«Hanno dato l’anima a Dio, il cuore alla Polonia, il corpo alla terra italiana»

ITALIANI E POLACCHI, POPOLI FRATELLI

Più di quattromila soldati e ufficiali polacchi riposano nei quattro cimiteri di guerra di San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, di Montecassino, di Loreto e di Casamassima, in provincia di Bari. Ad essi vanno aggiunti oltre mille dispersi. Questo il sacrificio che fu richiesto al 2° Corpo d’Armata dell’8.a Armata britannica, interamente formato da volontari polacchi, per la liberazione dell’Italia tra il 1944 e il 1945. Toccò a me, nel settantesimo anniversario dello storico evento, ricostruire quella appassionante e tragica epopea nel libro «Gli eroi di Montecassino. Storia dei polacchi che liberarono l’Italia», pubblicato negli Oscar Mondadori. Quell’epopea si inquadra nelle vicende storiche, risalenti al Risorgimento, che fanno degli italiani e dei polacchi due popoli fratelli.

Dopo avere riscattato, nel 1920, con la vittoria sull’Armata Rossa sconfitta alle porte di Varsavia (vittoria passata alla storia come «il miracolo della Vistola») quasi due secoli di oppressioni e di ingiustizie, la Polonia dovette subìre, nel settembre 1939, l’invasione delle armate di Hitler e di Stalin. Fu l’inizio della Seconda guerra mondiale. Il 27 settembre Varsavia cadde nelle mani della Wehrmacht. Il 30, Il generale Wladyslaw Sikorski, riparato in Francia con altri dirigenti politici e militari, formò il governo polacco in esilio, ben presto obbligato a riparare a Londra, a seguito della sconfitta della Francia.

Furono più di un milione e mezzo – militari e civili – i polacchi deportati con la violenza in Russia, per la gran parte destinati a morire di stenti, di malattie e di freddo nei Gulag siberiani. Tra essi, il generale Wladyslaw Anders, ferito in combattimento il 29 settembre di quel ’39 e catturato dai russi. Poiché, nel corso della Grande Guerra, quando la Polonia era spartita in tre parti (una all’Austria-Ungheria, una alla Prussia e una alla Russia zarista), aveva combattuto nell’Armata dello Zar contro i prussiani, Stalin gli propose di dar vita ad un governo polacco vassallo dell’URSS e di assumere il comando di una formazione militare polacca al servizio dei russi. Anders oppose un rifiuto sdegnato e gli toccarono, come punizione, quasi due anni di tormenti e violenze nella fortezza della Lubianka.

La situazione cambiò il 22 giugno 1941, con l’assalto della Germania nazista alla Russia. Ben conoscendo il talento tattico e strategico di Anders, gli alti comandi sovietici gli offrirono di organizzare una formazione armata costituita dai prigionieri polacchi in URSS, che avrebbe dovuto combattere contro i tedeschi. In pochi mesi, Anders riunì attorno a sé più di 70 mila volontari e ottenne di potersi trasferire, al loro comando,  e con, al seguito, 45 mila familiari, in Persia, dove l’addestramento si svolgeva sotto il controllo britannico. Qui si formò il 2° Corpo, che entrò a far parte dell’8.a Armata britannica impegnata sul fronte italiano. Da Tel Aviv e dal Cairo, in varie riprese, tra il dicembre ’43 e il febbraio ’44, 115 mila polacchi sbarcarono a Taranto, Brindisi e Napoli.

Fin dai primi scontri con i tedeschi, gli uomini di Anders mostrarono il loro  valore e il loro talento militare. Assieme ad essi, inquadrati nella Divisione «Kresowa» del 2° Corpo, gli Alpini italiani del generale Umberto Utili conquistarono, il 30 marzo 1944, il Monte Marrone. Ma la grande prova era ormai alle porte. L’avanzata alleata verso Roma si era bloccata, lungo la Casilina, sotto il bastione di Montecassino. Qui, in un’autentica ecatombe, erano stati annientati dai tedeschi, nei mesi di gennaio e febbraio, due Corpi d’Armata americani e uno francese. Il 15 febbraio, poi, si era verificato il tragico bombardamento della storica abbazia: 230 bombardieri impiegati, 450 tonnellate di bombe sganciate, oltre 400 morti sotto le macerie. Ma non soldati tedeschi, bensì poveri civili, donne, vecchi, bambini, che avevano trovato ospitalità tra le mura del convento, sperando si sfuggire così alle incursioni aeree che da settimane ormai martellavano la zona.

Dopo la distruzione dell’abbazia, la 1.a Divisione paracadutisti tedeschi, comandata dal generale Frido von Senger und Etterlin (tra l’altro terziario benedettino) non ebbe più remore ad installare cannoni e mitraglie tra le rovine fumanti. Da quel momento, la vetta divenne imprendibile. Vi si cimentarono inglesi, americani, francesi, neozelandesi, gurka, indiani, nepalesi, canadesi, italiani del Regio Esercito. Tutti massacrati. Finché, il 12 maggio 1944, l’ennesimo attacco fu sferrato dagli uomini di Anders. E nulla poté trattenerli. Combatterono per 6 giorni ininterrottamente, finché, il 18 maggio, issarono la bandiera bianco-rossa polacca sulle rovine. La via per Roma era aperta. La conquista era costata ai polacchi novecento Caduti e più di 200 dispersi. I Caduti riposano nel cimitero di Montecassino, dov’è sepolto, per sua espressa volontà, anche il generale Wladyslaw Anders, e dove campeggia la celebre scritta: «Hanno dato l’anima a Dio, il cuore alla Polonia, il corpo alla terra italiana».

