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Modelli morali e familiari: un viaggio nel tempo – I

 

Affresco della Villa Farnesina, fine I sec. a.C.-prima metà I sec. d.C., Museo Palazzo Massimo alle Terme, Roma

 

Il passaggio dal I al II secolo d.C., sotto l’imperatore Traiano (98/117) è l’epoca di Plutarco, il quale ci ha fatto da guida e riferimento nel nostro viaggio. Egli testimonia la continuità dei modelli morali nel costume e all’interno dell’istituto familiare, modelli che vengono a costituire, per lo meno ufficialmente, una delle componenti della stabilità e prestigio dell’impero romano al suo apogeo. L’estensione su un enorme àmbito geografico di un’entità istituzionale –lo Stato- non proprietà di un singolo o di una dinastia, ma in qualche modo astratto e indivisibile, aveva infine dato ad esso la capacità di superare le crisi e rinnovarsi nell’equilibrio tra un principio monarchico formalmente non ereditario e il Senato che ne legittimava la successione.  La dinamica quindi tra l’élite senatoria e l’entourage dell’imperatore era decisiva, sul piano politico e dell’immagine. Fu l’imperatore Vespasiano (69/79 d.C.) ad immettere negli ordini senatoriale ed equestre mille famiglie cospicue delle Province, innestandole sulla vecchia aristocrazia lacerata e corrotta. Tale nuova élite era più austera e devota alla grande tradizione romana anche negli aspetti familiari e morali; proprio da essa provengono Traiano, Tito, Adriano, e poi Antonino Pio, fino a Marco Aurelio. Le mogli sono figure rappresentative del nuovo prestigio degli imperatori, e protagoniste assolute nelle delicate fasi di predisposizione e poi passaggio del potere da l’uno all’altro.

Pompeia Plotina, Museo della Civiltà Romana, Roma

 

Intorno a Traiano c’è un efficiente comitato di sostegno tra l’amatissima moglie Plotina, le sorelle Marciana e Matidia e le nipoti; così che verrà abilmente e pacificamente gestita da Plotina per via femminile la successione ad Adriano sposato alla nipote Vibia Sabina[1]; la quale per parte sua sarà cara e stimata dal marito e divinizzata dopo la morte come figura nobile e benefica.

 

Vibia Sabina, Villa Adriana, Tivoli

 

La sposa di Antonino Pio, Faustina Maggiore, dopo la morte in giovane età, fu oggetto di una vera e propria venerazione come immagine materna, associata a Cerere, dea delle messi. L’Impero al suo apogeo celebra quindi come inerente alla sua missione storica di civilizzazione un modello femminile di dignità e discrezione, ed insieme di riconosciuta operatività politica.

 

Faustina Maggiore, Musei Capitolini, Roma

 

Ma se il vertice dell’impero dà nell’epoca di Traiano una rappresentazione di sé come apoteosi della civiltà, la metropoli capitale, grandioso scenario ai fasti e ai trionfi,

ne compendia gli estremi, della prosperità e della miseria, della raffinatezza e dell’abbrutimento.[2].

Nei fatti la società è regolata sul denaro: favolose ricchezze originate dalla speculazione fondiaria e dallo sfruttamento delle Province, promuovono intorno a sé una miriade di funzioni, intermediazioni, traffici, che potevano elevare il ricco provinciale quanto il liberto affarista, l’abile burocrate quanto il generale fortunato. La cultura e l’istruzione erano professionalizzate, e le più diverse e per noi bizzarre specializzazioni servivano le esigenze quotidiane e le mode –comprese quelle sessuali- dei ceti privilegiati. Intorno alle dimore dei ricchi gravitava una moltitudine di clientes, di liberti, giù giù fino al sostrato plebeo e dei servi, che assolvevano tutte le funzioni materiali. In tale contesto, a fronte di un’immagine del potere che con gli Antonini è nobilitata dalla filosofia stoica, la moralità personale finiva per essere un impedimento, quasi un lusso, talvolta rischioso, e quella familiare una bizzarria demodè: l’enorme città, assorbendo le ricchezze dello sterminato Impero, mostrava al

mondo un volto di sovrumano prestigio, splendore e civiltà, dietro al quale premevano rapacità, cinismo, ferocia.

