La basilica di San Pietro in Ciel d’oro a Pavia, bellissimo esempio di architettura romanica lombarda, fu fondata dal re longobardo Liutprando nel 722 (sui resti di una chiesa del VI/VII sec), con la finalità di accogliere le spoglie mortali di Sant’Agostino, fino ad allora conservate a Cagliari, dove vi erano giunte dalla città di Ippona.

Per custodire la preziosa reliquia (225 frammenti ossei), fu commissionata l’esecuzione di una magnifica arca sepolcrale monumentale.

La datazione del monumento è incerta, la data incisa su un listello del basamento indica 1362, ma dati di archivio la anticipano di circa 10 anni; per certo inizialmente l’arca è stata un cenotafio, le spoglie del santo, infatti, da subito furono nascoste in un luogo segreto della basilica per evitarne il trafugamento e si era persa memoria del nascondiglio, fino al 1695, quando vennero fortunosamente rinvenute, durante i lavori di scavo per il restauro della cripta, dentro una cassa di marmo interrata, dietro l’altare con l’iscrizione «AUGUSTINUS» (con all’interno un’altra in noce e ancora un’altra in lamina d’argento).

L’arca è un’opera pregevole e di grande impatto che, seppure pienamente di sapore gotico, segna un punto di passaggio tipico nel XIV sec. tra il gusto artistico del Medioevo e quello del Rinascimento.

Realizzata in marmo bianco di Carrara e marmo di Candoglia, misura oltre 3 metri in larghezza e quasi 4 in altezza.

La sua straordinaria originalità sta nel non essere addossata ad una parete come altri monumenti simili coevi, ma di essere visibile da tutti e quattro i lati. Costituita da tre livelli e tre piani narrativi diversi, sia a livello della composizione che per la scala usata nel raffigurare i personaggi (per un totale di 90 statue).

 

 

Il secondo livello, sorretto da otto archi rappresenta la camera mortuaria che accoglie il corpo di Sant’Agostino. Questo piano aperto libera d’incanto la monumentale arca della sua pesantezza, il vuoto tra gli archi, che permette di guardare attraverso nel catino dell’abside, alleggerisce anche la lettura della complessa narrazione di tutto il monumento che si compie girandogli intorno, con ammirazione per la maestria degli artisti e con la curiosità di riuscire a guardare meglio all’interno della stanza, cosa impossibile, visto che è molto al di sopra del livello dello sguardo.

Questa geniale intuizione di riprodurre la cella con il letto di morte è funzionale alla struttura architettonica del monumento, ma soprattutto al messaggio teologico che l’autore doveva aver immaginato.

Il primo e il terzo livello sono una catechesi sulla storia della Chiesa e sulla vita di Sant’Agostino, ma sembrano quasi un corollario al fulcro della riflessione, verso cui tutti gli sguardi sono rivolti: Agostino sta morendo e la sua anima sta per entrare in Paradiso.

Vista l’altezza e la posizione possiamo solo intuire però la presenza del santo, il corpo è celato, quasi con pudore, dal lenzuolo funebre sollevato da sei diaconi dalle vesti sontuose e ricamate. Conosciamo dalle fotografie la sua posizione, disteso sul letto di morte con gli abiti pontificali, che tiene, con le mani coperte dai guanti cesellati, la Bibbia aperta come se leggesse.

L’autore non lo vuole mostrare, ma vuole che tutti i fedeli vedano il luogo a cui è e siamo destinati: il Paradiso, rappresentato sulla volta della stanza con un’elaborata e preziosissima cesellatura di marmi. Inoltre, che fossimo al contempo confortati dalla visione, l’unica possibile dal punto di vista del fedele, della magnifica mandorla con Cristo benedicente e otto serafini, della Madonna, di san Giovanni Battista e di altri santi e schiere angeliche.

Oggi con l’illuminazione artificiale dell’interno della cella, il monumento perde quel lirismo di chiaroscuri con cui era stato concepito, falsando l’intenzione dell’autore: il lenzuolo sepolcrale alzato intorno al corpo del santo così illuminato col suo biancore proietta in secondo piano il Cielo paradisiaco, perdendo così parte della sua poesia, ma soprattutto affievolendo il messaggio teologico che contiene.

 

 

 

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1 commento su “La magnifica Arca di sant’Agostino e quella sbagliata luce artificiale in Ciel d’oro”

  1. Antonio Volpato

    Grazie per la presentazione. Si può aggiungere che, secondo la leggenda che ogni apostolo avesse composto un articolo del credo (detto appunto “Apostolico”), nei cartigli degli apostoli alla base si legge: s. Matheus dixit: i[n]de venturus est iudicare vivos et m(ortuos); s. Iacobus Alphei dixit: Credo in Spiritum sanctum; s. Simon [?] dixit: sanctam ecclesiam catholicam, sanctorum communionem; s. [ ? ]: Remission[em pecca]torum.

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