Dopo l’epopea di Montecassino, il 2° Corpo fu impiegato sul versante adriatico. Il 17 luglio realizzò la presa di Ancona, impiegando anche la Divisione paracadutisti «Nembo» facente parte del CIL (Corpo Italiano di Liberazione): 3 mila prigionieri tedeschi, 400 Caduti polacchi e italiani. Da Londra giunse in aereo Re Giorgio VI per congratularsi personalmente con Anders. Poi l’avanzata proseguì con una lunga serie di combattimenti e di vittorie, tra cui la presa di Predappio, città natale di Mussolini, che i tedeschi cercheranno più volte di riprendere, venendo sempre respinti.

Proprio in quei giorni giunsero le notizie dell’insurrezione di Varsavia ad opera dell’Armia Krajowa (l’Armata clandestina nazionale polacca), e, in contemporanea, del rifiuto dell’Armata Rossa, attestata oltre la Vistola, cioè alle porte della città, non solo di intervenire in aiuto degli insorti attaccando gli occupanti tedeschi, ma addirittura di consentire l’atterraggio degli aerei giunti dall’Italia con i rifornimenti per gli insorti. Quegli eroici piloti, dopo aver sganciato le armi ai loro fratelli, precipitarono e morirono a diecine essendo rimasti a secco di carburante. Il che scatenerà, nell’animo dei combattenti del 2° Corpo, un odio mortale nei confronti di Stalin e dei comunisti. Anders denunciò personalmente a Churchill il vergognoso comportamento dei russi, ma non ottenne soddisfazione. Del resto, Churchill si era rifiutato di prendere posizione contro l’URSS anche in occasione del ritrovamento dei resti di oltre 20 mila ufficiali polacchi massacrati dai russi nelle foreste di Katyn.

Masticando amaro, gli uomini di Anders proseguirono nella loro inarrestabile avanzata, finché, a fine dicembre ’44, il comandante del XV Gruppo d’Armate, il generale americano Mark Clark, ordinò di sospendere ogni azione di guerra alle soglie della Linea Gotica, a causa delle neve, del fango e delle piogge incessanti.

Passato il gelido inverno, mentre, a Yalta, i tre «Grandi» sacrificavano la libertà e l’indipendenza della Polonia, e, in Polonia, gli eroi dell’Armia Krajowa venivano condannati a decine di anni di lavori forzati, Anders e i suoi uomini si apprestavano, con grande amarezza, alla conquista di Bologna. I primi reparti del 2° Corpo entrarono in città alle ore 5,30 del 21 aprile 1945 e issarono la bandiera polacca bianco-rossa sulla Torre degli Asinelli. Poche ore dopo, alla vista delle bandiere rosse con l’insegna sovietica della falce e martello che sventolavano lungo le strade e le piazze della città, persero il lume degli occhi e puntarono fucili e mitragliatrici contro i partigiani. Lo scontro a fuoco fu evitato per un pelo. Ma non era che l’inizio. Nelle settimane e nei mesi seguenti, si verificarono, negli Abruzzi, nelle Marche e nell’Emilia-Romagna, più di trenta scontri sanguinosi tra i soldati polacchi di Anders e le formazioni partigiane comuniste. I più violenti, con morti e feriti da entrambe le parti, ebbero luogo a San Benedetto del Tronto, Mercato Saraceno, Lugo di Romagna, Potenza Picena, Petritoli, Pollenza e Cervia e proseguirono fino ai primi mesi del 1946, con violente mobilitazioni di piazza del PCI che attaccava manifesti per le strade con la scritta «Polacchi fascisti, tornate a casa!».

Il diapason fu toccato all’indomani del referendum Monarchia-Repubblica del 2 giugno 1946, allorché Anders offrì ad Umberto II l’appoggio militare dei suoi uomini contro quello che, da parte monarchica, veniva considerato un colpo di Stato voluto consensualmente da democristiani e comunisti. Ma il Re rispose: «Non una goccia di sangue per la mia Casa». E partì per l’esilio in Portogallo.

Tre mesi dopo, anche il 2° Corpo polacco lasciava l’Italia alla volta della Gran Bretagna. E qui dovette subire il dietrofront inglese. Churchill aveva promesso ad Anders mari e monti, ma il nuovo premier, Clement Attlee, si rimangiò la parola, rifiutando di offrire, a quei soldati e alle loro famiglie, ospitalità e futuro e costringendoli ad emigrare agli angoli della Terra, dall’Australia al Canada.

Il 2° Corpo d’Armata fu sciolto ufficialmente il 3 settembre 1946. In Italia erano rimasti circa 3 mila giovani, che avevano ottenuto o un posto di lavoro o l’iscrizione ad un corso universitario, e che daranno vita alla vasta ed apprezzata comunità italiana di origine polacca. Il cui più longevo e stimato esponente, l’ex colonnello Antoni Mosiewicz, è mancato il mese scorso a Stresa, all’età di 104 anni.

 

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2 commenti su “Gli eroi di Montecassino eroi dell’Europa”

  1. Un pubblico ringraziamento ad un grande giornalista e storico, Luciano Garibaldi, che seguo da sempre, ammirando la sua capacità di narrare la storia senza falsificazioni, utilizzando un metro di giudizio che proviene dai principi di un’Europa Cristiana.

  2. È un peccato che questi fatti non vengano ricordati durante le attuali trasmissioni di storia condotte nella TV di stato. Assistiamo alla continua “santificazione” di personaggi e fatti ascrivibili al partito comunista o ai suoi collaterali del tempo. Adesso tutte le opposizioni fanno muro per salvare il potere che le sinistre ancora detengono in RAI, mentre sarebbe ora che venisse revocato il loro dominio sull’informazione, sulla storia e sulla cultura.

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