In questo uomini e donne erano sullo stesso piano.

All’estremo opposto della scala sociale, un altro tipo di uguaglianza, nel senso di un comune miserevole destino, segnava gli inferni delle insulae e l’intrico sordido dei vicoli, dove solo una rigida regolamentazione di polizia poteva tenere sotto controllo il pullulare di espedienti per sopravvivere, in condizioni per noi appena concepibili. Là era un mondo feroce e disperato, che germinava accanto e in suggestivo contrasto con il lusso delle dimore imperiali e delle domus dei ricchi, i cui muri, ciechi sulla strada, racchiudevano in uno snodarsi di peristili, saloni e giardini stili di vita che andavano dall’iperbolica raffinatezza all’esibizionismo pacchiano.

Gli ideali proclamati –per lo meno come immagine- nei palazzi imperiali, e ancora vivi nelle comunità e nell’aristocrazia rurali e provinciali, erano da tempo stritolati e beffeggiati nella metropoli, ridotti a simulacri vuoti quanto abbaglianti, a coprire una realtà torbida e convulsa. Forse sono i sanguinari spettacoli circensi a dare il senso di come tale complesso di potenza, splendore culturale, architettonico, artistico, si erigesse su voragini morali.

Nell’età degli Antonini il rapporto tra l’Impero e il Cristianesimo vive fasi delicate, mentre si conferma la diffusione delle comunità cristiane e l’adesione ad esse di famiglie dell’élite. Ciò pone un problema agli imperatori: da una parte vi è in essi l’intenzione di restituire piena sacralità ai culti pagani identificati come religione dello Stato e apparato simbolico, dall’altra si preferisce –o preferirebbe- tollerare il cristianesimo come fatto privato,  di non rilevanza politica. L’ambiguità del rescritto di Traiano che non esplicita una norma anticristiana generica ma ordina di procedere “su denuncia di colpe specifiche” costituì la base per ulteriori aperture di Adriano e anche per la concreta azione del pur mal disposto Antonino Pio. Con Marco Aurelio e poi con Settimio Severo, la componente cristiana nell’ordine senatoriale viene allo scoperto e di fatto –se non di diritto- vi è un riconoscimento delle comunità cristiane.

Ma il processo di sgretolamento interno, che minava l’Impero, sotto la mistura cosmopolita di romanismo, di ellenismo e di orientalismo [che] si stendeva su tutte le provincie come una vernice luccicante sopra una rustica terracotta [3] ebbe dopo Marco Aurelio una brusca accelerazione, scatenando il dispotismo rivoluzionario delle legioni.

 

“Tondo severiano” – ritratto della Famiglia di Settimio Severo (da cui venne cancellato Geta, soppresso dal fratello Caracalla), Antikensammlung, Berlino  

 

Da cui emerse alla fine Diocleziano e il suo progetto di imporre ai vertici dell’Impero, attraverso una complicata ingegneria di alleanze matrimoniali e adozioni incrociate, una dinastia divinizzata di tipo asiatico, con relativo culto, burocrazia ed esercito che solo a lei rispondesse. Era la distruzione del principio aristocratico, che aveva informato le istituzioni, la cultura, la morale della civiltà greco-romana.

