Rubrica di Dario Pasero

 

 

Dallo sviluppo del latino volgare o parlato, in un lasso di tempo collocabile (grosso modo) tra il III e l’VIII secolo dell’era cristiana (ma il terminus ad quem è soggetto in realtà a spostamenti, dato che lo sviluppo di una lingua non si conclude ma è in una sorta di continuo in fieri) nascono quelle che, comunemente ma anche banalmente, vengono ritenute essere “canonicamente” le lingue romanze, quelle sei lingue che in realtà sono, potremmo dire, solamente la “punta dell’iceberg”, rappresentando in realtà gli idiomi ufficiali di stato e non la totalità delle lingue di origine latina. Queste sei lingue sono quelle che, in tempi diversi e in seguito a fenomeni storico-politici o cultural-sociali, sono state riconosciute come lingue statali delle singole nazioni: portoghese, spagnolo (in realtà castigliano), francese (in realtà la parlata dell’Île de France), italiano (in realtà toscano), ladino o reto-romancio (quarta lingua statale della Confederazione Elvetica e lingua ufficiale del Canton Grigioni), romeno.

Per fissare poi l’obiettivo in particolare sull’Italia, la lingua “nazionale” è nata in un primo tempo come lingua di cultura, poiché i modelli migliori che si erano imposti erano quelli toscani (Petrarca e Boccaccio, soprattutto) e solo in seguito, cioè con l’Unità del Paese, come lingua “politica”. Va da sé che, se si fosse imposto per il suo prestigio un altro modello linguistico (per es.: il siciliano della scuola poetica di Federico II), ora la nostra lingua nazionale forse (e sottolineo intensamente “forse”, dato che le leggi della linguistica, e soprattutto della socio-linguistica, non sono leggi matematiche) sarebbe esemplata sul siciliano e non sul toscano. Al di là delle lingue impostesi come lingue nazionali, dobbiamo comunque ribadire che tutte le parlate del dominio linguistico romanzo (e quindi anche i cosiddetti “dialetti”) sono in realtà lingue romanze.

È poi più corretto parlare di volgari “in Italia” che non di volgari “italiani”, dato che di tutti questi volgari (i “dialetti”) il sostrato è differente. Le parlate che si trovano a nord della linea immaginaria che unisce Rimini a La Spezia, escluso il veneto ed il friulano, hanno come sostrato il gallico (lingue gallo-italiche), mentre le lingue a sud di questa linea (isole escluse) hanno come sostrato varie parlate italiche pre-latine (lingue italiche), per cui si parla genericamente di sostrato “italico” (etrusco per il toscano).

Passiamo ora a parlare delle prime testimonianze scritte dei volgari romanzi in Italia. Tali testimonianze si possono suddividere in due categorie: documentarie[1] e letterarie. Le prime sono più antiche, poiché i volgari romanzi, inizialmente usati solo oralmente, vengono impiegati per scrivere in un primo tempo solo per finalità quotidiane, concrete ed immediate, e non certo poetico-letterarie (per quelle si usava ancora e solamente il latino), e solo in un secondo tempo si pensò alla capacità artistica di tali volgari, che successivamente presero sempre più piede nella produzione letteraria fino a giungere alla composizione di capolavori assoluti.

Le testimonianze documentarie dei volgari in Italia sono: 1) Indovinello veronese, 2) Placito di Capua (ed altri placiti consimili, definiti nel loro complesso “placiti cassinesi”), 3) Carta cagliaritana (1070/80), 4) Privilegio logodurese (1080/85), 5) Postilla amiatina, 6) Formula di confessione umbra, 7) Iscrizione romana di San Clemente, 8) Tre iscrizioni piemontesi, 9) Ritmo di Travale.

