Alcuni mesi fa abbiamo assistito ad una scena che ha lasciato tutti senza parole: preti e suore prostrati in adorazione davanti a delle statue pagane, per poi portarle in processione niente meno che nella chiesa di San Pietro in Vaticano, cuore della cristianità. Non si possono e non si devono dimenticare rappresentazioni di questo genere. Ci siamo chiesti se per caso non fossero tutti impazziti e che senso avesse tale atto inconcepibile.

Tale stortura ci riporta al fenomeno sempre deprecato nella Bibbia: l’adorazione degli altri “dèi” di fronte all’unicità di Dio. Di Dio ve n’è uno solo: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6,4), e conosciamo bene il primo comandamento delle tavole della Legge: «Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altri dèi al di fuori di me» (Dt 5,7).

Prima di entrare nella Terra promessa, dopo il lungo viaggio dei 40 anni nel deserto, Giosuè chiama tutte le tribù di Israele e chiede loro solennemente di fare promessa di fedeltà a Dio, impegnandosi a non tradirlo con altre divinità una volta entrati nel luogo tanto desiderato. Tutti rispondono che saranno assolutamente fedeli all’unico Signore di Israele (Gs 24,12). Di fatto, poi, successe l’esatto contrario: tutta la storia di Israele non è che un continuo correre dietro ad altre divinità, tanto che periodicamente Dio inviava i vari profeti a richiamare il popolo; essi gridavano: «Tornate a Dio, non adorate altri falsi dèi! Fidatevi dell’unico vostro Signore!». Isaia, Geremia, Zaccaria, Osea, Amos e tutti gli altri non fanno che ripetere questo accorato invito. Nonostante il castigo dei 70 in Babilonia, nonostante i continui richiami, il popolo continuò in questo corteggiamento di altre divinità, fino ai secoli immediatamente precedenti la venuta di Cristo (cose descritte nei libri dei Maccabei).

Perché, ci chiediamo, Israele non riesce ad essere fedele al suo Dio? Eppure aveva avuto tante prove della Sua presenza e predilezione: la manna per 40 anni nel deserto, la colonna di fuoco che li guidava, l’acqua che usciva dalla roccia, le acque del Mare Rosso e del Giordano che si aprivano davanti al popolo, le incredibili vittorie militari in cento contro cinquemila, eccetera. Nonostante tutto questo, Israele non riesce ad essere fedele a Dio e si porta in casa statuette di altre divinità e le adora al posto di Jahvè.

Che cosa danno, dunque, che cosa hanno di così affascinante queste statuine?

La risposta possiamo trovarla nel libro di Osea, un testo altamente simbolico. Dio chiede ad Osea di sposare una prostituta, ed egli lo fa. Il povero Osea tenta di fare cambiare la vita alla moglie, ma non ci riesce: continuamente ella scappa di casa per andare a fare quello che la sua attitudine le impone, con altri uomini. Dio spiega al profeta che proprio così succede tra Lui (Dio) e il suo popolo: Jahvè ha “sposato” il Suo popolo, ma esso scappa continuamente e va a prostituirsi con altre divinità. Esasperato, Osea chiede alla moglie: che cosa hanno di così speciale questi altri uomini dai quali tu vai? Ed ella risponde: «Essi mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande» (Os 2,5). In sostanza, gli amanti danno le cose necessarie per soddisfare i bisogni immediati; la donna è contenta perché può avere tutto il necessario per vivere, e anche il di più (il lino è segno di lusso). In fondo, è quello che chiede anche l’uomo di oggi. Se facciamo un’intervista all’uomo della strada, e gli chiediamo: “Preferisci avere oggi un miliardo di euro, dieci palazzi, una Ferrari, chiedere quello che vuoi e ottenerlo, oppure preferisci non avere nulla di tutto questo, ma la vita eterna in seguito?”, è facile prevedere la risposta: l’uomo preferisce soddisfare le proprie materiali esigenze, per l’immediato. L’idolo, allora, è ciò che produce e garantisce tali cose: oggi è la scienza, la tecnica, lo sviluppo dell’intelligenza umana. L’idolo è un prodotto dell’uomo, che quindi nega la trascendenza, l’alterità. L’idolo finale dell’uomo è quindi l’uomo stesso.

