In ossequio al titolo di questa rubrica (“Lingue, culture, valori”) vediamo come un documento linguistico-letterario tra i più antichi del volgare in Italia[1] (e per la precisione del volgare tosco-umbro) possa essere importante per definire anche aspetti culturali e valoriali della nostra civiltà, partendo proprio da quel periodo storico che – grazie alle antipatie degli illuministi ereditate quindi da positivisti, storicisti e marxisti – è stato nella communis opinio considerato, per troppo tempo, un’età di superstizione, oscurantismo, ignoranza, e chi più ne ha più ne metta[2].

Di Francesco d’Assisi (1182-1226) è nota la vicenda biografica e la sua attività di restauratore della “chiesa di Cristo”[3], e quindi in questa sede mi vorrei concentrare sul San Francesco scrittore[4], che fu anche suscitatore col suo esempio di altri scrittori tra le fila dell’Ordine religioso da lui fondato.

Come già detto in altra occasione, San Francesco ha dovuto sottostare alla regola “aurea” della cultura (e della critica letteraria) marxista, dominante in Italia in particolare a partire almeno dalla metà del secolo scorso, che vedeva in lui il classico esempio del religioso medievale di scarsa cultura, ma animato da fervente zelo, che lo portava a produrre dei piccoli capolavori quali il famoso Cantico di frate Sole, la cui definizione corretta è Laudes creaturarum, ma noto poi come “Cantico delle creature” o “di frate Sole”. E proprio il Cantico era utilizzato dai critici di scuola marxiana come esempio della scarsa levatura culturale del Santo: popolare al limite del rozzo e del puerile, se non addirittura del grottesco. Al di là comunque della sostanza, morale e dottrinale, del Cantico, in questo testo il lessico e gli aspetti stilistico-retorici rivelano la conoscenza di modelli letterari (specialmente in langue d’oïl) e quindi della letteratura, e della lingua, d’oltralpe. D’altra parte, il rampollo di una famiglia assisiate, se non nobile certamente ricca, ben difficilmente non avrebbe ricevuto un’educazione ed una istruzione, anche letteraria, quantomeno di discreto livello, cosa che ci è testimoniata da altre opere del Santo, scritte in latino, tra le quali la Regola, le Epistolae, le Admonitiones ed il Testamento.

Il testo del Cantico, normalmente considerato un esempio di prosa ritmica, obbediente cioè alle regole del cursus ritmico della prosa classica, più che di vera e propria poesia, è costituito da una serie di 10 lasse[5] senza la presenza di rime, ma segnate da allitterazioni ed assonanze[6] (si parla infatti di “lasse assonanzate”). In esso molti commentatori notano uno stacco concettuale tra le ultime tre lasse (l’ultima delle quali costituisce la cosiddetta “lauda”, una sorta cioè di congedo) e le prime sette, ipotizzando anche uno scarto temporale nella composizione di tutto il Cantico: dopo la prima parte, la terz’ultima lassa sarebbe stata composta quando il santo fu chiamato a rappacificare il Vescovo ed il Podestà di Assisi, mentre la penultima pochissimo tempo prima della morte[7].

La lingua utilizzata è, secondo la definizione di Bruno Migliorini (1896-1975), un “dialetto umbro illustre”, in cui non troverebbero posto forme troppo popolari (come per esempio “iocunno o iocunnu” per “iocundo” del v. 20)[8].

Un’ultima osservazione la merita la grafia, che nelle edizioni tende ad essere “conservativa”, cioè a riprodurre il più possibile l’aspetto paleografico dei mss. Ciò comporta, talora, alcune oscillazioni grafiche, come l’uso di k, c, q per indicare lo stesso suono (anche in parola uguale ripetuta).

 

CANTICO DELLE CREATURE

 

Altissimu, onnipotente bon Signore[9],

tue so’ le laude, la gloria e l’honore

et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo[10], se konfano

et nullu homo[11] éne[12] dignu te mentovare[13].

Laudato sie[14], mi’ Signore, cum tucte le tue creature,

spetialmente messor[15] lo frate sole,

lo qual è iorno[16] et allumini noi per[17] lui.

Et ellu è bellu e radiante cun grande splendore:

de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

et per aere et nubilo et sereno et[18] omne tempo,

per lo quale a le Tue creature dài sostentamento.