        Quale civiltà, dinanzi a questo disinganno, non avrebbe disperato di sé e dell’avvenire? Ma il Cristianesimo salvò il mondo antico da questa suprema disperazione, con la più audace, originale e grandiosa rivoluzione spirituale che la storia ricordi [..] Questa nuova visione della vita, con cui il Cristianesimo capovolse le basi intellettuali e morali della civiltà antica, trionfa definitivamente, in mezzo al terrificante disordine del terzo secolo, come suprema reazione a questo disordine.[4]

Vi è a questo proposito una narrazione leggendaria, che se non ha riscontri certi, ha una grande suggestione simbolica: essa riguarda la moglie di Diocleziano, Prisca, menzionata come cristiana o favorevole ai cristiani. Nelle convulse vicende della successione di Diocleziano lei e la figlia Valeria, moglie dell’imperatore Galerio vennero esiliate e poi uccise dal successore Licinio. La storia di questa Prisca imperatrice viene a confondersi nella tradizione e nei vari antichi martirologi con quella di S.Prisca, a sua volta riferibile a due diverse martiri del I e II secolo. Queste tradizioni s’intrecciano misteriosamente con l’antica devozione a S.Serena di Roma, anch’essa presunta moglie dell’imperatore Diocleziano, venerata come santa e martire della persecuzione ordinata dal marito stesso. Vi è certo la sovrapposizione di diverse leggende, che hanno un punto comune –forse un nucleo di verità- nella persistenza, all’interno della stessa famiglia di quell’imperatore che proclamò la divinizzazione dinastica, di una tradizione romana, di cui il cristianesimo era pervenuto ad essere elemento di forza, di resistenza morale e di continuità.

 

Ritratti in affresco

 La condivisione nell’Impero romano dei modelli familiari tradizionali, per lo meno come ideale e rappresentazione di sé, appare in trasparenza anche nell’iconografia artistica, e più che nei ritratti ufficiali –busti, statue, rilievi, monete-, nella decorazione degli ambienti domestici o nell’arte funeraria (stele, sarcofagi).

Tornando a ritroso nel tempo, troviamo le testimonianze  più dirette, per così dire “parlanti” di tale condivisione.

Sotto l’impero di Tito, figlio del grande Vespasiano, avvenne nel 79 d.C. l’eruzione del Vesuvio e il seppellimento di Pompei e delle altre località vicine, zona di residenza e villeggiatura di una borghesia agiata ma forse aliena dagli eccessi dalla metropoli. Lo stile decorativo delle sue eleganti domus e villae è fortemente scenografico e si ispira ad un repertorio d’immagini per lo più a soggetto mitologico.

 

Ritratto di Terenzio Neo e della moglie, Museo Archeologico Nazionale, Napoli

 

Un famoso affresco staccato da una domus pompeiana ci porta però un’immagine meno convenzionale e più ricca di aspetti simbolici: si tratta del ritratto dei due sposi padroni di casa, che era il pannello centrale della decorazione di un ambiente visibile da chi entrava nell’atrio. Quindi un’immagine significante lo spirito di ospitalità e la rappresentazione che la coppia voleva dare di sé. Il ritratto è realistico, espressivo, e comunica dignità (l’abbigliamento li qualifica come cittadini romani), affabilità, ma soprattutto un senso di solidarietà, amore e interessi comuni. I coniugi sono a pari, anzi lei sul davanti, con nella sinistra le tavolette cerate e nella destra lo stilo, alzato in un gesto sibillino, mentre lui tiene un papiro arrotolato appoggiato al mento. Il tono è meditativo, intellettuale, ma comunica un senso di verità. L’epoca dell’affresco è ai tempi di Nerone (54/68 d.C.), quindi nella stessa generazione della disastrosa eruzione. Sopra il ritratto, nella collocazione originaria, era un quadretto con Amore e Psyche, con il quale allegoricamente si alludeva al percorso intellettuale e mistico che eleva l’anima nell’amore.

Una delle ville rustiche, fuori dal centro abitato e vicina al mare, racchiude invece uno dei cicli decorativi più completi, dal cui soggetto ha preso il nome di Villa dei Misteri. Gli affreschi, che risalgono alla metà del I secolo a.C., decorano un ambiente interno, più privato, e pur rappresentando i “misteri” del culto di Dioniso, comunicano un senso di domestica intimità e di compostezza, anche nell’enigmatica cadenza del rito, con al centro la padrona di casa che prospetta alla figlia i doveri delle nozze e i compiti familiari: responsabilità, tutela, trasmissione di valori.

