Premessa

necessaria prima di qualsiasi disquisizione letteraria…

 

Quando si raggiunge un’età quale la mia, si capiscono tante cose che un tempo non si capivano (c’è chi la chiama “esperienza”, chi “conoscenza del mondo”, io preferisco pensare che ad un certo punto uno – per usare una formula popolare – riesca finalmente a “farsi furbo”, tanto che gli appaiono piane e semplici cose che prima non era in grado di spiegarsi). Una di queste cose che mi appaiono sempre più chiare man mano che gli anni passano è il grandissimo bluff propinatoci, su determinati argomenti diciamo pure “fondamentali”, dalla scuola, dalla scuola repubblicana e democratica, nata dalla resistenza (la minuscola è voluta…) e fondata sui “sacri” principi, a cominciare (tanto per fare buon peso) da quelli dell’89 (1789, intendo).

Non sto a farla lunga, limitandomi ad uno scarno elenco, fondato ovviamente sul “manicheismo di Stato” de’ miei verd’anni: buoni i mercanti, specie se fiorentini/cattivi i Crociati, specie se nobili e feudatari, buono Lutero/cattivo il concilio di Trento, buoni i rivoluzionari e poi Napoleone/cattivi i conservatori e i “reazionari” e poi i legittimisti e gli Austriaci, buoni i patrioti risorgimentali/cattivi gli Austriaci (sempre loro…) e gli “austriacanti”, buono Crispi e i massoni/cattivi i Papi e i clericali, buoni gli interventisti/cattivi i “pantofolai”, che in realtà “parecchio” avrebbero giolittianamente ottenuto dall’Austria-Ungheria (e senza 600.000 morti), buoni gli eroi antifascisti (specie se viventi tranquilli a Parigi o a Mosca)/cattivi i poveri italiani che, magari per un po’ di sacrosanta tranquillità che nasceva dalle cose comunque buone operate dal fascismo, erano acquiescenti col regime, infine, siccome non era possibile istituire un raffronto col nazismo (sulla cui negatività pressoché nessuno può avere dei dubbi), ecco che anche tra i buoni, i “resistenti”, si istituiva “orwellianamente” un distinguo tra chi era più “resistente” degli altri, e quindi buono (comunisti, socialisti, azionisti), e chi meno degli altri, e quindi “cattivo” (cattolici, badogliani, monarchici).

Oltre al manicheismo, lo stato ci imponeva anche il “doppiopesismo etico-politico”, per cui se un’anima candida, qual ero io, domandava al professore di storia: se tra i “buoni” ci sono i beduini palestinesi cacciati dalla loro terra, perché non sono tra i buoni anche i veneti istriani, anch’essi (almeno quelli rimasti dopo gli infoibamenti) cacciati dalla loro terra? Risposta: “Ma quelli erano dei poveri proletari del Terzo mondo, mentre questi erano borghesi e ‘fascisti’ e dunque se la sono cercata, voluta e meritata…”

Tirate le somme nella storia, automaticamente le categorie dei “buoni/cattivi” venivano traslate di peso nella letteratura, e quindi anche qui i buoni, i primi della classe, con in testa i romantici, bravi patrioti e bravi liberali (anche quando cattolici), i Veristi (avevano inquadrato “problematicamente e gramscianamente” la cosiddetta questione meridionale) e poi la prima e la seconda “trimurti”: D’Annunzio, Pirandello, Svevo e poi Vittorini, Pavese, Moravia. [Intendiamoci questi miei non sono giudizi sulle capacità di scrittura, ma sulla sostanza di molte delle loro opere]. Dissimulati, ignorati, messi al bando invece molti altri scrittori che, alcuni più bravi altri meno (ammettiamolo), tuttavia avevano avuto il coraggio (e la sfortuna) di difendere posizioni indifendibili nell’ottica del manicheismo di stato di cui sopra.

Proprio questo obiettivo mi pongo: togliere dall’oblio figure di scrittori che la scuola, e conseguentemente la communis opinio, ha volutamente ignorato, senza dar loro nemmeno – cosa che si fa persino con i criminali più incalliti – la possibilità di parlare in propria difesa, in nome di uno dei più elementari concetti giuridici: audiatur et altera pars