Laudato sì’, mi’ Signore, per sor’acqua,

la quale è multo utile et humele et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale ennallumini[19] la nocte:

et ello è bellu, et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato sì’, mi’ Signore per quilli ke perdonano per[20] lo Tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quilli ke ‘l sosterranno in pace,

ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato sì’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente po skappare:

guai a quilli ke morranno ne le peccata[21] mortali;

beati quilli ke se troverà ne le Tue sanctissime voluntati,

ka la morte seconda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate

e serviateli cum grande humilitate. Amen

Sull’esempio del Santo fondatore, troviamo, come detto, una serie di scrittori, in poesia ed in prosa, inseribili in quel quadro diacronico d’insieme che si definisce, forse un po’ genericamente, “letteratura francescana”.

Tra i nomi più famosi ricordiamo quello di Tommaso da Celano (1185-1260), primo biografo di San Francesco ed autore del famosissimo inno latino del Dies irae[22], quello di Jacopone da Todi (1230-1306), autore di una raccolta di Laude[23], tra le quali ricordiamo uno dei primi esempi di “Stabat Mater” volgari, il Pianto de la Madonna de la passione del figliolo Jesù Cristo (Donna de Paradiso) ed una serie di laude di carattere personale, tra cui quella rivolta a Pietro da Morrone, cioè papa Celestino V (Que farai, Pier dal Morrone?), o a Bonifacio VIII. Oltre a questi due nomi ricordiamo quelli di San Bonaventura di Bagnoregio (1218-1274), “voce narrante” della vita di San Domenico, nonché fustigatore della crisi dell’ordine francescano dei tempi di Dante, nel canto XII del Paradiso, autore, oltre ad opere di carattere teologico e mistico, in particolare della Legenda Maior, cioè la biografia ufficiale di San Francesco[24]; e infine la raccolta anonima di fine secolo XIV (secondo alcuni studiosi attribuibili a fra’ Giovanni dei Marignoli) dei Fioretti di San Francesco, raccolta di exempla e di aneddoti riguardanti la vita del Santo e dei suoi primi discepoli.

 

Non propriamente ascrivibile alla letteratura “francescana” stricto sensu, ma inquadrabile comunque in un contesto di elogio per figure ed avvenimenti legati all’universo dell’ordine fondato da San Francesco, è un’operetta poco nota, ma significativa perché celebra una figura molto importante nella storia dell’Ordine, in Italia e segnatamente (ma non solo) in Piemonte.

Si tratta di un carme latino in esametri scritto e pubblicato nel 1853[25] dallo scolopio chivassese padre Giuseppe Giacoletti[26] per celebrare la figura del suo concittadino, il beato frate cappuccino Angelo Carletti, nato a Chivasso (nelle vicinanze di Torino) nel 1411 (o nel 1414) e morto a Cuneo nel 1495[27]. Il carme, scritto nel centenario della beatificazione (1753-1853) del Carletti, è accompagnato dalla traduzione italiana in terzine opera dello stesso Giacoletti, così come sue sono alcune brevi note al testo, da noi inserite subito dopo la traduzione.

 

CARMEN

Nox erat, obscuro circum velamine tecta,

Cum placido advolitans cursu radiansque per umbras

Aliger aetherea visus mihi labier ora.

Ac supra turrim, saecli monumenta vetusti,

Extrema quae parte fori patriae imminet urbi,

Ecce stetit, lateque alarum tegmina pandit,

Ceu parvos volucris natos intenta tuendo.

Miratus cupida in peregrinum lumina fixi

Caelicolam. Niveo pennae candore micabant:

Aurati crines radii; rutilantia blande

Sydera erant oculi: toto decor ore nitebat,

Qualis in humana haud suevit se prodere forma.

Attamen in tanto Civis fulgore Beati

Caram dignovi effigiem, quam picta tabella

Saepe mihi exhibuit. Flexo tum poplite adorans

Constiti, et ex imo promebam pectore vota.

Sed, mirum! nova lux totam circum undique molem

Ambit, et exculpta egregiis miracula signis

Detegit extemplo. Michaël ne ex aethere missus

Ipse, mihi haud visus, divina haec Angelus arte

Ilicet effinxit portenta, bonusve Canova?

Oh! quot multiplicem vidi hic digesta per orbem

Prodigia! Ecce togam hinc juvenis sedemque curulem

Francisci horridulam in tunicam cinctumque rigentem

Et patulas vertit soleas; aulamque senatus

Linquens angustae claudit se in limine cellae.