 

La domina dal fregio parietale della Villa dei Misteri, Pompei

 

Così commenta Marc Fumaroli[5]:

[…] una grande dama ha voluto rendere visibile ad altre donne, prima di tutto a sua figlia in preparazione alle nozze, quello che può comportare di dignità segreta e di profondità morale l’invisibile contributo propriamente femminile alla civilizzazione e alla religione romana.

Il modello che la domina rappresenta e trasmette è quello della dignità e della sacralità delle arti, dell’istruzione, delle cure domestiche, educative e della persona. La messa in scena dei “misteri” avviene sotto l’autorità e lo sguardo pensieroso della padrona di casa, che sembra li abbia evocati (per mano dell’artista), per dar loro non solo compiutezza formale, ma anche una plausibilità spirituale ed intima. Così il fregio, con il suo indecifrabile corteo, non celebra solo la coerenza istituzionale del ruolo femminile nella famiglia, ma il magistero spirituale della donna e il suo profondo significato identitario. La continuità dei modelli morali e familiari, che ci fa sentire questi affreschi come contemporanei, vivi, commoventi, appare il tessuto comunitario più tenace ed ispirato, il fondamento più intimo e integralmente umano della storia nostra.

Ancora poco tempo, e la religione di Cristo, che i suoi Vangeli mostrano ben più attento all’ascolto delle donne di quanto lo fosse stato Dioniso nella mitologia greca, troverà nelle spose e nelle figlie delle grandi famiglie romane il più fervente tramite d’introduzione nelle tradizioni proprie dell’Urbs. Il monachesimo femminile svolgerà, durante tutto il medio evo cristiano e ancora nel XVII secolo, un ruolo determinante nell’inflessione mariana della vita spirituale e nella legittimazione delle immagini, caposaldo della vita di preghiera.[6]

 

[1]  E’ famosa la frase che pronunciò Plotina all’ingresso nei palazzi imperiali: “Io entro qui dentro, e voglio uscire così come sono entrata”: una matrona romana “all’antica”, ma anche una filosofa epicurea ed un’abile diplomatica. Quanto a Vibia Sabina, per quanto la Yourcenar, interessata solo alla liaison di Adriano con Antinoo, faccia riferimento all’unico testo –assai dubbio- in cui se ne parla  come moglie mal sopportata dall’imperatore, tutti i documenti e le innumerevoli statue e monete commemorative testimoniano tutt’altra realtà.

[2]  Nostro riferimento è l’insuperato testo di Jerôme Carcopino La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero (ed. Hachette 1939, trad. it. Laterza). In tale epoca Roma assommava a più di un milione di abitanti.

[3]  Guglielmo Ferrero La rovina della civiltà antica ed.Athena 1926  p.8. G.Ferrero (1871/1942) individua proprio nell’introduzione da parte di Marco Aurelio di un principio dinastico -associazione al potere del figlio Commodo- l’inizio di una crisi che ebbe a precipitare in pochi decenni. Col venir meno dell’istituto legittimante, il Senato, le feroci lotte per la successione aprirono la via all’intervento delle legioni, che sfociò nell’assolutismo militare di Settimio Severo. Alessandro Severo fece un estremo tentativo di restaurare l’autorità del Senato, ritenendolo l’unico baluardo all’anarchia militare. Con la sua uccisione, il disordine politico divenne caos barbarico, al quale Diocleziano intese porre freno con un assolutismo di tipo asiatico, che si volse anche contro i cristiani.

[4]   Guglielmo Ferrero op.cit. p.73/74.

[5]  Marc Fumaroli, Paris-New York et retour, ed.Fayard 2009 pag.55. (trad.it.ed.Adelphi 2011)

[6] Marc Fumaroli, idem.

 

 

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