Avviene così che uno scrittore come il monregalese Tommaso Vallauri (1805-1897), certamente non tra le migliori penne del secolo, ma comunque uomo, si direbbe ora, “controcorrente”, coerente e difensore sempre di valori e ideali non condivisi dalla classe dirigente del suo tempo, almeno a far capo dagli anni Quaranta del secolo, sia stato bellamente rinchiuso nel “gulag” del dimenticatoio culturale, complici anche sia il campo, di nicchia, in cui si esercitò la sua attività di docente e di intellettuale (cioè le lettere classiche) sia – va pure detto – un carattere non dei più facili, che lo condusse spesso a battaglie e polemiche personali condotte talora più con l’arma dell’acredine (più o meno biliosa) che non con quella della lucidità del ragionamento e della pacatezza dell’argomentazione. Prima di passare a commentare l’operetta del Vallauri che è l’argomento di queste mie riflessioni, ricordiamo che egli si dovette anche portare un fardello non da poco: il padre, in qualità di maire (sindaco) del comune (anzi, secondo l’uso rivoluzionario, della comune) di Chiusa Pesio e dato che il Piemonte era ormai stato annesso alla Francia, si sentì in obbligo di far aggiungere al figlio come secondo nome, al momento del battesimo, quello di Napoleone, che gli gravò sulle spalle per il resto dei suoi giorni e di cui egli cercò di dimenticarsi…

 

Vita e opinioni di Tommaso Vallauri, novelliere

 

«… io piglio sicurtà di scrivere la mia vita colla

maggior verità e libertà che sia possibile»

T. Vallauri, Vita di T. V. scritta da esso, I, Proemio

 

La vita

Tommaso Vallauri nacque in Chiusa di Pesio (Cuneo) il 23 di gennaio del 1805 da Pietro e da Maria Cristina Voena, originaria di Vicoforte, in una famiglia che, come egli stesso ci dice[1], si era trasferita in Chiusa fin dal secolo XVI. La sua prima istruzione gli fu impartita dal padre, che insistette in modo particolare sulla lettura degli scrittori italiani (in particolare i cinquecentisti, ma non solo) e sull’educazione religiosa. Dopo aver ricevuto questi primi rudimenti scolastici ed educativi paterni, Tommaso fu inviato, nel 1815, a Mondovì, per frequentarvi le scuole, che in questa città erano, secondo quanto ci dice il Vallauri stesso, molto più famose e migliori che non quelle di Cuneo. Dopo aver frequentato le lezioni private di un sacerdote, don Persenda, poté sostenere nel 1817 l’esame di ammissione alla classe di Retorica, in seguito al quale frequentò le scuole annesse al Seminario, sotto la guida dei professori del Collegio Reale, tra i quali egli ricorda don G. B. Raimondi di San Benigno Canavese, e don Giuseppe Gallo, anch’egli canavesano, di San Giorgio, e iniziando altresì lo studio privato del francese. Nel 1820 conclude gli studi con l’esame di licenza, cui fa seguito, nel mesi di novembre dello stesso anno, il trasferimento a Torino e l’iscrizione all’università, per seguire il corso di Giurisprudenza. Poco tempo dopo il suo arrivo nella capitale sabauda egli incontra il suo vecchio insegnante di Mondovì don Raimondi, che lo convince a passare da Giurisprudenza a Lettere, dove avrà come docenti principali Carlo Boucheron[2], di Eloquenza (cioè Letteratura) greca e latina, e Giuseppe Biamonti[3], di Eloquenza italiana. Vincitore del concorso per un posto gratuito presso il Collegio delle Province, il Vallauri vive a Torino l’esperienza dei moti del 1821, passa quindi gli esami del 2° anno, ricevendo gli elogi del Boucheron, che gli affida anche alcuni incarichi di responsabilità, e inizia a comporre le sue prime poesie latine. Il 29 di luglio del 1823 sostiene l’esame finale, superato con lodi pubbliche da parte del Boucheron, il quale lo avvisa di tenersi pronto per altri incarichi: essi però resteranno, almeno per il momento, lettera morta, poiché alla fine del mese di settembre il Vallauri deve allontanarsi da Torino, in quanto nominato professore di Retorica al collegio di Alba.

In questa città egli si ferma un anno soltanto, dopo di che presenta domanda di trasferimento a Cuneo, sede in cui, nel frattempo, è morto il professore titolare, cioè il teologo Michele Revelli: la domanda viene accolta nel settembre del 1824, ma ne viene mutata la sede, nel successivo mese di ottobre, in quella di Mondovì. Trascorso un anno a Mondovì, egli ottiene il trasferimento, sempre come professore di Retorica, al collegio di Fossano (ottobre 1825), città in cui si ferma per ben cinque anni, ottenendo poi, nel settembre del 1830, il trasferimento, questa volta come professore di Umanità, presso il collegio di Vercelli.