Interea magnum argenti dat pondus, et arva

Tectaque, ad esuriem plebis morbosque levandos,

Perpetuisve Dei dotanda altaria sacris.

Illinc invitum suprema ad munera coetus

Extollunt fratres, romani et honoribus augent

Pontifices. Olli ast animum vultumque modestum

Munera non mutant, non adversantur honoris.

Parte alia ingentes Turcarum est cernere turmas

Christiadum fractas gladio, et candentia vittis

Innumera obvolvi capita inter pulverem, et atro

Sanguine foedari. Falcatae insignia lunae

Sternuntur; stantque, et castris dominantur et arce

Victrices rutilantque Cruces: laetatur Hydruntum.

Parte alia excelsis subjectas alpibus inter

Valles deceptas Valdi revocare catervas

Eloquio fretus divo et pietatis amore,

Non ense, aut flamma, aut vinclis stridentibus, instat

Vir mitis, Christo adsimilis; cohibetque tumultus,

Adque fidem patrum innumeros ac templa reducit.

Ad tuta haud aliter compellit ovilia pastor

Ereptos colubrisque lupisque rapacibus agnos.

Haud procul inde novis formosa volumina vidi

Scripta nitere notis, praeloque et more recenti

Exeri: at angelico praeclarum nomine cunctis

Praestabat, magnae diffundens flumina lucis.

Dehinc oculos passim tollens miserabile vulgus

Omnigena adspexi sanatum labe malorum.

Nam recipit caecus recreantia lumina solis;

Dulcisonis surdus reserat concentibus aures;

Stat claudus pedibus, posito et fulcimine currit;

Flore genas vestit moriens, surgitque repente.

Tum scenam ecce novam. Sublimi e vertice sanctus

Francisci athleta hic algentes grandine nimbos

Fulmenque ex atris erumpens nubibus, illic

Tela globosque feros, crebro quos bellica fundunt

Tormenta in muros, dextra laevaque repellit;

Ceu cari mater fucos infantis ab ore.

Monstri praesertim horrifici, quod litore ab Indo

Serpens Europae atque Asiae vastaverat oras,

A laribus cogit patriis procul esse venenum.

Sol veluti pura disperdit luce tenebras,

Et foeda aethereos tergit caligine campos.

Ubertas igitur flore et viridantibus herbis

Prata auget, repletque bove; exundantia flavis

Arva onerat spicis denso et pomaria fetu.

Nec non intactas tanto munimine portas

Atque inconcussis urbs moenia fundamentis

Servat, et incolumes gremio complectitur almo

Cives, despiciensque minas et spicula dulces

Prosequitur somnos secura, vel excolit artes,

Et coelo grates alacris persolvere gestit.

Tandem adstare duas summa ad fastigia molis

Vidi matronas, queis risus ab ore beatus

Exoritur, sancta et pertentat corda voluptas.

Hanc prope candiduli vittas rubrique coloris

Circumstant niveamque crucem insignemque coronam

Sex hastae: haec laeva geminam dat cernere clavem,

Gaudet et alterius laevae conjungere dextram.

Aliger at divus magno perculsus amore

Utriusque tegit caput et complectitur alis,

Atque magis radiat, medio quam phoebus ab axe.

Tunc ipse, haud potis immensum perferre nitorem,

Lumina fessa solum deflectere cogor ad imum.

At, relevans, nudam inveni circum undique turrim

Prodigiis: tantum exorientis prima diei

Lux aderat, celsae et pallebat culmine molis.

Oh! utinam pario posses de marmore, visum

Quod mihi, quodque rudi nitebar pingere versu,

Sculpere tam merito monumentum, patria, nato!

V E R S I O N E

Stendea la notte tenebroso velo,

E alato spirto fra l’ombre raggiante

Vidi a placido vol calar dal cielo.

Sulla torre, degli atavi prestante

Struttura (1), che nel foro estremo sorge

Alla patria cittade sovrastante[28],

Ecco si posa, e l’ali aperte sporge

Distesamente, qual pietoso augello

Che a’ suoi pargoli è sopra e scudo porge.

Maravigliando avidamente in quello

Etereo peregrin gli occhi fissai;

E sì ’l rendevan maëstoso e bello

L’ali bianche, e de’ crin gli aurati rai,

E i lumi a dolci stelle somiglianti,

Che in uomo egual beltà non parve mai.

