Nella storiografia esiste una scienza ausiliaria di grande e, allo stesso tempo, affascinante valore: l’Araldica. Essa segue vie diramate: genealogie familiari, stemmi civili e religiosi, conservando, quindi, caratteri e finalità che hanno aderenza anche con la contemporaneità. Ci troviamo di fronte ad un universo, vero e proprio, reale e avvincente, carico di galassie e costellazioni.

Sull’Araldica è recentemente uscito un prezioso saggio curato da Gustavo Mola di Nomaglio e Michelangelo Fessia, dal titolo L’araldica tra ostensione e identità di famiglie e comunità, edito dal Centro Studi Piemontesi. Si tratta della pubblicazione degli Atti del Convegno tenutosi in occasione del 330° anniversario del consegnamento dello stemma della Città di Bene; convegno tenutosi a Benevagienna il 27 ottobre 2018.  Queste pagine racchiudono Araldica civica Araldica gentilizia. Se la prima osserva particolarmente il passato, ovvero alla genealogia e alla Storia dell’arte (come si può evincere dalle esemplificazioni presentate), quella civica conserva caratteri e finalità attualissime. Queste due  branche , che nascono nell’età feudale, si sono beneficamente contaminate vicendevolmente. Infatti, ancora oggi gli stemmi civici e i gonfaloni, trattati  nel volume, attorno ai quali le popolazioni di molti paesi e città possono declinare la propria identità e, per così dire, “fare quadrato” attorno ad essa, evidenziano non solo connessioni gentilizie ma, con notevole frequenza, anche precise evocazioni dei legami della dinastia con la quale il Piemonte ha, per molti secoli, marciato fianco a fianco.

Ma che cosa è esattamente l’Araldica?

Anticamente era conosciuta come l’«arte del blasone». Si tratta di una vera e propria scienza che analizza e interpreta gli stemmi, ne studia le fonti, l’origine e la storia e ne stabilisce le regole. Essa definisce le varie tipologie di scudo, le partizioni che ne suddividono il campo, le figure che lo caricano, gli smalti e gli ornamenti esteriori. Attraverso l’interpretazione simbolica delle figure e dei colori che compongono lo stemma, l’araldista è messo in condizioni di ricostruire la storia del suo possessore: i suoi domini, le sue conquiste, le sue alleanze matrimoniali, le dignità acquisite. Quando osserviamo uno stemma familiare o civico o religioso significa essere di fronte ad uno spaccato storico identificativo di fondamentale rilievo e, allo stesso tempo, di fronte ad un vero e proprio rebus da analizzare, scandagliare, risolvere con rimandi interdisciplinari molteplici. Per questa ragione è da considerarsi a pieno titolo una scienza ausiliaria della Storia per il sostanziale supporto che le può fornire. L’Araldica, ambito plurivalente molto suggestivo, risulta essere ausiliaria pure dell’Archeologia e della Storia dell’arte, finanche delle scienze affini come la sigillografia, la numismatica, la genealogia, la codicologia, la bibliografia, la storia delle biblioteche… infatti, l’identificazione di uno stemma può stabilire la datazione o la provenienza geografica di un reperto o di un codice, la proprietà di un immobile, la committenza di un’opera d’arte… dunque, mezzo straordinario per accedere ad una  miniera di informazioni, che vanno da quelle più generiche a quelle più peculiari, dettagliate e capillari. Non solo è richiesta una pazienza certosina per ricercare dati custoditi all’interno di uno stemma, ma pure una brillante intelligenza, perché non è sufficiente l’erudizione in questa scienza, ma è richiesta anche l’intuizione ed una sorta di sensibilità creativa e artistica che, tuttavia, sempre deve poggiare su fatti reali e concreti.

Gli stemmi comunicano e nascondono allo stesso tempo. È per questa ragione che occorre conoscere il suo «linguaggio simbolico» – perché di una vera e propria lingua si tratta – ma a volte non è sufficiente; ecco perché occorre perspicacia e illuminazione poiché i suoi connotati tecnici si intersecano con quelli simbolici e artistici, che vanno dagli aspetti cromatici a quelli delle linee, delle forme, delle figure… insomma, un vero e proprio mondo si racchiude in un blasone, da sondare, interpretare e spiegare.

Questa fantastica scienza permette di conoscere la storia di una famiglia, di un luogo o di un ente attraverso limitate immagini, forme e linee cromatiche, manifestando in sintesi la realtà identitaria che vi soggiace (da qui il termina «ostensione» nel titolo del libro in questione), con le annesse sue complessità di relazioni, patrimoni materiali, spirituali, secolari.

«L’uso degli stemmi», spiega nel saggio Gustavo Mola di Nomaglio, internazionalmente noto per i suoi studi storici, araldici, genealogici, «si è esteso agli enti civili, a fianco di una diffusione tra le persone e le famiglie tumultuosa e pervasiva, specialmente nei secoli centrali del Medioevo, soprattutto a partire dal XII. La propagazione si registrò mano a mano che differenti enti, a partire dai comuni, acquisivano una propria ben definita personalità giuridica, pur in contesti politici variabili, ora connotati da un’autonomia più o meno compiuta, ora da dipendenze e superiorità di differente matrice che, in vario modo, potevano influire sulla determinazione della composizione delle armi comunali» (p. 11).

