«Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, li si fornisce di un’altra cultura, si inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è stato. E il mondo attorno lo dimentica ancor più in fretta», con queste parole dello scrittore ceco Milan Kundera, Pucci Cipriani apre il suo libro, Napoli, Città del trono e dell’altare. Omaggio alla Capitale del Regno delle Due Sicilie, pubblicato in questi giorni da Solfanelli e presentato con successo venerdì 27 maggio a Borgo San Lorenzo (Firenze) nella Saletta comunale «Pio La Torre» alla presenza dell’autore, il saluto di Francesco Atria (Consigliere comunale di Borgo San Lorenzo), l’introduzione di Ascanio Ruschi (giurista e condirettore di «Soldati del Re»), che ha presieduto l’incontro e ha redatto la postfazione al testo, e gli interventi di Lorenzo Gasperini (docente di Filosofia) e Guido Scatizzi (Avvocato canonista e docente).

Il pregevole lavoro di Cipriani, da sempre grande cultore del Sud e amante di Napoli, anche per aver avuto l’opportunità di viverci e di insegnare nella città partenopea, si inserisce perfettamente nel contesto attuale, dove, attraverso l’ideologia prima di stampo comunista poi l’ideologia globalista, cultural-economica, i detentori del potere maggioritario in Occidente sono determinati a cancellare, anche dalle scuole, l’appartenenza alla propria identità territoriale. Il maneggevole e interessante saggio è dedicato a S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Castro, e a don Cristian Comini, Cavaliere di Gran Croce di Grazia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Carlo di Borbone ha scritto una lettera all’autore, pubblicata all’inizio del libro, per congratularsi del suo costante e instancabile impegno «di difesa che ha intrapreso a favore della tradizione e dei suoi valori».

In queste pagine, come rileva lo stesso prefatore, don Gabriele D’Avino FSSPX, c’è tutta la Napoli ricca di tradizione e di bellezze, con le sue personalità storiche, i suoi colori, i suoi profumi e la poliedricità dei luoghi: i re Borbone, il caffè, san Gennaro e santa Patrizia, Salvo d’Acquisto, la Madonna del Carmine… La preparazione storica e letteraria di Cipriani viene racchiusa in un vivace mosaico di ricordi, aneddoti, guizzi di memorie che si sposano con la piacevolezza del bel scrivere, che scorre con maestria. Tutto ciò giace sui valori eterni di una cultura cattolica straordinaria che ha donato ovunque nutrimento per le menti, per le anime e per i cuori. Napoli, con la sua vivacità, il suo sole esteriore e interiore, i suoi variopinti e “gridati” mercati, la sua goliardia e spensieratezza, riempie l’aria di melodie indimenticabili e di caratterizzazioni ironiche e poetiche dalla sinfonia inconfondibile, unica al mondo. Il valore di Napoli. Città del trono e dell’Altare sta soprattutto e finalmente dall’uscire dai luoghi comuni che la sinistra e i media ad essa legati hanno appiccicato a questa città, una propaganda crudele e nauseante, sulla quale ha fatto la sua fortuna mondana Roberto Saviano. No, qui non troverete la depressiva Camorra, il borseggio, il gioco delle tre carte… realtà che certo esistono, ma non sono certo l’essenza di Napoli e di tutti i napoletani.

Pucci Cipriani, come annota, ha riletto ultimamente un libro “razzista” nei confronti degli abitanti del Sud, L’Inferno – Profondo Sud, male oscuro di Giorgio Bocca, pubblicato da Mondadori nel 1992: «Bocca è uno scrittore che, a differenza di Saviano conosceva la grammatica e la sintassi e soprattutto non faceva copia-incolla usando il lavoro altrui, ma che aveva, nei confronti dei napoletani, la stessa “puzza sotto il naso”, gli stessi pregiudizi che avevano i colonizzatori piemontesi [quelli liberal-massonici ndr] e che si tramanderanno, di padre in figlio, quei circoli radical-chic, quei comunisti senza partito che furono gli azionisti, quei liberali di tutte le tinte, che, in nome del progresso, avrebbero voluto cambiare i cervelli e, soprattutto, l’animo della gente del Sud» (pp. 15-16), cosa che mai sarebbe accaduta se avesse vinto quella concezione politica controrivoluzionaria, molto presente in Piemonte  in virtù del pensiero di Joseph de Maistre, delle Amicizie Cristiane, dei Santi piemontesi, del millenario attaccamento alla Chiesa dei conti, duchi e sovrani sabaudi fino alla virata rivoluzionaria di Vittorio Emanuele II. Quella concezione sanamente reazionaria incarnata, per esempio, dalla Regina delle Due Sicilie, Maria Cristina di Savoia, madre dell’ultimo sovrano del Sud di Casa Borbone, Francesco II.

 

Le chiese a Napoli sono molteplici, nel corso del tempo si è costituito un patrimonio tale che nel XVIII secolo prese ad essere chiamata la «Città dalle 500 cupole»

 

Non tutti i piemontesi, come ben sappiamo, sposarono il liberalismo, fu il governo insieme ad intellettuali e giornalisti a sferrare un durissimo, violento e persecutorio attacco nei confronti non solo della Chiesa, ma di tutti coloro che, compresi notabili, politici, letterati, filosofi, scienziati, giornalisti… si ersero contro il Risorgimento e contro quella rivoluzione anticattolica che andava contro il bene e la vera libertà dei popoli d’Italia.