 

Indovinello veronese (secc. VIII/IX)

Ritrovato nel 1924 da Luigi Schiaparelli (1871-1934) in un codice della Biblioteca Capitolare di Verona. Databile, ma senza prove certe, tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo. Si tratta di un breve testo di due versi in una lingua che, pur ancora molto vicina al latino, può già essere definita volgare. Non sappiamo con certezza neppure il luogo di redazione (il termine “veronese” è infatti relativo al luogo di ritrovamento). L’autore – ovviamente ignoto – doveva comunque essere un chierico o un intellettuale, tanto che, a differenza dei testi seguenti, alcuni commentatori parlano decisamente del “più antico testo volgare italiano di carattere letterario” (Vidossi). Eccone il testo:

se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio/ teneba et negro semen seminaba

Si tratta, come recita la definizione, di un indovinello, relativo, attraverso la metafora dell’aratura del campo, al gesto della scrittura. Infatti il testo, nella sua traduzione moderna “metteva avanti i buoi arava bianchi prati e teneva un bianco aratro/ e un nero seme seminava”, allude alle dita (boves), alla pergamena (alba pratalia), alla penna d’oca (albo versorio) e infine all’inchiostro che traccia i segni (negro semen).

Quanto alle forme linguistiche, notiamo come in tutti i verbi sia caduta la consonante finale (-t) della 3a persona singolare, così come la consonante finale è caduta in tutti i sostantivi ed aggettivi[2], tranne che in bove-s ed in seme-n e le -u- sia tematiche che di desinenza sono già passate per apofonia ad -o- (versorium > versorio); i neutri plurali (pratalia, alba) sono restati inalterati rispetto al latino (fenomeno che è rimasto anche in alcuni termini italiani moderni, quali “paia” o “uova”).

 

Placito di Capua (960)

Se non il più antico, il primo testo in volgare ad avere una data certa (marzo 960), dichiarata dal fatto che esso fa parte del verbale, redatto in latino, di un processo tenutosi a Capua, davanti al giudice Arechisi, tra un proprietario terriero di origine longobarda (Rodelgrimo di Aquino) e l’abbazia benedettina di Montecassino, o una sua dipendenza. Nessun dubbio neppure sul carattere documentario, e non letterario, del testo. L’estensore del verbale del processo ha infatti riportato le parole pronunciate, in volgare quotidiano, da un contadino testimone, con le quali egli certificava la sua conoscenza relativa al possesso dei terreni contesi.

Il testo, in prosa, famosissimo, anche perché fino alla scoperta dell’Indovinello era considerato il più antico in assoluto dei volgari in Italia, così recita.

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti

“So che quelle terre, per quei confini che qui si contengono, per trent’anni le possedette la parte di San Benedetto”

Il testo ci appare già discretamente vicino al volgare delle origini letterarie in Italia. A parte alcune oscillazioni ed incertezze grafiche (k oppure q, per gli attuali q o ch), notiamo la forma sao (< sapio, “so”) e la costruzione, ormai decisamente non più latina classica, ma del latino parlato e scritto post-classico, quod + indicativo (ko… possette; in italiano moderno “che” + indicativo), al posto del classico accusativo + infinito. Altra notazione riguarda il “trenta anni”, già volgare, ma che riprende ancora l’accusativo semplice latino per indicare il complemento di tempo continuato. Già decisamente italiano è il pronome personale le (< illae), mentre non è ancora d’uso comune l’articolo determinativo “parte Sancti” e non già “la parte”. Infine la formula relativa all’ordine monastico, per tradizione e – probabilmente – rispetto, resta in latino classico, al genitivo Sancti Benedicti. Rileviamo poi che ki (qui) va collegato al fatto che quasi certamente il teste teneva in mano una mappa e su di essa indicava i confini dei terreni.

Simili al Placito capuano, nel testo e nelle caratteristiche, e poco lontani da esso nel tempo e nello spazio, sono anche il Placito di Sessa Aurunca (963) e quello di Teano (idem).

 

Carta cagliaritana (fine sec. XI)

La Carta cagliaritana è una delle più antiche testimonianze scritte della lingua sarda. Venne redatta nel giudicato di Cagliari intorno al 1089, durante il regno del giudice Costantino Salusio II. In essa si registra una donazione fatta da Costantino Salusio del monastero di San Saturnino ai monaci benedettini dell’abbazia di San Vittore di Marsiglia, confermando e accrescendo le concessioni stabilite dal padre Orzocco Torchitorio I. È conservata presso l’Archivio Dipartimentale di Marsiglia.