Eppure, anche la creazione, l’uomo non la fa da sé, ma la trova già fatta. Basterebbe avere l’umiltà di riconoscere questo. Ma non siamo più nel tempo dell’umiltà: viviamo nel secolo dell’orgoglio.

Israele è il primo popolo che toglie a Dio di essere Dio. E sprofonda nell’idolatria. Perché oltre Dio non v’è nulla, se Dio è il solo, se Egli è tutto.

Il motivo di questa fuga davanti a Dio è facilmente intuibile: Dio è Persona, è libero. Non lo costruisco io. E se è libero, ha una volontà, un progetto. Non è manipolabile. Gli uomini vogliono semmai le cose di Dio, ma non Dio stesso. È il peccato di Adamo: volersi salvare da solo, senza dipendere da alcuno. In sostanza: egli rinuncia ad essere figlio, per la paura che il Padre lo soffochi o che gli tolga la propria libertà. Il peccato originale, dunque, ci ha tolti dal mondo dell’amore, e ha fatto diventare i cosiddetti “valori” una pura ideologia umana, staccati da Dio, quindi anch’essi idoli. La rivoluzione francese parla di libertà, fraternità e uguaglianza, ma a patto che Dio sia estromesso. Anche qui: idoli.

Dio invece si rivela come persona. Ad Abramo chiede cose pazzesche, ed egli le fa. A Mosè chiede cose incredibili, ed egli le compie. Gesù fissa negli occhi il pubblicano strozzino di Cafarnao, gli chiede di seguirlo, ed egli lo fa immediatamente.

Ecco chi è Dio: Persona. Non solo chiede, ma prima di tutto dà, muore di amore per te, per toglierti i peccati e farti essere libero e persona. Simile a Lui.

L’uomo scappa di fronte a tale prospettiva, perché non vuole conoscere l’amore, ma essere padrone di se stesso. E sprofonda nell’idolatria. Dio allora diventa… i “valori”: la solidarietà universale. Bene, sono proprio le proposte dell’Anticristo: aderire ai valori.

No, noi non sappiamo che cosa farcene dei valori. Noi vogliamo Dio. «Un Dio, amico mio, si è scomodato per me. Ecco il cristianesimo. Tutto il resto è una bazzecola», scriveva Charles Peguy. Gli fa eco il grande teologo redentorista Durrwell: «La salvezza non è una cosa che il Cristo distribuisce, ma è Qualcuno: Gesù nel suo mistero pasquale, col quale occorre entrare a far parte».

Così, il concetto spazio-tempo viene legato all’Uomo-Dio: Gesù Cristo. E non si va oltre: «Chi ha il Figlio ha la vita, chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita» (1 Gv 5,12).

E il Figlio di Dio non è un’idea, un valore, ma Persona. Si offre a te, ma anche chiede la tua fede, il tuo cuore. Il cristianesimo è una storia, una storia di amore, che prende totalmente, coinvolge, ci fa morire e rinascere. Gli innamorati, infatti, non vivono per se stessi, e il ragazzo non vede nella propria ragazza un “valore” astratto, ma gode al solo pensiero di poter stare una sola mezz’ora con quella persona e avere le sue attenzioni, il suo amore, la sua stessa vita.

Dunque, l’idolatria delle statuine va ben oltre all’adorazione della statua della “dea natura” o come la si voglia chiamare. Il segno che è stato dato in Vaticano è molto più inquietante: nessuno andrà in un tempio pagano o nella foresta ad incensare simulacri di legno, ma l’adorazione dell’uomo e del suo primato è il vero problema, il vero grande peccato. Che questo venga “simboleggiato” proprio da coloro che invece devono affermare il primato di Dio, è il segno che tutto è rovesciato, come lo era nell’antico Israele.

La salvezza allora verrà dai santi, che come Giuda Maccabeo, magari anche attraverso il martirio, riporterà Dio nel posto che gli compete, e l’uomo nel posto che gli compete, e lo spirito dell’Anticristo sarà spazzato via. È scritto, è annunciato: «Il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta (…) Per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna, e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (2 Ts 2,8.12).

 

 

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