Pur mi fu dato tra splendori tanti

Del Beato immortal Concittadino (2)

Ravvisar le fattezze ed i sembianti,

Qual conti avea per pinte tele. Inchino

Colle ginocchia al suol l’adoro, e mando

Voti dall’imo cor. Ma oh! qual divino

Spettacolo! Un fulgor nuovo, cerchiando

La torre, svela in vaghe effigie e molte

Lavor d’alto scalpello ed ammirando.

Forse invisibil dall’eteree volte

Sceso il gran Buonarroti o il buon Canova

Con artifizio sovruman le ha scolte?

Oh! quanti scorgo io qui, ve’ il guardo muova,

Prodigi in varie zone! Ecco un eletto

Giovin costà con generosa prova

La toga e il curul seggio ave in dispetto (3),

E di Francesco nelle rozze spoglie

Li muta, e di cintura ispida è stretto,

E in calzàr semiaperti il piè raccoglie.

Ve’ come a senatoria aula le spalle

Volge, e d’angusta cella entra le soglie.

Rifiuta intanto sue fortune, e dàlle

De’ miseri a lenir fame e malori,

O del culto divin le fa vassalle (4)[29].

Vien colà dalle sue squadre a’ maggiori

Gradi assunto, e il Pontefice romano

D’alti il ricolma ben mertati onori (5).

Ma volto e cor non cangia per sovrano

Onore o dignitate, ed ognor franco

Il rende umiltà da orgoglio vano.

D’altra parte al valor cede e vien manco

Delle spade cristiane immensa schiera

D’empi Ottomani: e veggionsi nel bianco

Turbante avvolte tra la polve nera

Rotolarsi le teste, e in atra mostra

Bruttar di sangue. L’infedel bandiera

Della falcata luna al suol si prostra;

E sta saldo, e del campo infra le tende

E sull’eccelse rocche della nostra

Redenzione signoreggia e splende

L’adorato vessillo: al lutto fine

Posto Otranto s’allieta e grazie rende.

D’altra parte entro a valli subalpine

Uom mansuëto somigliante a Cristo,

Armato di parole auree divine,

E di pietoso amor, non già di tristo

Fuoco o brando o catene aspro-stridenti,

Tutto s’adopra al nobile racquisto

Dell’erranti con Valdo[30] illuse genti;

Ne infrena i moti, e in gran parte degli avi

All’alma fede le rifà credenti.

Tal riduce con bei modi söavi

Nell’ovile il pastor l’agne, sottratte

A’ rei serpenti e ai lupi ingordi e pravi[31].

Indi le ciglia poco lungi fatte

Volumi io vidi impressi di novella

Leggiadra stampa, e pagine fuor tratte

Da fresco torchio: ma l’opra più bella

Porta angelico nome[32], e avvien che spanda

Fiumi di luce in questa parte e in quella (6).

Più alto scorsi turba miseranda

Sciolta da mali. Al cieco il giorno riede,

E al sordo l’armonia söave e blanda.

Ritto lo storpio e snello andar si vede

Poste le grucce: veste il morïente

Di fior le guance, e s’alza ratto in piede.

Or si fa nuova scena a me parvente.

Il santo atleta[33] di Francesco dove

I densi nembi di gragnuola algente,

E il fulmine che in giù scoppiando muove

Dall’altre nubi, or colla destra mano

Or colla manca dall’alto rimuove

E lungi fa: dove di Marte insano

I dardi e i globi. Sì la madre tiene

Dal caro infante i calabròn lontano.

Sovra tutto del rio morbo, che viene

Serpeggiante dall’Indo, e di sciagura

D’Europa e d’Asia empie le piagge amene,

Respinge il tosco dalle patrie mura,

Quale il sol fuga l’ombra, e de’ vapori

Guasti il ciel terge dalla nebbia impura (7).

Quindi fecondità d’erbette e fiori

Colma i campi e d’armenti, e copïosa

Messe di spiche e poma hanno i cultori:

E quindi la cittade avventurosa

Per sì gran propugnacolo sue porte

Salde ed intatte serba, e immobil posa

Sovra inconcusse basi: dalla morte

Franchi e da tutti mali i figli abbraccia,

E, disprezzando imperturbata e forte

I teli e il rombo dell’ostil minaccia,

Secura dorme, o l’arti cole, e lieta

Ringraziando al ciel stende le braccia.

Del turrito edifizio in sulla meta

Da due matrone al fin colpito io fui,

Onde la santa voluttà segreta

Dal labbro, che sorride, è conta altrui (8).