 

Privilegio logodurese (1080/85)

Noto anche come “Carta consolare pisana”, è uno dei primi testi conosciuti della lingua sarda, redatto nel regno di Torres. Si tratta di un privilegio che sanciva l’esenzione da tutti tributi commerciali concesso dal giudice Mariano I di Torres a favore dei mercanti di Pisa. Il manoscritto è conservato nell’Archivio di Stato di Pisa.

 

Postilla amiatina (1087)

Breve testo collocato al fondo (donde il nome di “postilla”) ad un rogito, redatto da un notaio di nome Rainerio, relativo ad una donazione da parte di due coniugi al monastero di Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata. Essendo inserita in un registro di atti e verbali la sua data è indicata, così come facilmente individuabile è anche l’area geografica di produzione (Toscana meridionale).

Ista cartula est de caput coctu;/ ille adiuvet de illu rebottu/ qui mal consiliu li mise in corpu

“Questa carta è di Capocotto (cioè, testa calda, pazzoide),/ lo aiuti da quel ribaldo (il diavolo)/ che gli mise in corpo un cattivo consiglio”

La principale osservazione è quella relativa alla grafia, ancora latineggiante ma quasi certamente da leggersi come volgare. In altre parole, il notaio, persona discretamente colta, è abituato a scrivere in latino, e quindi ne mantiene abitudini e stilemi anche quando scrive in volgare. In pratica: est è probabilmente da leggersi è, mentre le consonanti finali presenti sono dovute solamente alla pratica grafica dotta, ma da non pronunciarsi. Notiamo poi la preposizione latina de, usata due volte, ma con due valori diversi: in un caso col valore della preposizione italiana di (per esprimere il complemento di specificazione), nell’altro con quello della preposizione da. Infine il dativo li (< latino illi), che diventerà nell’italiano moderno “gli”.

 

Formula di confessione umbra (1037-1080 circa)

Si trova in un codice della Biblioteca Vallicelliana di Roma, proveniente dal monastero di Sant’Eustizio a Norcia. Riportiamo, a mo’ d’esempio, le prime righe del testo.

Domine mea culpa. Confessu so ad me senior Dominideu et ad mat donna sancta Maria […]

de omnia mea culpa et de omnia mea peccata, ket io feci […]

Me accuso de lu corpus Domini, k’io indignamente lu accepi […]

Trattandosi di un testo di carattere religioso non ci sorprende come si alternino vocaboli e parti del discorso già decisamente “volgari” (ad es. “donna” e l’articolo “lu” < illud) con formule e parole ancora completamente latine (ad es. “corpus Domini”).

 

Iscrizione della chiesa inferiore di San Clemente (post 1084)

Sul muro di rinforzo, costruito dopo il saccheggio del 1084 (terminus post quem), della chiesa inferiore di San Clemente a Roma troviamo un affresco con scene del martirio del Santo. I vari personaggi riprodotti, oltre al Santo, che “parla” però in latino classico, cioè gli aguzzini (il console Sisinnio, ed i servi Gosmario ed Albertello) sono contornati da alcune frasi (una sorta di “fumetto” ante litteram) che raccontano le “battute” del dialogo che si immaginava avvenuto durante il martirio. Ecco il testo.