Durante gli anni vercellesi (saranno nel complesso altri cinque), oltre a raccogliere una buona quantità di materiale per opere successive, come la Storia della poesia in Piemonte, e a tentare le prime prove di scrittore in prosa (la novella di Francesco Pecchio da  Vercelli), si prepara anche per l’esame di aggregazione all’Università di Torino, esame sostenuto il 5 di dicembre del 1833 davanti al Boucheron ed al Paravia[4], che aveva nel frattempo sostituito il Biamonti sulla cattedra di Eloquenza italiana, e superato a pieni voti.

Nel 1835, passato il collegio di Vercelli sotto la guida dei Barnabiti, il Vallauri chiede di essere trasferito a Torino, ma viene inviato invece ad Alessandria, dove giunge nel mese di novembre di quello stesso anno e da dove otterrà finalmente il sospirato passaggio a Torino, come professore di Umanità presso il collegio di San Francesco da Paola, nell’ottobre del 1836.

Nel 1837 escono le sue Istituzioni Oratorie, che vengono adottate nelle scuole, e così egli, pur continuando il suo insegnamento di Umanità, viene nominato anche supplente di Eloquenza latina ed italiana all’Università, tenendo così alcune lezioni di italiano al posto del Paravia nell’anno accademico 1838/39. Nel frattempo (e siamo nel mese di marzo del 1838), in seguito ad un incidente muore il suo mentore Boucheron, per sostituire il quale viene preferito il Lanteri, che però, a sua volta ammalatosi, verrà supplito per tre mesi, a partire dal 1840, ancora dal Vallauri.

Dopo aver pubblicato (nel 1841) la sua Storia della poesia in Piemonte, cosa che gli ottiene la nomina a membro della Regia Deputazione di Storia Patria, alla morte del Lanteri ottiene la tanto sospirata nomina a professore ordinario di Eloquenza latina (7 ottobre 1843). Nel 1844 sposa Elisa Gibellini e compie con lei un viaggio a Milano e Venezia; pubblica anche i due volumi Delle società letterarie del Piemonte e inizia, con l’aiuto delle carte dell’archivio del conte Prospero Balbo, il lavoro intorno alla sua Storia delle Università degli studi del Piemonte, che verrà pubblicata, in tre volumi, nel 1845, anno in cui egli darà anche il via, su incarico di re Carlo Alberto, al lavoro di redazione, interrotto però nel ’48, dei Fasti della Real Casa di Savoia e della Monarchia. Dopo il 1848 termina la Storia critica della letteratura latina ed inizia a lavorare (1850) al vocabolario dell’editore torinese Pomba[5], trovando poi anche il tempo per presentarsi candidato alle elezioni del 1857, risultando eletto, per i conservatori, nel collegio di Mondovì.

Dalla sua autobiografia nulla sappiamo delle sue opinioni relative sia alle due prime guerre d’indipendenza sia all’unità italiana, poiché le notizie saltano dalle elezioni del 1857 al 1863, anno in cui, ottenuto un congedo di due mesi, il Vallauri visita per la prima volta, insieme al fratello (il canonico Antonio), Roma, Napoli e Pompei.

Gli anni Sessanta sono quelli delle polemiche più intense (famosa è soprattutto quella col Ritschl sul nome di Plauto)[6], ma anche quelli di massima produzione letteraria (abbiamo le prima edizioni delle novelle), della sua ammissione all’Accademia della Crusca e del ricevimento, in conseguenza dei suoi studi platini, della cittadinanza onoraria di Sarsina, località della Romagna di cui era originario il commediografo latino. Nel 1869 viene nominato Preside della Facoltà di Lettere, nomina che gli viene però revocata pochi giorni dopo a seguito, come sostiene egli stesso nella Vita, dell’ostilità di alcuni ambienti politici, ostilità dovuta alla satira da lui fatta nei confronti del Cavour (non nominato esplicitamente, ma tuttavia facilmente riconoscibile) nella sua novella L’Apocoricosi, pubblicata nello stesso anno 1869.

Nel 1870 esce la seconda edizione del suo vocabolario latino e tutto il decennio tra il ’70 e l’80 è segnato dai viaggi: dopo la celebrazione del 50° di insegnamento (1873), va per la seconda volta, con la moglie, a Roma, Napoli e Pompei, oltre che a Firenze e a Milano (1874); poi si reca a visitare Parigi (1875), la Germania e l’Austria (1877), la Costa Azzurra, la Svizzera e nuovamente la Germania (1878) e poi nuovamente Roma (1881). Dal punto di vista editoriale invece possiamo ricordare l’edizione delle opere minori (1875) e quella delle Novelle (precisamente la 6a, e la più importante, è del 1881).

