Defendente Ferrari, Adorazione del Bambino, 1520, Museo Diocesano di Ivrea. Sopra l’ostensorio eucaristico dell’altare è adagiato su una tovaglia bianca il Bambino Gesù, sorretto con intimità da san Giuseppe. A destra, il canonico Ludovico Ponzone, committente, e il beato Warmondo

 

San Giuseppe, custode del Mistero e il testimone della verginità di Maria, del quale la Chiesa ha fatto memoria il 19 marzo, e grazie al quale è stato indetto, con l’enciclica di papa Francesco Patris Corde, l’Anno di San Giuseppe, in occasione del 150° anniversario della sua dichiarazione a patrono della Chiesa universale da parte del beato Pio IX (1792-1878), è stato rappresentato, iconograficamente parlando, fin dall’alba del Cristianesimo e, secolo dopo secolo, questa iconografia è diventata così vasta da non essere possibile catalogarla nella sua interezza. Egli è presente in tutte le chiese del mondo (ad esclusione delle chiese aniconiche di stampo contemporaneo e protestantizzante), dalle cattedrali alle semplici pievi, in miriadi di cappelle, edicole, presepi e immaginette.

Se la teologia Giuseppina è assai carente e continua a non essere di sufficiente e doveroso interesse, al contrario, l’iconografia che riguarda il patrono della Chiesa è enorme, talvolta bellissima e attinente, talvolta  impropria, proprio come ebbe a dichiarare san Bernardino da Siena (1380-1444): «Gli sciocchi dipintori el dipingono vecchio maninconioso e colla mano alla gota, come s’ell avessi dolore malinconia avuta dalla guardia (di Maria) che gli era dato, che era tutto el contrario, allegro di cuore, di mente e di viso, veggendosi in tanta grazia di Dio».

Esiste, nell’età contemporanea una figura d’eccezione, un teologo di origini venete, Tarcisio Stramare, che ha dedicato la sua vita allo studio di san Giuseppe. Nato a Valdobbiadene il 14 settembre 1928, è scomparso ad  Imperia il 20 marzo (il giorno dopo san Giuseppe) 2020 a causa di complicazioni cardiache e per aver contratto il Covid-19. Aveva di 91 anni[1]. Il giorno prima della sua dipartita (ricordiamo che san Giuseppe è molto invocato per essere presente nell’estremo del trapasso) il religioso aveva concesso, già grave in ospedale, una splendida intervista ad «Avvenire» sulla figura del Custode della Sacra Famiglia, alla vigilia del Rosario indetto dalla Cei per la sera del 19 marzo.

Membro della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe, la congregazione fondata ad Asti da san Giuseppe Marello (1844-1895), è stato uno dei massimi studiosi, a livello internazionale, di Giosefologia ed è la colonna vertebrale del Movimento Giuseppino:  l’organismo con cui la stessa Congregazione si impegna a promuovere la fraterna collaborazione di tutti i devoti di san Giuseppe, al fine di approfondire la conoscenza della sua missione nel piano dell’Incarnazione e di ravvivare la vita della Chiesa con la pratica delle virtù evangeliche tipiche di   san Giuseppe. Con la sua importante opera, padre Tarcisio Stramare lascia un fondamentale tracciato che si lega alla tradizione della Chiesa, facendone conoscere la centralità della figura all’interno della Chiesa e della teologia stessa, ponendo nel giusto rilievo il ruolo svolto da san Giuseppe nell’ambito del mistero divino della Salvezza. Forse, proprio perché lacunosa la teologia Giuseppina, egli è rimasto illeso, nell’esaminare la figura del padre putativo di Gesù, dalla teologia modernista, collegandosi direttamente ai padri della Chiesa e alla sua tradizione magisteriale, arricchendo gli Studi Giuseppini e approfondendolo con competenza ed amore.