Fili dele pute, traite,/ Albertel, trai./ Falite dereto colo palo, Carvoncelle.// Fili dele pute, traite! Gosmari,/ Albertel, traite! Falite dereto colo/ palo, Carvoncelle

“Figli delle puttane, tirate,/ Albertello, tira./ Fatevi sotto col palo, Carboncello.// Figli delle puttane, tirate/ Gosmaro,/ Albertello, tirate/ Fatevi sotto col/ palo, Carboncello”

 

Tre iscrizioni piemontesi (sec. XI/XII)

Abbiamo tre brevi testi, poco più che lacerti, di testimonianza della lingua cosiddetta pedemontana, più che non piemontese, termine che gli studiosi utilizzano a far capo dal finire del secolo XVIII. Esse sono iscrizioni su frammenti musivi (cioè a mosaico) pavimentali, e precisamente l’iscrizione, detta “del pescatore”, del Duomo di Casale Monferrato dedicato a Sant’Evasio (qua l’é l’arca de San Vax: “qui c’è l’arca – cioè la cassa di deposito del denaro – di Sant’Evasio”), quella di Santa Maria Maggiore a Vercelli, fòl (“stupido”) e fel (disgraziato, fellone), due termini che esprimono gli insulti che si scambiano, secondo un’abitudine testimoniataci già da un frammento di una Satira di Lucilio (Iter Siculum) e da un episodio della Satira I, 5 di Orazio, il cosiddetto Iter Brundisinum, due duellanti ritratti nel mosaico; e infine un’altra iscrizione casalese, anch’essa rappresentante una scena di duello, sul cui lato sinistro figurava (l’originale è purtroppo perduto, ma ce ne rimangono un disegno ed una descrizione eseguite nel 1860 da Edoardo Arborio Mella) la frase, disposta su 4 righe, to [< lat. tolle][3] scana, cioè “prendi, scanna”

 

Ritmo (o Guaita) di Travale (1158)

Come per i placiti cassinesi anche questo documento è la testimonianza citata, in volgare, all’interno di un verbale notarile latino del luglio 1158. Conservato nell’Archivio vescovile di Volterra, ora perduto e conosciuto attraverso una copia del secolo XV. Si tratta di due brevi versi (“versicoli”), donde la definizione di “ritmo”, citati da un uomo di Travale, borgata del comune di Montieri, in Maremma.

[…] Guaita, guaita male, non mangiai ma’ mezo pane […]

[…] Guardia, fa’ male la guardia, non mangiai più che mezzo pane […]

 

Terminato, seppur in forma decisamente sintetica, il discorso sulle testimonianze “documentarie” dei volgari in Italia, possiamo passare ora ad analizzare (sempre in forma sintetica, ma non troppo concisa) il “secondo livello” di testimonianze, cioè quello, seppur in qualche caso ancora rozzamente, letterario.

 

Con la definizione di “prime testimonianze letterarie” indichiamo quelle che afferiscono alla cosiddetta “letteratura delle Origini”, cioè, in buona sostanza, dai secoli XII/XIII alla Scuola siciliana. Le principali sono: Ritmo laurenziano, Ritmo cassinese, Ritmo bellunese, Ritmo lucchese, Ritmo di Sant’Alessio, Sermoni Subalpini, Contrasto bilingue di Rambaldo di Vaqueiras, Bonvesin de la Riva, Contrasto di Cielo d’Alcamo, Cantico di Frate Sole, che funge da discrimine tra i primi testi delle origini e l’inizio della vera e propria letteratura in Italia.

 

Ritmo laurenziano (Salv’a lo vescovo senato; fine sec. XII)

Conosciuto anche come Cantilena giullaresca, è composto di venti doppi ottonari monorimi; risale agli anni 1150-1171 ed è contenuto nell’ultima pagina di un codice della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, da cui il nome. È la cantilena di un giullare toscano, con tratti linguistici vicini a quelli umbri, il quale con una certa sfrontatezza si rivolge ad un vescovo (probabilmente Villano Villani, arcivescovo di Pisa) facendone lodi sperticate e pronosticandogli nientemeno che il pontificato, per ottenere da lui in dono un cavallo.

 

Ritmo cassinese (Eo, sinjuri, s’eo fabello; secc. XII/XIII)

Il Ritmo cassinese è un’allegoria in versi, la cui interpretazione non è ancora risolta, composta da novantasei versi in dodici strofe di varia lunghezza.