Presso all’una son bianche e rosse bende,

E bianca croce, e dïadema, a cui

D’intorno marzïal fregio si stende

Di sei lance e bandiere. Doppia chiave

Colla sinistra man l’altra protende;

E colla destra desïosa ell’ave

Stretta la manca alla compagna. Intanto

L’angiol divo con grande amor söave-

mente sopra ambedue lo scudo santo

Stende dell’ali, e in quella avvien che raggi

Forte così, che folgorar cotanto

Febo non suole a mezzo i suoi vïaggi;

Ed io piegare al suol deggio le ciglia

Debili a sostener sì vivi raggi.

Nel rïalzarle, d’ogni meraviglia

Ignuda scorgo la rotonda mole.

Sol d’una luce, che a pallor somiglia,

Alto la fiede il mattutino sole.

Deh! tu potessi, o patria, il gran portento

Ch’io vidi, e rozze pinser mie parole,

Scolpire a sì gran figlio in monumento!

N O T E

(1) Questa torre, che è un prisma ottangolare di 8 metri di diametro, e alta tuttora metri 24, 64, è l’avanzo più cospicuo delle antiche fortificazioni della città di Chivasso, rinomate nella storia delle guerre portate dallo straniero in Italia. Si vuole che sia stata edificata nel 1019 dagli Alerami marchesi di Monferrato.

(2) Il B. Angelo Carletti nacque in Chivasso (l’anno 1411, per quanto si può raccogliere) di stirpe nobile e doviziosa. Fatti i primi studi in patria, si recò a compiere il corso delle scienze nella università di Bologna, dove riportò molta lode e la laurea in Teologia e in Diritto Civile e Canonico.

(3) Molto ancor giovane fu senatore della città di Casale. Ma in seguito rinunziò a tal dignità, e si rese Francescano Minore Osservante.

(4) Nella Vita che del Carletti scrisse il P. Ermenegildo da Roma M. O. si legge: «Una porzione del suo ricco patrimonio la rinunziò a’ suoi consanguinei per parte di donna; il rimanente venduto, ne distribuì il prezzo ai poveri. Un pingue benefizio di juspatronato della sua casa, fondato da’ suoi maggiori nella cappella di S. Niccolò della chiesa collegiata di S. Maria nella sua patria, rinunciollo alla medesima chiesa. La propria abitazione, o casa paterna, assegnolla alla comunità della medesima sua patria».

(5) Fu elevato da’ suoi correligiosi pressoché a tutte le dignità dell’ordine, segnatamente, per ben quattro volte, a quella di vicario generale. – Tra i molti onorifici incarichi, che gli commisero i Sommi Pontefici, accenneremo solo ai due seguenti. Nel 1480 fu da Sisto IV nominato commissario apostolico e prefetto della crociata contro i Turchi, che già impadronitisi di molte isole dell’Ionio sbarcarono, sotto la condotta dal pascià Acomath, nella Puglia, e presero Otranto commettendovi grandissimi orrori, e minacciando siffattamente, che il Sommo Pontefice già divisava di lasciar Roma e recarsi in Francia. Troppo al dilungo si andrebbe a voler raccontare quanto l’infaticabile commissario operò con prospero successo a liberare l’Italia da tanta peste. L’altro officio affidatogli da Innocenzo VIII nel 1487 si fu quello di legato e commissario apostolico per contenere i Valdesi presti a tumultuare,e ricondurli alla purezza della fede cattolica. Ed anche in questa difficile impresa il Carletti riuscì felicemente colla persuasione della dottrina, dell’eloquenza, de’ modi soavi e caritatevoli e delle azioni generose.

(6) Il nostro Beato fu autore di vari scritti, principalmente sacri. Primeggia fra tutti la Summa angelica, opera teologica assai voluminosa, piena di sapere, di profondità e di utilità pratica, che riscosse gli applausi dei dotti del tempo in che venne alla luce, ed è tuttora in pregio. Intanto una delle moltissime edizioni, che quest’opera meritò in diverse epoche e in diversi paesi, mostra che Chivasso era fornita di tipografia sino dal 1486. Tale è la data della bella edizione chivassina.

(7) Tra i molti prodigi operati e i favori accordati dall’Onnipotente ad intercessione del nostro Beato, che si leggono nella Vita di lui, a benefizio dei privati e del pubblico, massime nelle città di Cuneo e di Chivasso, giova rammentare essere in quest’ultima città credenza e voce di popolo, che ella siasi serbata del tutto illesa dal cholera asiatico mercé il patrocinio del suo B. Angelo, a cui ebbe fervidamente ricorso.

