Ci sono libri che aprono scenari ampi, impensabili, con giochi di intrecci e intersezioni da creare uno jacquard di eccellente qualità, non solo narrativa, ma anche di valore documentale, proprio come avviene leggendo Il misterioso caso del “Benjamin Buttonda Torino a Hollywood. Nino Oxilia il fratello segreto di Francis Scott Fitzgerald, scritto da Patrizia Deabate, originaria di Alba, che ha vinto nel 2019 la prima edizione del Premio Acqui Terme Edito e Inedito, sezione «Saggio Storico», un testo che è stato pubblicato dal Centro Studi Piemontesi l’anno successivo.

L’opera è il risultato delle accurate ricerche in ambito letterario e cinematografico svolte dall’autrice, alla quale venne affidato l’archivio dei documenti del poeta Nino Oxilia (1889-1917) dall’avvocato e slavista Piero Cazzola (1921-2015). Sono state indagate meticolosamente le correlazioni culturali che si stabilirono – senza mai conoscersi di persona –  fra i crepuscolari torinesi e Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), autore del breve racconto The Curious Case of Benjamin Button del 1922, dal quale è stato liberamente tratto il film uscito nel 2008, diretto da David Fincher, classe 1962, e che ha ottenuto tre premi Oscar, per migliore scenografia, miglior trucco e migliori effetti speciali.

Patrizia Deabate, cultrice dei poeti Nino Oxilia e Giulio Gianelli (1879-1914), avanza, con argomentazioni persuasive e suggestive, l’ipotesi che Scott Fitzgerald abbia preso spunto, per il suo racconto, da un altro lavoro italiano, la cui esistenza del protagonista, biologicamente, fa un percorso all’indietro, ossia da un’origine anziana morirà infante, la cui paternità è da ricondurre allo stesso Gianelli, mentore di Oxilia. Il testo fu pubblicato alcuni anni prima rispetto a quello di Fitzgerald, ovvero nel 1911, con il titolo Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino.

Scrittore dal profondo spirito cattolico, Gianelli maturò una spiccata sensibilità caritativa verso il prossimo. Scrisse in particolare novelle e storie per ragazzi, fra cui Tutti gli angioli piangeranno (1903), Mentre l’esilio dura (1904), Intimi Vangeli (1908). Lo scrittore aderì al movimento per l’alfabetizzazione dei contadini dell’Agro romano e partecipò con zelo ai soccorsi delle vittime del tragico terremoto di Messina del 1908, dove salvò due giovani orfani, Mario ed Ugo Morosi, portandoli con sé a Roma e prendendosene carico per tutta la vita. Proprio loro saranno protagonisti della Storia di Pipino, realizzata per la testata «L’Avvenire» e poi pubblicata in libro dalla casa editrice «Il Momento», quotidiano cattolico fondato nel 1903 dall’allora Arcivescovo di Torino, il cardinale Agostino Richelmy (1850-1923), fermo oppositore delle forti correnti riformiste religiose del Modernismo, prima ancora dell’uscita della Pascendi Dominici Gregis (1907) di san Pio X (1835-1914).

D’altro canto, il cattolico scrittore americano (nella foto sotto a sinistra) soggiornò nell’amata Italia e precisamente nella Città Eterna, nel 1921 e, per dimostrare l’influenza del racconto Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino, l’autrice albese ha analizzato l’opera letteraria di Scott Fitzgerald , constatando la nascosta presenza di Nino Oxilia: in alcuni dei suoi romanzi ha, infatti, inserito un personaggio di nome Dick che, in qualche modo, rimanda al giornalista, scrittore, poeta e regista di Torino, autore della commedia di successo, scritta in collaborazione con Sandro Camasio (1886-1913), Addio giovinezza! (1911). Oxilia si trasferì a Roma come Gianelli e ambedue morirono molto giovani, il primo a 28 anni, caduto nella prima Guerra mondiale sul Monte Tomba delle prealpi bellunesi (contrafforte orientale del Monte Grappa), il secondo a 35 anni per tisi.