Il componimento è conservato nel manoscritto 552-32 dell’Abbazia di Montecassino e risale alla fine del secolo XI, sebbene la ricopiatura sul codice, giudicando la scrittura, risalga tra la fine del XII e l’inizio del XIII. Il dialetto del poeta è centro-meridionale e ogni strofa è composta da ottonari monorimi con un distico o una terzina finale, sebbene presenti irregolarità metriche e linguistiche. Il poeta comunque prende spunto da una fonte latina, una Scriptura forse identificabile con la Bibbia. Analizzando riferimenti interni, si è ipotizzata la possibile stesura da parte di un giullare.

È la testimonianza di una ricca tradizione culturale e letteraria monastica relativa all’abbazia di Montecassino, vera capitale linguistica, culturale ed economica del territorio posto fra Lazio, Campania e Abruzzo, una roccaforte della cultura occidentale all’incrocio fra molte correnti latine, greche e longobarde. Il testo è opera di un autore indubbiamente colto, e lo dimostra l’uso di un linguaggio nel quale possiamo mettere in evidenza la presenza di provenzalismi e di latinismi.

 

Ritmo bellunese (De Castel d’Ard havi li nostri bona part; 1198ca)

Conservato presso il Museo Civico di Belluno, nel Catalogo De Vescovi 1. Composto alla fine del XII secolo, tramanda gli avvenimenti del Comune di Belluno negli anni 1183-1196. In particolare è narrata la guerra che Belluno, in alleanza con Feltre, mosse contro Treviso e che le permise la conquista di territori prossimi alla città.

Linguisticamente presenta già tratti tipici del veneto moderno con sfumature specifiche della variante settentrionale. Da notare la presenza del passato remoto, tratto arcaico oggi completamente scomparso.

 

Ritmo lucchese (Ma come perdetero lor destrieri; 1213)

Conservato a Bologna, presso la Biblioteca del Collegio di Spagna dell’Università, in un codice contenente il De Natura hominis di Burgundione da Pisa, fu scoperto agli inizi del secolo XX.. È un poema dialettale anonimo in koiné toscana. È considerato uno dei più antichi esempi della letteratura italiana, composto nel 1213 o poco dopo. Tratta di una battaglia tra Lucca e Pisa combattuta vicino a Massa alla metà di gennaio di quell’anno.

 

Ritmo di Sant’Alessio (Dolce, nova consonanza; sec. XIII)

È un componimento strofico narrativo di origine monastica, che fu composto da un giullare anonimo nell’abbazia benedettina di Santa Vittoria in Matenano, in provincia di Fermo, fondata da monaci di Farfa, in Sabina. Esso presenta tratti linguistici analoghi al Ritmo cassinese, cioè la koiné della parte orientale dell’Italia centrale, ed è conservato in un solo ms. della Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno (ms. XXVI, A, 51). Databile alla prima metà del secolo XIII, è formato da 257 versi, con uno schema metrico formato da lasse monorime composte da una serie di ottonari o novenari seguiti da una coppia di endecasillabi (cfr. Ritmo cassinese). Secondo Bruno Migliorini “Parecchi indizi confermano che l’autore del ritmo era della stessa regione da cui proviene la copia del poemetto, cioè marchigiano”.

Esso parafrasa la traduzione latina (sec. X) della leggenda orientale di Sant’Alessio, ma il racconto si interrompe prima del ritorno di Alessio a Roma, narrando solamente la prima metà della leggenda del Santo: la nascita, il matrimonio, l’esortazione alla moglie, la fuga a Laodicea, la vita da mendicante. Come nel Ritmo cassinese, la strofe è costituita da una serie monorimica di versi ottonari-novenari in numero variabile da quattro a tredici, seguita da una seconda serie, molto più breve (quasi sempre un distico), di versi decasillabi-endecasillabi con rima differente.

 

Sermoni Subalpini

I Sermoni subalpini sono il più importante documento degli inizi della letteratura in lingua piemontese (o, meglio, pedemontana).