(8) Le due matrone qui ideate sono le città di Cuneo e di Chivasso. Se in questa il Carletti sortì i suoi natali; in quella passando alla vita celeste lasciò le sue spoglie mortali, venerate mai sempre con somma devozione, e circondate di decoro splendidissimo. I due stemmi, di cui segue la descrizione, sono appunto quelli di esse due città. Per Cuneo sei aste guerresche con lancia e bandiera, disposte intorno a sei strisce tra rosse e bianche, alla Croce di Savoia, e alla corona. Per Chivasso, o Chiavasso, le due chiavi.

 

[1] Insisto ancora una volta (d’altronde: reperita juvant…) sul fatto che è inopportuno (oltre che scorretto) parlare di “volgare italiano” per i primi secoli della nostra letteratura (almeno fino al Bembo, se non addirittura oltre), ma occorre parlare di “volgari italiani” o (meglio ancora) “in Italia”.

[2] Non stiamo certo ora a ripercorrere né tutta né in parte una bibliografia che, a partire appunto dal Settecento fino ai giorni nostri, si è accanita, con zelo degno di miglior causa, sul Medioevo (soprattutto, ovviamente, quello cristiano, mentre le culture giudaica ed islamica dell’età di mezzo sono state positive “a prescindere”). Ci limitiamo solamente a notare come la definizione stessa del periodo sia in realtà una “non-definizione”, o meglio una definizione “in negativo”, in quanto si limita a collocare questa età, di per sé giudicata neppure degna di un nome sui juris, come qualcosa di “mediano”, una sorta quindi di passaggio o di ponte, tra due momenti invece splendidi per le sorti umane, quali l’età classica e l’umanesimo-rinascimento. Insomma, una sorta quasi di “non essere”, che può essere definito solo in funzione di ciò che lo precede e di ciò che lo segue.

[3] È noto l’episodio della giovinezza di Francesco quando egli fu invitato a “riparare la mia chiesa” da Cristo stesso. Episodio, ahinoi, interpolato e surrettiziamente utilizzato ancora (e soprattutto) ai giorni nostri per rivendicare una non ben definita “missione” di restaurazione della Chiesa da parte di personaggi di grande, seppur non si sa quanto meritata, autorità (almeno agli occhi del “mondo”).

[4] Oltre a rimandare alle più autorevoli agiografie francescane, mi piace qui invitare anche alla lettura del canto XI del Paradiso dantesco, dedicato quasi interamente alla narrazione della vita del Santo assisiate, in cui la acribia (precisione) dell’informazione va di pari passo con la grandezza poetica del testo.

[5] Il termine “lassa” indica un raggruppamento di versi in numero e con caratteristiche metrico-prosodiche, per ciascuno di questi gruppi, differenti nei confronti degli altri. Invece “strofa” definisce un gruppo di versi uniti da regole metrico-ritmiche e prosodiche che si ripetono invariate per ogni gruppo all’interno del testo poetico.

[6] L’assonanza è una sorta di “rima imperfetta”, per cui le ultime sillabe (a partire dall’ultimo accento tonico) delle ultime parole di due o più versi si richiamano nel suono, avendo uguali vocali ma diverse consonanti. L’allitterazione è invece un richiamo di suoni simili (o uguali) tra più parole nell’interno del verso. La consonanza, invece, è una assonanza giocata sulle consonanti uguali, ma con diverse le vocali.

[7] Alcune fonti francescane delle origini dell’Ordine affermano che il Cantico sia stato composto nel 1224, mentre il Santo era afflitto da una grave malattia agli occhi. E comunque le ipotesi sulla “disunità” di composizione del testo sono tuttora ipotesi.

[8] Come spesso avviene, tuttavia, per gli antichi testi delle origini, non possiamo sapere con certezza quante “nobilitazioni” (o anche modernizzazioni) linguistiche siano originali d’autore e quante invece siano dovute ad interventi, incongrui, di copisti seriori (cioè successivi).

[9] Tutto il verso è segnato dalla figura retorica dell’accumulo (ben tre aggettivi per un unico sostantivo); tale scelta veniva interpretata da critici marxisti come un segnale della vena “puerilistica” (e quindi di ignoranza) del Santo nel comporre testi letterari.