Paradosso vuole che nessuno non scriva nulla in merito all’islamizzazione forzata di ampi quartieri napoletani, dove lo spaccio, la criminalità e il malaffare si integrano perfettamente dove lo Stato è latitante e avalla una presenza che lacera il tessuto sociale. Un giorno è stato posto uno striscione di provocazione «Piazza dell’Islam – Già piazza Garibaldi» e al professor Cipriani sono giunti commenti realistici che si possono così sintetizzare: «Non è che tra gli islamici e Garibaldi ci sia molta differenza, ambedue sono “colonizzazioni” del nostro popolo» (p. 16).

Toccanti e commoventi sono le parole che l’autore dedica alla «Maronna Bruna», ossia alla Madonna del Carmine, portata a Napoli dai frati del Monte Carmelo della Galilea intorno al 1200 mentre scappavano dai saraceni, e verso la quale la devozione genuina assume forme tradizionali che incantano e aiutano a capire che ci sono valori cristiani che non potranno mai passare di moda, sebbene la volontà rivoluzionaria, anche della Chiesa conciliare e postconciliare, abbia agito per spazzar via la pietà popolare, ciò che la teologia moderna considera “vetusti usi religiosi” delle vecchine… ma quelle vecchine, di quando “ragionavano” quei teologi, oggi non ci sono più e sono state sostitute dalla nuova generazione, che continua a pregare ed invocare la «Maronna Bruna». «Ancor oggi tanti fedeli si affidano alla Madonna del Carmine e, come avevano fatto i loro avi, specie nei momenti difficili della vita, indossano quell’abbetiello che ha protetto e protegge dalle fiamme infernali, come ben descrive il poeta dialettale Gennaro di Franco in una bellissima poesia, A cchiù bella ‘e tutt’ ‘e mamme, che io ho sempre fatto imparare a memoria ai miei alunni (e non soltanto a quelli di Napoli) dove, dopo aver paragonato la “Madonna Nera” al più bel fiore dei fiori del cielo, a una stella polare che ogni persona guarda senza “s’abbaglià” la proclama Riggina ‘e nu rione/che chiagnenno chiamma a Ttè…» (pp. 34-35).

La gente non vuole la rivoluzione, resiste con le sue tradizioni, ma tutt’intorno cambia, eccome… le catene multinazionali con le loro filosofie di vita e di gusti occupano il suolo, come fa Mc Donald. Le oscene discoteche pervertono la gioventù, come pure le «Movide», dove scorrono torrenti se non fiumi di sesso, alcol e droga. Le antiche abitazioni vengono vendute e trasformate in Bed & breakfast dai nuovi proprietari “civilizzati” e “nordici”, che hanno appreso alla scuola dei Paesi anglofoni il business, lucrando su un turismo di massa ben lontano dal capire e apprezzare le reali bellezze di Napoli e soprattutto ciò che vi sta dietro e dentro, ciò che ha creato quelle meraviglie di palazzi e di chiese. Insomma, si calpesta l’anima che soggiace a quelle architetture e a quelle iconografie. Si delinea, quindi, un nuovo piano urbanistico, che sconvolge il cuore di Napoli nel tentativo di trasformarla come una città del nord Europa, disumanizzandola:

«I tribunali, le facoltà universitarie, le librerie vengono portate nelle periferie e i grandi magazzini hanno ormai ucciso il piccolo negozio che dava vita alle strade; e i giovani, e non soltanto i giovani, emigrano. […] Un tempo si vendevano le cartoline, con il Vesuvio e il suo pennacchio di fumo davanti al pino, ma oggi le cartoline sono ormai scomparse – le comprano solo i collezionisti, come il sottoscritto – sostituite dai messaggini e dalle foto inviate su WhatsApp».

Il tono polemico, puntellato talvolta da vocaboli virili, un tempo si diceva «da caserma», non è pesante e depressivo: siamo di fronte ad una nostalgia che smuove dentro e per questo trasmette la voglia di conoscere, di recuperare pezzi di storia antica e moderna ignorata, perché negata dalla “discultura” dominante. Queste pagine sono in grado di riaprire orizzonti passati e dimenticati, trasmettendoli a chi si considera ancora persona e non oggetto schiavizzato dallo Stato, con le proprie radici da difendere e tutelare. La nostra Storia, la Storia Europea e quindi anche di Napoli è  stata costruita sul Trono e sull’Altare. La fierezza dell’identità è un patrimonio inestimabile, così come il rispetto e il riconoscimento delle identità culturali altrui: a parlare di Napoli, in questo caso, è un fiorentino, meglio dire un borghigiano di San Lorenzo (perché l’identità di famiglia è fatta addirittura di borghi) che con ammirevole onestà e libertà, quella tutta e solo cattolica, riconosce meriti e tesori di una città che ha fatto sua, nonostante non vi sia nato.

 

 

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