Essi risalgono agli anni situati tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIII. Sono 22 sermoni festivi, di autore anonimo, contenuti nel codice D.VI.10 della Biblioteca Nazionale di Torino. Il manoscritto è stato ritrovato nel 1847, ed inizialmente si riteneva che la lingua usata fosse un miscuglio di latino, provenzale e francese (Lacroix), mentre Jacques-Joseph Champollion l’aveva attribuito ai non meglio specificati patois di origine provenzale delle vallate del Piemonte sud-occidentale. Il primo ad attribuirlo ad una lingua identificabile come piemontese è stato il Förster nel 1879. Nei decenni successivi numerosi linguisti (tra cui Marcel Danesi, p. Giuliano Gasca Queirazza s.j. e Bruno Villata) si sono succeduti nell’analisi dell’antico documento e si è formulata l’ipotesi che la copia a noi pervenuta non sia il manoscritto α, cioè il cosiddetto “archetipo” di prima mano, ma un manoscritto successivo ricopiato probabilmente da amanuensi transalpini, che vi hanno applicato convenzioni legate alle lingue gallo-romanze e vi hanno dunque introdotto elementi d’oc e d’oïl che non dovevano far parte del piemontese medioevale, ma l’analisi delle preposizioni, così come quella della morfologia e del lessico, ha individuato la prevalenza degli elementi cisalpini. I fenomeni di formazione del plurale e di perdita delle vocali finali al maschile corrispondono puntualmente con i fenomeni del piemontese moderno, e quindi i Sermoni sono una preziosa testimonianza di come il piemontese ed il suo gruppo gallo-italico fossero un’entità già ben definita ed autonoma rispetto ai tre tradizionali gruppi citati da Dante Alighieri, ovvero le lingue d’oc, d’oïl e del sì. Prendendo spunto da queste tre definizioni medievali, il piemontese antico è stato chiamato, da Bruno Villata, “lenga d’oé”, poiché nel documento si documenta questa particella affermativa, che si ritiene la versione antica delle moderne affermazioni piemontesi òi ed é e del lombardo .

 

Raimbaut, o Raimbaud, (Rambaldo) di Vaqueiras: Contrasto bilingue (Domna, tant vos ai preiada)

Trovatore provenzale (Vaqueiras, Valchiusa, ca. 1155-sui monti Rodopi, in Oriente, forse 1207). Giullare di povere origini, passò in Italia poco dopo il 1180 e si pose al servizio di Bonifacio I di Monferrato (1192) che seguì nelle imprese di guerra, contro la città di Asti e nella campagna di Sicilia nel 1194, morendo, pare, al suo fianco durante la Quarta Crociata. Alla corte di Bonifacio conobbe Beatrice, sorella del marchese e sposa di Enrico del Carretto, di cui si innamorò, componendo per lei vari testi amorosi.

La sua produzione, di gusto e genere prevalentemente popolari, non si allontana dai consueti schemi trobadorici. Di particolare rilievo sono le sue composizioni in volgare d’Italia, il Contrasto con una donna genovese, dialogo bilingue nel quale, prendendo lo spunto dal genere della “pastorella” provenzale, egli introduce come interlocutori un trovatore provenzale ed una popolana genovese. Questo testo, che anticipa di circa cinquant’anni il più famoso Contrasto di Cielo d’Alcamo, è il primo esempio d’impiego di un nostro dialetto in una composizione poetica regolare. Più freddo e artificioso è un discordo plurilingue (in provenzale, italiano, francese, guascone, gallego-portoghese), dove l’italiano è usato come lingua colta e interregionale.