 

Pierre Parrocel, San Giuseppe adora Gesù, Olio su tela, 1694 Cattedrale di Notre Dame de l’Annunciation, Moulins (Francia)

 

Per Tarcisio Stramare la figura di san Giuseppe, nel mistero della Salvezza, riveste, fra i santi, un’importanza seconda solo a quella della Vergine Maria, in quanto non ha solo servito Gesù nella sua fanciullezza, ma ha servito anche la sua missione redentrice mediante la sua paternità e il suo matrimonio con Maria Santissima. Padre Stramare sottolinea, nei suoi studi, l’amorevole cura e l’educazione che il Santo impartì a Cristo, atti che sono rilevanti come lo sono la stessa incarnazione nel seno della Vergine e l’indiscusso esercizio della paternità in terra. Il rispetto verso gli esseri più fragili, i bambini, e la sacralità di ogni vita che viene messa al mondo sono in certo qual modo esaltati dalla figura di san Giuseppe e costituiscono un messaggio di sconcertante attualità. Sulla base di tali considerazioni la figura del Santo, la più vicina a Cristo dopo quella della Vergine Maria si impone alla considerazione dei fedeli quale santo patrono della Chiesa universale e modello insuperato di marito, padre ed educatore per ogni famiglia cristiana.

Fra le sue diverse opere pubblicate ricordiamo Gesù lo chiamò padre. Rassegna storico-dottrinale su San Giuseppe, Roma, Libreria Editrice Vaticana, 1997; San Giuseppe «Il custode del Redentore» e l’identità della Chiesa, Edizioni San Paolo, 2005; san Giuseppe, il santo più vicino a Gesù, Torino, Elledici Editrice, 2008 San Giuseppe nei Santi Padri, negli scrittori ecclesiastici e teologi fino a San Bernardo, Napoli, Editrice Domenicana Italiana del 2009.

 

Annibale Carracci, La Sacra Famiglia con l’infante San Giovanni Battista, copia seconda metà del XVIII secolo, Seminario Vescovile, Asti

 

In San Giuseppe fatto religioso e teologia (Editrice Shalom), l’autore scrive: «Sul principio “lex orandi lex credendi” non dovrebbero esserci  dubbi. Ebbene, nelle preghiere che la Liturgia rivolge a san Giuseppe è chiaramente affermato che “nella pienezza dei tempi san Giuseppe cooperò al grande mistero della redenzione” e, inoltre, che Dio “ha voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia di  san Giuseppe”». Ecco che resta assurdo il vuoto teologico, infatti «è sotto gli occhi di tutti come la figura e la missione di san Giuseppe non interessino i programmi di Teologia, nella convinzione generale che san Giuseppe sia una figura marginale, come viene anche scritto: “La persona di Giuseppe non ha nessun rilievo nel racconto evangelico e quindi nessuna relazione con Gesù. Egli è fatto scomparire con fretta dalla scena, senza una chiara giustificazione”. Poiché evidentemente le due posizioni non quadrano, è necessario che la Teologia presti più attenzione a una corretta interpretazione biblica, la quale sappia leggere nei “fatti” evangelici, che richiedono la presenza di san Giuseppe, quanto le “parole” da sole non dicono. Non è sufficiente ripetere che “i Vangeli non ci riferiscono neppure una sua parola”, per fare di san Giuseppe “l’uomo del silenzio”». Anche Maria Santissima è la beata (fra tutte le donne) del silenzio, come dicono gli stessi Vangeli: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc, 2, 19); ma sono i fatti di san Giuseppe, come per Maria Santissima, che parlano per lui e di lui.

Nell’abbondante repertorio iconografico analizzato da Stramare  possiamo risalire ad esempi di prime immagini Giuseppine, ovvero quelle riprodotte in due episodi sopra ad un sarcofago frammentario di Le Puy (Francia), della fine del IV sec: l’angelo in tunica e pallio, che appare in sogno a Giuseppe e gli ordina di prendere Maria in casa sua, e Giuseppe che sembra ricevere l’assenso di Maria oppure fa l’atto di condurla come sua sposa. Inoltre, sono significative le decorazioni dell’arco trionfale di Santa Maria  Maggiore, a Roma, eseguite sotto il pontificato di Sisto III (432-440), e la cattedra eburnea del vescovo Massimiliano di Ravenna (sec. VI).