L’impostazione del saggio viene suffragata da una nutrita bibliografia e conduce ad esplorazioni basate, in particolare, su relazioni personali e interconnessioni culturali e religiose di spiccato interesse, come avvenne, per esempio, attraverso il forte legame che unì Scott Fitzgerald con il colto padre Sigourney Fay, i quali si conobbero alla Newman School di Hackensack, nel New Jersey, istituto cattolico frequentato dal giovane Francis fra il 1911 e il 1913. Proprio a lui, che ebbe ruoli diplomatici in Vaticano sotto il pontificato di Benedetto XV (1854-1922), lo scrittore dedicherà il suo primo e celeberrimo romanzo, largamente autobiografico, This side of Paradise (1920), evocando la sua figura nel personaggio di monsignor Darcy.

La missione diplomatica affidata a monsignor Fay si inserì nel progetto politico del Papa, che mirava ad un riavvicinamento della Chiesa alla laica e secolarizzata Francia, anche attraverso la canonizzazione di Santa Giovanna d’Arco (16 maggio 1920) e la sua proclamazione a patrona della nazione reintegrata di Alsazia e Lorena dopo la Grande Guerra.

Proprio con la prima Guerra mondiale «la propaganda interventista fece di Giovanna d’Arco il proprio vessillo. Addirittura, dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, sul “Motion Picture Magazine” saranno frequenti le pagine pubblicitarie dedicate ad una serie di dodici quadri, intitolata “Win de War Art Collection”. I primi tre ritratti in alto rappresentano i padri della patria: George Washington, Abraham Lincoln, e, al centro, Giovanna d’Arco, nella riproduzione del dipinto di Jules Bastien-Lepage, del 1879, conservato al Metropolitan Museum di New York. […] Con l’avvio della propaganda interventista, i riferimenti all’eroina francese esplosero nella letteratura popolare, nei libri per ragazzi, in statue, canzoni, film, slogan […]» (p. 122)… e mutò persino l’acconciatura delle donne, che presero a pettinarsi alla foggia di Jeanne d’Arc, con il caschetto, moda lanciata nel 1909 dal parrucchiere Antoine di Parigi, che dichiarò di essersi ispirato all’antica giovane che si vestiva e si pettinava con il taglio alla garconne.

Jeanne d’Arc divenne un modello a cui guardare e da imitare. Nell’immaginario collettivo statunitense diventò «la “medieval sister”, la sorella medievale dei combattenti americani; lei aveva combattuto per la Cristianità e loro per la Democrazia; lei era morta a diciannove anni e molti di loro avevano avuto le giovinezze stroncate nel conflitto» (ibidem).

Tuttavia, la vergine di Francia non divenne soltanto icona delle forze armate statunitensi, insieme alla Statua della Libertà; ella fu presa anche come simbolo dalle suffragette e, quindi, dell’emancipazione femminile, un ruolo ideologico che, cattolicamente parlando, non si confà assolutamente ad una santa medievale che, come le sue moltissime “consorelle” in Cristo europee e sovrane di alta caratura femminile e di governo – che vanno da Ildegarda di Binghen a Chiara d’Assisi, da Matilde di Hackeborn a Gertrude la Grande, da Angela da Foligno a Brigida di Svezia, da Caterina da Genova a Caterina da Racconigi, da Adelaide di Susa/Torino a Giovanna di Savoia (prima regina del Portogallo), da  Margherita d’Oingt a Giuliana di Norwich, da Elisabetta d’Ungheria a Giuliana di Cornillon, da Eleonora di Provenza (regina d’Inghilterra) ad Anna di Savoia (imperatrice di Bisanzio), da Caterina da Siena a Caterina da Bologna… – non hanno nulla da spartire con le femministe, le quali utilizzano l’immagine delle donne forti e coraggiose della cattolicità, testimoni indiscusse della Fede, per avocarle alle proprie istanze, etichettandole come femministe ante litteram. Ma nel cristianissimo medioevale del Sacro Romano Impero non era neppure concepita la competizione e l’antagonismo fra uomini e donne, un elemento concettuale tardivo, sorto soltanto con l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese.