 

Cielo d’Alcamo: Contrasto

Nell’ambito temporale della cosiddetta “scuola siciliana” (ca. 1200-1250), anche se non si sa con sicurezza se appartenente ad essa, collochiamo la figura di colui che, nei vecchi testi di storia letteraria italiana, rappresentava il capitolo della cosiddetta “poesia comico-giullaresca”, cioè l’n.m.i (non meglio identificato) Cielo (Michele) d’Alcamo, località attualmente in provincia di Trapani. Di lui non solo non si conoscono elementi biografici, ma neppure se possa essere considerato (come ritengono ormai i più) un poeta dotto in qualche modo “prestato” (almeno in questa sua unica composizione a noi nota) alla poesia popolare, da lui imitata e resa quindi (secondo le consuete categorie interpretative) “popolaresca”, oppure un vero e proprio poeta “venuto dal popolo”, e quindi poetante secondo gli schemi e le categorie della cultura plebeo-popolare. Va da sé che questa seconda ipotesi (peraltro ora pressoché abbandonata) fu tenuta in auge dalla critica marxista, sempre ansiosa di andar trovando esempi di scrittori “proletari” che si opponessero, con la loro vivacità ed il loro brio tutto plebeo, alla sussiegosità ed all’accademismo della cultura, nel Medioevo, aristocratica e, nei secoli successivi, aristocratico-borghese. Gli elementi “dotti” disseminati qua e là nel testo fanno invece propendere – come detto – per un’origine almeno dotta (se non anche aristocratica) dell’autore, che nei suoi versi si rivela conoscitore sia delle strutture (la “pastorella”, cioè il dialogo tra un giovanotto ed una ragazza) che degli stilemi (figure retoriche, lessico elevato…) della immediatamente precedente poesia provenzale di corte.

Come si è detto, ci troviamo di fronte ad un “contrasto”, vale a dire un componimento di tipo “amebeo” (in cui cioè le strofe sono pronunciate alternatamene dai due protagonisti; dal verbo greco αμοίβω amóibo, “scambio”), in cui si riporta il dialogo, amoroso-scherzoso, presumibilmente ambientato in un contesto urbano, tra un “canzoneri”, cioè un poeta (ossia l’autore stesso), ed una ragazza. Di questo testo, che è uno dei primi esempi, letterari, di forme linguistiche siciliane, riportiamo le prime due stanze, che contengono il saluto del poeta alla ragazza (la prima) e la risposta di lei (la seconda).

 

«Rosa fresca aulentissima, ch’apari inver’ la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate!

Tràgemi d’e ste focora, se t’este a bolontate,

per te non aio abento notte e dia

penzanno pur di voi, madonna mia»

«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare:

lo mar potresti arompere a venti asemenare,

l’abere d’esto secolo tutto quanto asembrare.

Avéreme no’ poteri a esto monno,

avanti li cavelli m’aritonno»

Bonvesin della Riva

Bonvesin della Riva, nato a Milano dopo il 1240 ed ivi morto prima del 1315, scrisse buona parte delle sue opere, anche se ne possediamo pure in latino, in volgare (alias: lingua) milanese. Tra le sue opere in volgare, tutte degne di nota, la più famosa restano tuttora le Quinquaginta curialitates ad mensam, primo esempio in una lingua d’Italia di “galateo” del ben comportarsi quando si è a tavola con altri. Va detto tuttavia che noi usiamo qui questo termine (“galateo”) in senso “anti-storico”, poiché a rigore non potremmo utilizzare tale sostantivo per opere precedenti il 1558, anno di edizione (postuma) dell’omonimo trattato (Galateus) del Della Casa, che fu “eponimo” per questo tipo di opere e per la ”disciplina” da esse trattata; il “galateo” appunto. Attraverso 50 quartine (51 se consideriamo anche l’introduzione generale) Bonvesin, circa 300 anni prima di monsignor Della Casa, ci dà un esempio di trattatello di buone maniere, anche se egli si limita – come detto – allo star a tavola, mentre il rinascimentale autore del Galateo si occupa di tutte le situazioni “di società” in cui una persona ben educata può venirsi a trovare e nelle quali si deve saper comportare.

Riportiamo, a mo’ di esempio, una quartina (precisamente la 15a, cioè in realtà la 14a “cortesia”, dopo la strofa introduttiva) dell’opera, quartina in cui l’argomento è il bere con moderazione; in essa troviamo anche un simpatico risvolto di tipo economico: se ci si ubriaca si spreca anche il vino che si è pagato.

