbraio 1862. Un’altra dimostrazione, non meno imponente di quella che ebbe luogo Domenica, è avvenuta in Firenze ieri sera alle ore 7 1/2 circa, contro San Pol direttore del Contemporaneo. – Una lettera, diretta da esso al General De Sonnaz (pubblicata nel Contemporaneo di ieri), la quale sfacciatamente insultava il nostro Re e il nostro valoroso esercito, e le sue continue ingiurie contro i liberali, chiamando gentaccia pagata, ladri o borsaioli tutti coloro che presero parte alla dimostrazione del 2 corrente, furono quelle che la provocarono.

Il popolo fiorentino, che da lungo tempo sopportava malvolentieri i suoi insulti e il suo impudente linguaggio, mosso à sdegno da quelle parole, si riunì all’improvviso ed in grandissimo numero, sotto l’abitazione di San Pol, gridando: Abbasso il Contemporaneo!… entrò in casa (*) e dalle finestre gettò tutti i numeri del giornale.

San Pol, udite le prime grida, si rifugiò nella soffitta, e li fu trovato dal popolo, al quale egli raccomandandosi, urlava: son Costituzionale! …. son costituzionale anch’ io! ….

Per lui sarebbe stata quella forse l’ultima ora, se il Prefetto di Firenze, con uno zelo ed un coraggio che altamente l’onorano, non si fosse recato immediatamente sul luogo, e non avesse calmato con gentili, nobili ed amichevoli parole la popolare agitazione, promettendo di fare quanto dal canto suo poteva per reprimere l’insolenza di questi vili nemici. Esso allora fu salutato da unanimi applausi, ed alle ore 14 terminava la dimostrazione.

Il San Pol fu subito condotto in Fortezza da Basso per guarentire la sua persona e li trovasi tuttora.

(*) Il popolo non entrò in casa dalla porta, ma da una finestra che aprì un cittadino, dopo esser salito sopra una scala le quale, per esser troppo piccola, veniva sostenuta sulle spalle da due robusti uomini. Dietro lui, e su quella medesima scala, salirono molte altre persone, finché, la porta dell’abitazione non fu aperta.

[2] Quarante vérités dites a la cour de Turin, par Etienne San-Pol, Rédacteur en chef du Contemporaneo de Florence, Paris, P. Brunet, 1865.

[3] Per incentivare la sottoscrizione dell’opera il San Pol diede alle stampe nel 1860-61 un volume strenna con la raffigurazione di numerosi personaggi alcuni ritratti dei quali furono aggiunti in successive tirature. L’opera si apre col ritratto di Pio IX al quale segue, significativamente prima tra tutti, la Venerabile principessa Maria Cristina, sabauda, qui verosimilmente rappresentante specialmente le Due Sicilie). Seguono i ritratti di cardinali (Giacomo Antonelli, Filippo De Angelis, Nicholas Patrick Stephen Wiseman, Sisto Riario Sforza, Filippo Maria Guidi), di  sovrani e principi spodestati o destinati a esserlo di lì a poco dal nascente Regno d’Italia (Francesco II e Maria Sofia di Napoli; Leopoldo II, Ferdinando IV, Maria Antonietta, Carlo di Toscana, Maria Annunziata di Lorena; Francesco V e Adelgonda Augusta di Modena; Maria Luisa e Roberto I di Parma; conte e contessa di Trapani; Enrico V) di prelati famosi (I Monsignori Francesco Saverio de Mérode; Vincenzo Spaccapietra; Tipaldi; Canzio; Félix Dupanloup; i padri Giovanni Perrone, Angelo Secchi, Agostino Bausa [poi cardinale arcivescovo di Firenze]) e di altre personalità che agli occhi di San Pol dovevano probabilmente costituire, a fianco di quanti già citati, una sorta di geografia biografica per immagini del legittimismo, se vogliamo della “reazione” europei; tra esse: il conte Charles de Montalembert; il principe Andrea e la principessa Luisa Corsini [possibili finanziatori?]; Lord Normamby [sic, per Normanby, con riferimento a Constantine Phipps, che fu l’ultimo ministro inglese presso la corte granducale]; conte Rechberg, incaricato d’affari imperiale; marchese Scipione Bargagli;  generale Leonide Lamoricière; generale Agostino Saccozzi, comandante supremo delle truppe del Ducato di Modena; Georges de Rarécourt de la Vallée marchese di Pimodan, generale dell’esercito pontificio; Franco Beneventano del Bosco, generale borbonico; chiude la serie Giuseppe Bastia, co-direttore dell’Osservatore Romano.

 

 

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