L’uso degli stemmi rispondeva, in origine, a necessità pratiche di rimando all’identità di un ceppo familiare o di una comunità, civile o religiosa che fosse, simile, per scopo, ad un documento di identificazione che rappresentava la propria personalità o il proprio ente di appartenenza, oppure una municipalità, un borgo o addirittura una contrada (rione/quartiere), come accade ancora oggi nel caso emblematico di Siena. Gli stemmi erano posti anche «in relazione ad impegni, certificazioni, corrispondenze, alle quali la presenza dei sigilli armoriati conferiva valore, forza, autenticità. Ciò valeva per qualunque organismo collettivo e comunità civili o religiose: università, corpi armati, magistrature, ospizi – o alberghi – nobiliari corporazioni di mestiere, collegi professionali, società diverse, ordini religiosi e cavallereschi, monasteri, parrocchie, e via dicendo» (ibidem).

L’araldica tra ostensione e identità di famiglie e comunità (con i contributi di Claudio Ambrogio, Giuseppe Pichetto, Albina Malerba, Enrico Genta Ternavasio, Fabrizio Antonielli d’Oulx, Roberto Sandri Giachino, Mario Coda, Angelo Scordo, Attilio Offman) affianca perfettamente l’opera di Federico Bona Onore Colore Identità. Il Blasonario delle famiglie piemontesi e subalpine, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio e Roberto Sandri Giachino, edito dal Consiglio Regionale del Piemonte e dal Centro Studi Piemontesi; saggio che accompagna idealmente la prestigiosa e monumentale Bibliografia delle famiglie subalpine di Mola di Nomaglio in sei volumi (Centro Studi Piemontesi, 2008/2010): eccellente percorso bibliografico, che a livello europeo vanta pochi eguali, nel corso del quale sono stati vagliati, analizzati criticamente e talora indicizzati un 10.000 oggetti bibliografici di decine di migliaia di famiglie appartenenti ai territori subalpini.

Il testo L’araldica tra ostensione e identità è ricchissimo di illustrazioni a colori, inserite all’interno delle stesse pagine di testo onde permettere al fruitore un’immediata visione di ciò che si sta leggendo e apprendendo. Il libro, per come è concepito, induce alla curiosità, appagata pagina dopo pagina; ciò è anche dovuto, oltre che ai contenuti scritti e alle immagini dimostrative, anche alla cura editoriale, sia per la raffinata carta avoriata, e per i caratteri , che offrono, attraverso anche cambi colore, un’agevole e comoda lettura.

A proposito dello stemma di Bene, da cui è partita l’occasione per il Convegno che ha poi dato vita agli Atti di cui si parla, precisiamo che esso venne concesso alla città dal duca Carlo Emanuele I di Savoia (1562-1630) e reca, come è accaduto per diversi altri territori, l’immagine di san Giorgio. Fabrizio Antonielli d’Oulx, presidente dell’Associazione Vivant, ci introduce in una vera e propria galleria artistica che illustra, attraverso i secoli, le varie immagini del santo. Il suo culto, che come per tutti i santi martiri dei primi secoli cristiani, si originava sulle loro stesse tombe, iniziò nel IV secolo: il suo martirio si consumò, sotto l’imperatore Diocleziano, intorno al 303. La sua tomba si trovava sul sito del martirio, ossia nella colonia greca di Lydda (oggi in Israele).

 

Paolo Uccello (1397-1475), San Giorgio e il drago, olio su tela (57×73 cm), 1460 ca., National Gallery di Londra 

 

Il cavaliere Giorgio è il santo che ha riscosso maggior devozione in Oriente come in Occidente e nessuno, come lui, vanta un albo toponomastico come il suo e in tutto il mondo. Molti sovrani, soprattutto in Inghilterra, portano il suo nome; molteplici chiese ed ordini cavallereschi rimandano alla figura di un uomo di Dio che, prima di soccombere, sfidò la morte dei suoi carnefici a tu per tu, senza esserne toccato: «Patrono dei cavalieri, armaioli, soldati, scouts, schermitori, cavalleria, arcieri, sellai; è invocato contro peste, lebbra, sifilide, serpenti velenosi, malattie della testa e, nei paesi alle pendici del Vesuvio, contro le eruzioni del vulcano. Nonostante questa attenzione al Santo, la Chiesa, in mancanza di notizie certe e comprovate sulla sua vita, nel 1969 lo declassò nella liturgia ad una memoria facoltativa» (pp. 38-39), era lo stesso anno in cui entrò in vigore, dopo quattro anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II che aveva portato un vento rivoluzionario nella cattolicità tutta, il Novus Ordo – predisposto dal segretario della Commissione liturgica monsignor Annibale Bugnini (1912-1982) – che prese il posto del Vetus Ordo (mai abrogato e liberalizzato da Benedetto XVI nel 2007). Così, gran parte della Chiesa, rinunciò al concetto del Santo Sacrificio dell’Altare, non ponendolo più al centro della Santa Messa, ma sostituendolo con il «memoriale dell’ultima Cena» e con l’«assemblea», aspirando in tal modo ad un maggior “dialogo” con i protestanti. Pertanto la tradizione della Chiesa, comprese le narrazioni agiografiche, hanno perso valore e autorevolezza, a discapito di una cultura ecclesiale di stampo storicistico, lasciando nelle biblioteche un patrimonio immenso, che dai pulpiti e dallo stesso magistero pontificio non viene più trasmesso.

Ben vengano, quindi, pubblicazioni come queste perché, oltre ad essere scientificamente autorevoli, non disdegnano la tradizione, ovvero la memoria trasmessa di generazione in generazione, la quale costituisce, sempre e comunque, un valore indispensabile per conoscere realmente e nel profondo il patrimonio del nostro passato, che non deve essere né tradito, né omesso e neppure negato, pena la cancellazione delle formidabili radici da cui veniamo per dare spazio alle falsificazioni e sopraffazioni.

 

 

 

 

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