L’oltra ke segue è questa: quand tu e’ a li convivii,

anc sia bon vin in desco, guarda ke tu no te invrii.

Ki se invria matamente, in tre mainere offende:

el nox al corpo e a l’anima, e perde lo vin k’el spende.

 

San Francesco d’Assisi

Con San Francesco d’Assisi (1182-1226) si fa concludere il periodo della letteratura in Italia noto come “delle Origini”, per far iniziare la vera e propria storia della letteratura italiana con la “scuola siciliana”, i poeti toscani detti “di transizione” (olim “scuola toscana”), lo Stilnovo, per arrivare così a Dante ed al “secolo d’oro” delle nostre lettere medievali, cioè il Trecento.

Anche San Francesco ha dovuto “pagare pegno” (se mi si consente l’espressione) alla critica marxista (dominante nella cultura e nella critica letteraria italiana in particolare a far capo almeno dalla metà del secolo scorso), che vedeva in lui il classico esempio del religioso medievale di scarsa cultura, ma animato da fervente zelo che lo portava a produrre dei piccoli capolavori quali il famoso Cantico, la cui definizione corretta è Laudes creaturarum, ma noto poi come “Cantico delle creature” o “di frate Sole”. E proprio il Cantico era utilizzato dai critici di scuola marxiana come esempio della scarsa levatura culturale del Santo: popolare al limite del rozzo e del puerile, se non addirittura del grottesco. Al di là, comunque, della sostanza, morale e dottrinale, del Cantico, anche per questo testo (come per il Contrasto di Cielo) il lessico e gli aspetti stilistico-retorici rivelano la conoscenza di modelli letterari (specialmente in langue d’oïl) e quindi della letteratura, e della lingua, d’oltralpe. Ne è un esempio visibile, diremmo “ad occhio nudo”, l’uso del “per” iterato nelle varie lasse (strofe), che viene ormai quasi concordemente inteso nel valore del francese “par”, cioè “da parte di”. D’altra parte, il rampollo di una famiglia assisiate, se non nobile certamente ricca, ben difficilmente non avrebbe ricevuto un’educazione ed una istruzione, anche letteraria, quantomeno di discreto livello, cosa che ci è testimoniata da altre opere del Santo, scritte in latino, tra le quali la Regola, le Epistolae, le Admonitiones ed il Testamento.

Per evitare che – come ora sta succedendo sempre più spesso – il pensiero di San Francesco possa essere interpretato in maniera eccessivamente “irenica”, proponiamo i vv. 25-29, in cui, con un realismo quasi “apocalittico”, il Santo ci parla dei “novissimi”:

 

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente pò skappare:

guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quilli ke se trovarà ne le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l farrà male.

 

[1] Ricordiamo che la più antica testimonianza documentaria di una lingua romanza (nella fattispecie il francese o, meglio, la langue d’oïl) è il cosiddetto “giuramento di Strasburgo” dell’842.

[2] Mentre nei volgari a sostrato italico una delle caratteristiche più evidenti è la caduta delle consonanti finali, in quelli a sostrato gallico troviamo la caduta di tutte le cosiddette “post-toniche”, cioè le sillabe che si trovavano, in latino, dopo quella accentata: es. caballum > caballu, caballo, cavallo (volgari italici), cabal, caval (volgari gallo-italici).

[3] Dall’imperativo presente latino di 2a persona singolare tolle (< tollo, “prendo”) si usano ancora adesso sia la forma apocopata “to’” (eccoti, prendi) sia, in dialetti lombardi occidentali (novarese), tòll/teull (“prendere”).

 

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2 commenti su “Lingue, culture, valori”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Gentile Prof. Pasero, spero proprio che lei raccolga tutti i suoi straordinari articoli inun unico volume e lo pubblichi.
    Sarò la prima ad acquistarlo.

    1. Questo dipende dalla Direzione della Rivista (oltre che da me). Penso che prima o poi ne parleremo… Grazie comunque ancora per il Suo continuo apprezzamento

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Direttore Carlo Manetti

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