Tornado al libro della Deabate possiamo riscontrare che Giovanna d’Arco divenne protagonista del celebre colossal Joan the  Woman, diretto da Cecil B. DeMille e distribuito nel 1917; esso fu oggetto di una vasta propaganda mediatica a favore dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Ma in America, fra il 1913 e il 1914, era arrivato nelle sale cinematografiche un altro film su santa Giovanna d’Arco, Joan of Arc, la prima rappresentazione colossal su schermo della Pulzella d’Orleans, diretta dai registi Ubaldo M. Del Colle e Nino Oxilia e interpretata dalla sua amata e bellissima Maria Jacobini (1892-1944), definita il 2 ottobre del 1913 dal «Moving Picture World» come «l’erede della divina Sarah Bernhardt» (p. 111). Il film fu lanciato come «grandiosa epopea storico-religiosa in 2500 metri», come risulta dal Portale del Cinema muto italiano, dove sono pubblicate, per chi volesse prenderne visione, anche delle belle fotografie (qui). Gli altri attori del lungometraggio, che venne molto apprezzato dal Vaticano, furono: Alberto Nepoti (Carlo VII, re di Francia), Arturo Garzes (il vescovo Cauchon), Mario Ronconi (Bertrando di Poulangy), Virgilio Fineschi (il monaco Loiseleur).

Maria Jacobini, diva del cinema muto, appartenente ad una nobile famiglia romana era molto vicina alle alte gerarchie della Santa Sede, infatti, Benedetto XV era cognato di Eugenia Jacobini (1863-1918), nipote del cardinale Angelo Maria Jacobini (1825-1886), cugino del cardinale Ludovico (1832-1887), segretario di Stato di Leone XIII, dunque, tutti parenti di Maria, che nel 1912 venne scritturata dalla Savoia Film di Torino e qui conobbe Nino Oxilia.

«Una gran massa di capelli neri e soffici, occhi nerissimi e profondi, il viso bianco, un corpicino scarno e molta ritrosia e molta timidezza»[1], così veniva descritta Maria Jacobini quando, giovanissima, iniziò a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo. Ebbe una vita ricca di soddisfazioni e dopo una trentennale esperienza professionale insegnò recitazione dal 1938 al 1943 (un anno prima di morire) al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, dove ebbe come allieve Clara Calamai e Alida Valli.

La «Giovanna d’Arco interpretata da Maria Jacobini poteva apparire, ai contemporanei, all’interno del percorso artistico di Oxilia, come un corrispettivo cinematografico dell’inno del 1909, proprio perché Giovanna e Giovinezza furono simboli di irridentismo e di gioventù. Un ideale di libertà perseguito da Oxilia fino in fondo, nella vita reale. Un ideale che fu lo stesso di Fitzgerald» (p. 129).

Ottavio Di Nessim, ricorda il saggio pubblicato dal Centro Studi Piemontesi, scrisse nel 1918 in memoria del letterato torinese parole molto toccanti, che rimandano a valori di squisito amor di Patria:

«Io credo che Nino Oxilia portasse al campo il suo rude saio di artigliere e il suo elmetto d’acciaio come un abito e un emblema romantici, come reliquie di un tempo lontano, come cosa alla quale il suo spirito aderiva non soltanto perché era un buon soldato e un buon patriota, ma anche perché era un poeta. Egli era andato volontariamente lassù…»[2].

Come ben un milione di volontari americani, dopo la visione del film su santa Giovanna d’Arco, si arruolarono nella prima Guerra mondiale, il regime fascista adattò e adottò con successo Giovinezza, inno goliardico dei laureandi della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, composto da Oxilia nel 1909.

Il film italiano su santa Giovanna d’Arco ottenne uno straordinario successo negli Stati Uniti, dove fu distribuito nel 1914 insieme con In Hoc signo vinces!, pellicola interpretata sempre dalla Jacobini con la regia ancora di Oxilia, realizzata in occasione del sedicesimo centenario dell’Editto di Costantino (313) e approvata da Pio X, il Pontefice che ordinò e riformò la Chiesa, una Chiesa che, forte nella sua identità, incideva nella vita quotidiana delle persone, come pure nel mondo letterario e persino cinematografico.

 

Il film Giovanna d’Arco a tutt’oggi non risulta conservato in alcun archivio, queste immagini che riproducono la protagonista interpretata da Maria Jacobini corrispondono al corredo pubblicitario della «Savoia Film», conservato dalla Fototeca del CSC-Cineteca Nazionale

 

[1] M.A. Prolo, Profili: M. J., in Bianco e nero, luglio-agosto 1952, pp. 73-76.

[2] Ottavio di Nessim, In memoria di Nino Oxilia, in «In Pennombra», a I, n. 2, luglio 1918, p. 58.

 

 

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