Nel 1882 viene nominato Senatore, per cui risiederà la maggior parte dell’anno a Roma, lasciando ancora una volta come suo supplente a Torino il suo discepolo Vincenzo Lanfranchi[7], che verrà però, con grande ira e sdegno del Vallauri, rimosso dall’incarico. Nominato infine membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, morirà, a causa di un colpo apoplettico, intervenuto pochi mesi dopo una banale caduta, il 2 di settembre del 1897 a Roma, lasciando sua erede, in mancanza di figli, la Reale Accademia delle Scienze di Torino, di cui era socio fin dal 1867.

 

Le opinioni

Nella sua opera autobiografica (la Vita scritta da esso) innumerevoli sono le polemiche che il Vallauri vive contro persone, istituzioni, abitudini, con una particolare attenzione, ovviamente, per tutto ciò che riguarda la scuola e l’educazione: suoi nemici sono tanto i nuovi metodi pedagogici ed i libri in uso nei nuovi tempi (specialmente le antologie)[8] quanto i loro propugnatori, liquidati genericamente con l’epiteto di “metodisti”, cioè sostenitori delle nuove scuole “di metodo” (l’equivalente delle scuole magistrali)[9], così come considera suoi avversari personali, oltre che nemici della vera cultura italiana (rappresentata da lui stesso e dai suoi sodali), i rappresentanti della nuova filologia tedesca ed i loro sostenitori in Italia[10]. Suo avversario è anche il Governo stesso: ora quando gli frappone ostacoli al raggiungimento dei suoi scopi, ora quando lascia libero spazio ai nuovi metodi scolastici[11], preparando così la rovina della scuola e degli studi, ora quando non riconosce i suoi meriti[12]; anche in campo letterario il Vallauri non esita a schierarsi, condannando in un solo fascio i secentisti, gli autori moderni di romanzi e, per buon peso, anche i giornalisti[13].

Per quanto riguarda poi le sue opinioni politiche, abbiamo già visto che il Vallauri era decisamente schierato col partito conservatore, per il quale fu anche eletto deputato nel 1857, ma certamente le sue posizioni ideologiche possono essere inserite tra quelle dei cosiddetti “reazionari”: mentre si trova a Ginevra (nel 1839) rifiuta la proposta che gli viene fatta di conoscere Mazzini[14], durante i “rivolgimenti” degli anni 1848/49 decide «di non dovermi rimuovere dall’usato mio modo di vivere, e soprattutto di non dovermi distogliere dagli studi»[15] e già si è detto del silenzio, significativo, a proposito delle guerre di indipendenza e dell’unità italiana.

 

(1-continua)

 

[1] Tutte le notizie biografiche sono state desunte dalla Vita di Tommaso Vallauri scritta da esso, Torino (Roux e Favale) 1878, 18862, integrate da poche altre, relative agli anni 1886-1897, tratte da L. Valmaggi, Tommaso Vallauri (necrologio), in «Annuario della R. Università di Torino» anno 1897-98. Altre notizie sulla figura del Vallauri si possono ricavare anche da G. Gervasoni, Linee di storia della filologia classica in Italia (parte 1a: Fino ai filologi settentrionali della prima metà dell’800), Firenze (Vallecchi) s.i.d. e da S. Timpanaro, Il primo cinquantenario della «Rivista di Filologia e d’Istruzione Classica», in «Rivista di Filologia e d’Istruzione Classica», vol. 100 (fasc. 4°) 1972, pp. 387-441 (per il Vallauri segnatamente pp. 399-402 e p. 424).

[2] Carlo Emanuele Boucheron (Torino, 1773-ivi, 1838), dedicatosi allo studio delle lettere greche, ebraiche e latine sotto la guida di Tommaso Valperga di Caluso, fu docente di eloquenza latina e greca all’università di Torino. Morì nel 1838 per le conseguenze di una caduta dallo scalone dell’Università.

[3] Nato a San Biagio della Cima presso Bordighera nel 1762, compì i primi studi a Ventimiglia, per passare poi a Roma presso il Collegio Romano. Insegnò presso le università di Bologna, Milano e Torino. Morì nel 1824. Di lui il Vallauri parla nella sua Storia della poesia in Piemonte II, pp. 286-288.

[4] Pier Alessandro Paravia  (Zara, 1797-Torino, 1857).

[5] Ricordiamo, per inciso, che la casa editrice Pomba diventerà, nel corso degli anni, l’attuale UTET.