[10] Primo caso di oscillazione etimologica: la stessa parola nel 1° verso si presenta nella forma più antica, cioè più vicina al termine originale latino, mentre nel 4° assume la forma più recente, con apofonia della u latina in o.

[11] Forma etimologica nominativale (derivata cioè dal nominativo invece che dall’accusativo latino), che mantiene anche la h- etimologica. Cfr. anche humele del v. 17 ed herba del v. 23.

[12] Forma verbale (è) con l’aggiunta della sillaba (-ne), detta -ne paragogico, che compare ancora oggi nei dialetti centrali (toscano, umbro, marchigiano, romano), ed anche in alcuni meridionali, ma con esempi anche d’autore (Dante, Guittone, Boiardo), in parole monosillabiche finenti sia in vocale che in consonante (es.: sine, none, sune, giune, bare ecc.). Cfr. G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti (Vol. I: Fonetica), pp. 468sg.; Torino 1966.

[13] Forma di derivazione francese, e precisamente da mentevar, a sua volta dal latino mente habere, “tenere in mente”. Nulla che vedere con “menzionare”, < lat. mentionem, che comunque ha anch’esso legami con il termine mentem, dalla radice i. e. men-, che troviamo anche in greco (μιμνήσκω/μνημοσύνη, mimnésko/mnemosýne, “ricordo/memoria”) e nel verbo latino memini.

[14] Ognuna delle lasse da 2 a 9 inizia con la medesima forma verbale, secondo la figura retorica della anafora (ripetizione).

[15] Messore, messere (cfr. francese monsieur < monsegneur), dal  latino meum seniorem  attraverso il provenzale meser.

[16] Come in latino, in cui dies significa “giorno” per metonimia, poiché il suo valore specifico è quello di “luce del giorno” (< radice i. e. *div-, “luce”). Abbiamo però anche la v(aria) l(ectio) “lo quale jorna”.

[17] Secondo l’interpretazione data da Antonino Pagliaro (1898-1973), in Altri saggi di critica semantica (Messina-Firenze, 1961), questo “per”, che ritroviamo anche nelle lasse seguenti, viene ormai quasi concordemente inteso nel valore del francese “par”, cioè “da parte di, per mezzo di”.

[18] Figura retorica del “polisindeto”, cioè presenza di molte congiunzioni: et… et… et, come anche poi ai vv. 17 e 20. Il suo contrario è l’asindeto.

[19] Francesismo (“enanluminer”), nel senso non solo di “illuminare”, ma anche di “impreziosire, illustrare” (cfr. Dante, Purg. XI, v. 81).

[20] In questo verso il senso di “per” cambia, diventando quello di “a causa di”.

[21] Riproduce il  neutro plurale dell’etimo latino (peccata).

[22] Un aspetto stilistico interessante dell’inno è che, pur essendo scritto in latino semi-classico, non rispetta più le regole quantitative della metrica classica, ma le accentuative di quella italiana (18 terzine di ottonari piani rimanti tra loro).

[23] Questo è il plurale analogicamente corretto del singolare “Lauda”, anche se la lingua moderna talora preferisce la forma “Laudi”, così come Gabriele D’Annunzio intitolò la sua più famosa opera poetica.

[24] Proprio da essa Dante trae le notizie relative alla vita di San Francesco presenti nel canto XI del Paradiso.

[25] Il titolo completo dell’opera è Carme latino in onore del Beato Angelo Carletti da ChivassoAd amplissimum virum Eq. Thomam Vallaurium, Carmen (Chivasso, Tip. Lamberti & Pietracqua; 1853). Il destinatario del carme, Tommaso Vallauri (1805-1897), fu professore di Eloquenza Latina presso l’Università di Torino.

[26] Il padre Giacoletti (1803-1865), nato a Chivasso, dopo l’ingresso nella congregazione delle Scuole Pie (1818) e gli studi a Roma, fu professore fino al 1849 (prima di Fisica, poi di Retorica) al romano collegio del Nazareno; tornò poi in Piemonte, dove insegnò nel collegio della sua città natale dal 1849 al 1855, per poi passare a Pesaro ed infine al collegio di Urbino, dove morì nel 1865 e dove fu conosciuto da un Giovanni Pascoli ancora poco più che bambino. La sua fama di poeta latino è dovuta alla vittoria (nel 1863) al “Certamen Hoefftianum Amstelodamense” (vulgo Certame di Amsterdam) con una carme sull’argomento del vapore (De lebetis materie et forma eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus. Carmen didascalicum).