La scelta che l’oblato di San Giuseppe faceva delle figure Giuseppine erano sempre di carattere sacro e degno, rappresentato in modo coerente alla sua figura  e alla sua missione con il preciso intento di farlo emergere e riconoscere quale «ministro della salvezza» nel mistero dell’Incarnazione, «dove egli non è affatto una figura marginale!». Egli proponeva, e continua a proporre alla meditazione dei fedeli, grazie i suoi studi, i misteri della vita nascosta di Gesù, evidenziando diligentemente la presenza in coppia dei Santi Sposi, il loro matrimonio, la rispettiva funzione sia materna che paterna, l’unità e la bellezza della  santa Famiglia, naturale e divina. Affermava: «Nelle immagini del santo Natale, ad esempio, la presenza di san Giuseppe deve essere ritenuta indispensabile. Maria non era “sola con il suo bambino”; i  pastori, infatti,  hanno trovato insieme “Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia” (Lc 2,16). La pastorale familiare deve passare necessariamente anche attraverso un’adeguata presenza di san Giuseppe nell’iconografia, specchio di una sana teologia».

 

Simone Cantarini, L’Angelo ordine la fuga in Egitto, XVII secolo

 

Inoltre lascia scritto: «Allo stesso modo che la teologia è la conoscenza e l’esposizione della fede, così le arti figurative sono analogicamente l’espressione della teologia, rispecchiando in modo visivo quanto lungo i secoli e nei diversi luoghi viene predicato ai fedeli. Essendo queste arti una testimonianza della catechesi, non si può trascurare lo studio accurato del loro contenuto – prescindendo dall’aspetto estetico, che non ci riguarda direttamente – se si vuol veramente conoscere quanto è stato teologicamente recepito e devozionalmente vissuto dal popolo fedele».

 

Basilica di San Rufino a Foirlimpopoli, Scuola del Cignani, XVIII secolo. Trattasi di una singolare Pietà dove è Dio Padre che sostiene in braccio Cristo morto come in trono, mentre il padre putativo, San Giuseppe, bacia i piedi del Figlio di Dio e suo e la Madonna tiene fra la mano sinistra e il suo volto la mano di Gesù. Lo Spirito Santo, sul capo del Salvatore funge sia da Corona che da Aureola

 

La più antica rappresentazione di san Giuseppe isolato si deve all’opera di Taddeo Gaddi (1300-1352), in Santa Croce, a Firenze: è un vecchio con la barba, che ha nella destra un bastone fiorito. Dal secolo XV incontriamo la figura di san Giuseppe con un libro in mano e nel Rinascimento san Giuseppe con un libro in mano o mentre legge appare con una certa frequenza. Con il capillare movimento francescano, che diffuse la devozione al presepio in ogni dove, la presenza di Giuseppe vi fa costantemente parte.

La scena del transito di san Giuseppe si diffonde a partire dal XVI secolo; mentre San Giuseppe “lavoratore” è soprattutto contemporanea e lo si deve, soprattutto, all’attenzione politico-culturale verso il mondo operaio. Difatti, san Giuseppe non è stato definito soltanto artigiano, ma anche lavoratore e, appunto, «operaio».

Padre Tarcisio Stramare dava molta importanza alla rappresentazione artistica di san Giuseppe con i connotati realistici giovanili quando si sposò e nacque Gesù, a differenza di un uso figurativo che nacque nel senso opposto, dando vecchi lineamenti allo sposo di Maria Vergine, allo scopo di sottolinearne la verginità.

 

Giovanni Battista Tiepolo, Traslazione della Santa Casa, XVIII secolo. L’affresco si trovava nella chiesa degli Scalzi di Venezia, distrutta dai bombardamenti del 1915. La copia si trova nel Museo Pinacoteca di Loreto. Sulla Santa Casa è presente (caso unico nei dipinti della Traslazione) anche san Giuseppe. Considerando la Santa Casa come un’imbarcazione in navigazione, la Madonna occupa il posto di prua con il Bambino in braccio, mentre san Giuseppe, seduto a poppa, sembra maneggiare il suo bastone come un timone che assicura la direzione

 