[6] Per questa polemica sul nome di Plauto (Marco o Tito?) e per altre polemiche con studiosi tedeschi (Mommsen), cfr. L Berardo, «Studium pulcri» e «(bene) morata oratio»: l’umanesimo «cristiano e patriottico» di Tommaso Vallari, in «Bollettino della Società per gli Studi Storici Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo» n, 120 (1° semestre 1999), pp. 7-32. Friedrich Wilhelm Ritschl (Großvargula, 1806-Lipsia, 1876) fu uno dei più grandi filologi classici del secolo XIX. È ricordato in modo particolare per i suoi studi su Plauto (si dedicò in special modo all’analisi del palinsesto Ambrosiano delle commedie) e per essere stato professore (a Bonn e poi a Lipsia) del filosofo Nietzsche.

[7] Nato a Saluzzo nel 1826, studiò a Torino, dove si laureò in letteratura latina (col Vallauri) nel 1856; la sua carriera di insegnante si svolse quasi interamente  al Ginnasio Monviso di Torino, dove rimase fino al 1893. Dal 1871 al 1886 supplì appunto il Vallauri sulla cattedra universitaria. Morì a Torino nel 1907.

[8] Cfr. Vita III, cap. 5, pp. 171sg: «[…] lessi una Prolusione latina sul danno che recano agli studi serii le antologie. Feci una viva pittura degli abborracciatori di questi libracci […] Mi attirai, è vero, le ire di codesti scrittorelli, che fanno bottega delle lettere. […] Anzi mi persuasi sempre più che fosse debito mio lo smascherare codesti ciurmatori, e levar la voce contra i nuovi metodi, che mandano a male i nostri studi». Sulle antologie ed i loro autori cfr. Anche la novella Il sogno di un Pedante.

[9] Cfr. Vita I, cap. 1, pp. 10sg.: «Questa inconsulta teoria rovinò le nostre scuole secondarie, e produce tuttavia e produrrà il suo malefico influsso nella pubblica istruzione, finché sorga un valentuomo, il quale sappia e voglia richiamare con prudente giudizio i buoni metodi d’insegnamento, abbandonati da alcuni anni per la smania di tutto ammodernare». E ancora Vita III, cap. 2, pp. 150-153, dove i “Metodisti” sono definiti “botoli ringhiosi”, e poi ancora “invidi, faziosi, audaci”. A proposito delle opinioni del Vallauri sui metodisti si può vedere anche la novella La Bengodi dei Calandrini.

[10] Cfr. Vita III, cap. 2, p. 141: «[…] non calcando servilmente, come alcuni fanno, le pedate di certi storici tedeschi». E ancora Vita III, cap. 5, p. 172: «[…] sfatai certi metodi germanici adoperati nell’insegnamento della lingua latina; ribattei con grande indignazione gli strani giudizi recati da Teodoro Mommsen sugli italiani antichi e moderni, e specialmente le sue sciocche invettive contra le opere di Cicerone». Sul Mommsen cfr. anche Vita III, cap. 11, pp. 262sgg. e cap. 13, pp. 283sgg., oltre a vari passi della novella L’apocoricosi.

[11] Significativo è, a riguardo della nuova pedagogia italiana, l’atteggiamento tenuto dal Vallauri nei confronti dell’Aporti (cfr. Vita III, cap. 2, p. 146).

[12] Cfr. Vita III, cap. 2, p. 133: «[…] i miei lettori forse si meraviglieranno, come dappoiché io ebbi dato alla luce nel 1845-46 i tre volumi di quest’opera (la Storia delle Università degli studi del Piemonte; n. d. a.) […] io non abbia ricevuto mai neppure una parola di ringraziamento dai Rettori della pubblica istruzione». E ancora Vita III, cap. 2, p. 150; cap. 4, p. 168; cap. 8, p. 220; cap. 13, p. 277.

[13] Cfr. Vita II, cap. 1, p. 72.

[14] Cfr. Vita III, cap. 1, p. 115.

[15] Cfr. Vita III, cap. 2, p. 144.

 

 

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1 commento su “Il secolo XIX non è stato, in letteratura, solamente Romanticismo e Liberalismo… – I”

  1. Nel XX Secolo ci furono scrittori bravissimi e veridici (onesti). Mi permetto di ricordare due miei saggi “Verità per la vita – Autori dimenticati del Novecento” Marco Pagliai Editore, e “La verità nelle lettere – Opere letterarie dimenticate del Secondo Dopoguerra” Solfanelli Editore.

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