[27] Ci piace ricordare la figura del beato Angelo (così come è noto nella natia Chivasso, città di cui è co-patrono, ed a Cuneo, dove è sepolto) in particolare ora, mentre assistiamo ad una farneticante riabilitazione da parte di alcuni “cattolici” (o sedicenti tali) dell’iniziatore della riforma protestante, perché il Carletti fu inquisitore contro i valdesi della Provenza e delle valli pinerolesi e particolarmente odiato da Martin Lutero, che definì la sua opera principale (la Summa casuum conscientiae, del 1486, nota come Summa Angelica) una Summa diabolica bruciandola pubblicamente nel 1520 insieme alla bolla di scomunica di Leone X e ad altri testi canonici.

[28] La Torre ottagonale è quel che resta del poderoso castello eretto nel 1178 ca. da Guglielmo IV degli Alerami, marchese di Monferrato. Dopo il XIII secolo la torre fu innalzata di diversi metri, con la costruzione di una parte in mattoni. Questa aggiunta fu demolita nel secolo scorso, quando anche alcune strutture residue del castello, ormai rovinato dai numerosi assedi, vennero abbattute e fu aperta l’attuale via Po. La parte della torre che si è conservata fino a noi, e che è attualmente coperta da un tetto frutto di un recente restauro, è alta circa venti metri. Presenta all’esterno un rivestimento in blocchi di pietra calcarea e ciottoli e all’interno un paramento murario in mattoni che termina in una volta a padiglione a otto spicchi. (cfr. il sito web del comune di Chivasso).

[29] Del frate Minore Osservante Agostino da Roma non sono riuscito a reperire molte notizie, se non che fu attivo intorno alla metà del sec. XVIII, scrivendo parecchi libri (non tutti pubblicati) sia agiografici che devozionali, e che visse nel convento di San Francesco ad Ascoli Piceno. La biografia del beato Angelo qui citata è la Vita del b. Angelo di Chivasso Minore Osservante scritta dal P. F. Ermenegildo da Roma. In Torino: presso gli Eredi Verani, e Francesco Antonio Mairesse all’Insegna di Santa Teresa, 1753 (anno della beatificazione del Carletti).

[30] Pietro Valdo (o Valdesio; 1140-1205), mercante originario di Lione, fu il fondatore dell’eresia che, nota inizialmente come dei “Poveri di Lione”, da lui prese poi il nome di “valdese” e che, col sinodo di Chanforan (1532), aderì alla riforma protestante.

[31] I due episodi qui ricordati sono, rispettivamente, la cosiddetta 2a crociata (in cui egli fu Nunzio e Commissario pontificio) contro i turchi in Italia, bandita da papa Sisto IV tra il 1480 e l’anno successivo, per liberare Otranto dal dominio ottomano e ridarla agli aragonesi, e l’incarico avuto da papa Innocenzo VIII (1491-93, anche se il Giacoletti nella sua nota parla del 1487) per arginare la diffusione del valdismo in Piemonte e in Provenza, incarico concluso con molte conversioni al cattolicesimo e con un accordo pacifico tra le parti voluto proprio dal Carletti.

[32] È appena il caso di ricordare che si tratta dell’opera principale del Carletti, cioè la Summa casuum conscientiae, che raccoglie in ordine alfabetico un insieme di regole per chi vuole vivere la propria vita secondo il credo cattolico. Il libro affronta i temi della politica e dell’economia, oltre a quelli della teologia e della morale. L’opera (la prima in assoluto ad essere stata stampata in una tipografia piemontese) venne pubblicata per la prima volta nel 1486 e godette di un vasto seguito, tale da vedere circa trenta edizioni in altrettanti anni, ottenendo la definizione di Summa Angelica. Il 10 dicembre 1520 Martin Lutero bruciò nella piazza di Wittenberg, insieme alla propria bolla di scomunica, proprio questo volume, che egli chiamò Summa diabolica.

[33] Reminiscenza dantesca di Paradiso XII, v. 56 (dove il “santo atleta” è San Domenico).

 

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1 commento su “La poesia delle origini in Italia: San Francesco d’Assisi e la letteratura francescana”

  1. La sua erudizione è straordinaria Professore! Un vivo ringraziamento per le sue lezioni, che leggo sempre con grandissima attenzione e che colmano i miei vuoti di conoscenza, e vivi complimenti ad “Europa Cristiana”.

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