Una nota molto interessante, che ha fatto emergere questo teologo di san Giuseppe è l’affresco della Traslazione della Santa Casa dipinta da Gian Battista Tiepolo (1696-1770), presente nel soffitto della chiesa degli Scalzi di Venezia, distrutta dai bombardamenti del 1915, la sua copia si trova nel della Museo Pinacoteca di Loreto. Sulla Santa Casa è raffigurato – un caso unico nei dipinti della Traslazione della Santa Casa da Nazareth a Loreto – anche san Giuseppe. Spiega padre Tarcisio: «Considerando la Santa Casa come un’imbarcazione in navigazione, la Madonna occupa il posto di prua con il Bambino in braccio, mentre san Giuseppe, seduto a poppa, sembra maneggiare il suo bastone come un timone che assicura la direzione. Insomma, san Giuseppe, “padrone” di casa, deve necessariamente restare con la sua famiglia».

Un’importante esposizione su «San Giuseppe nell’arte spagnola» venne aperta a Madrid dal 20 gennaio al 30 aprile 1972 nel Museo Español de Arte Contemporáneo. Allestita dal «Centro spagnolo di ricerche Giuseppine» con la collaborazione della Direzione generale delle Belle Arti e dei competenti organi governativi, l’esposizione distribuì in dodici sale opere d’arte provenienti da musei statali, collezioni regie del Patrimonio Nazionale, cattedrali, collegiate, chiese e collezionisti privati di ogni parte della Spagna.

In Francia un’esposizione celebrante «San Giuseppe sconosciuto» fu allestita dal 15 luglio al 15 ottobre 1977 nella Sala capitolare dell’abbazia di Clairmont, in Mayenne. Si trattò di un pregevole lavoro di ricerca, che offrì una panoramica d’arte Giuseppina, articolata nello spazio e nel tempo. Ad Asti, invece, in occasione del Simposio Nazionale ad Asti e Torino su San Giuseppe (1-2 maggio 2015) è stata allestita la mostra «San Giuseppe nell’Astigiano», curata da Debora Ferro e Stefano Zecchino. Una esposizione dedicata a san Giuseppe permanente è, invece, al Centro di Montréal. Per chi lo desidera, è possibile accedere ad una bella raccolta iconografica su san Giuseppe attraverso St. Joseph in Art.

 

Giovanni Gasparro, Cuore Castissimo di San Giuseppe, Olio su tela 90 X 70 cm, 2013. L’Aquila, Oratorio di San Giuseppe dei Minimi, attiguo alla Basilica di San Giuseppe Artigiano. L’oratorio tardobarocco fu danneggiato dal terremoto del 2009 e sottoposto a lavori di restauro finanziati dal Governo del Kazakistan, riaprendo al culto nel 2013

 

Siamo certi, nell’iconografia artistica e devozionale apprezzata da padre Tarcisio Stramare, sarebbe entrato anche il Cuore Castissimo di San Giuseppe (olio su tela, 90 X 70 cm, 2013) di Giovanni Gasparro. La tela, che raffigura san Giuseppe come un giovane uomo, nel giugno del 2020,  è stata collocata sull’altare maggiore dell’oratorio di San Giuseppe dei minimi, adicente la basilica di San Giuseppe artigiano a L’Aquila, grazie al lavoro di un altro artista, Emanuele Cordella, che ha realizzato una macchina decorativa in cartapesta, divenuta cornice dell’opera. Come ha avuto modo di dichiarare don Luigi Maria Epicoco: «Viene messo quindi in maniera stabile alla devozione e alla venerazione dei fedeli un quadro che racchiude il “cuore” della spiritualità Giuseppina. Chiunque vorrà qui a pregare ed affidarsi a san Giuseppe, sarà il benvenuto».

Dicesi «Arte Sacra» soltanto quando essa, nel solco della santa teologia e sana dottrina della Chiesa Cattolica, pone le anime nella disposizione adeguata a poter contemplare e a poter pregare di fronte ad esse, ed è quello che pensava anche padre Tarcisio Stramare, Giuseppino in ogni sua fibra.

 

[1] Quando padre Tarcisio Stramare era giovane, in qualità di consulente, collaborò con padre Mariano nella rubrica televisiva «Chi è Gesù?» (1959).

 

 

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