Leggende regionali – Valle d’Aosta: I giorni del Creatore – Parte I

Leggende regionali – Valle d’Aosta: I giorni del Creatore – Parte II

 

Quando Dio Padre ebbe dato la vita agli animali, ci volle qualche po’ perché si organizzassero e ciascuno prendesse e ciascuno prendesse il posto che più gli si addiceva. E già i pesci si erano divisi le acque dei mari e dei fiumi, i mammiferi si erano distribuiti sulla superficie della terra e gl’insetti si erano sistemati secondo il loro modo di vita: ed ancora il mondo dei pennuti era in subbuglio e schiamazzava tanto che il clamore arrivò alle porte dei cieli.

Il Creatore mandò il suo angelo a vedere che diamine avessero gli uccelli per fare un tale starnazzo.

«Signore, non sanno decidere chi di loro deve essere re» riferì il messaggero celeste.

Dio Padre li convocò allora in una radura abbastanza grande da contenerli tutti e volle sentire perché mai pretendessero in tanti il titolo di sovrano.

Ognuno aveva le sue brave ragioni.

«Tra rostro ed artigli, io sono il più forte».

«A me hai dato il piumaggio più bello».

«Io canto meglio di tutti».

«Io possiedo la vista più acuta».

«Io sono l’uccello più grande».

«Io faccio l’uovo più grosso».

Il Signore impose silenzio, infastidito.

«Voi avete il dominio dell’aria, perché vi ho forniti di ali: sarà dunque re chi tra voi tutti volerà più in altro».

Si apprestarono dunque alla gara ed al cenno del Creatore uno stormo immenso si levò nel cielo con fragor di tempesta, oscurando la luce del sole. A terra rimasero soltanto i gallinacei, dopo avere sbattuto pesantemente le ali, starnazzando, in un goffo tentativo di sollevarsi da suolo.

Gli altri, per un tratto, volarono assieme: il falco e la cicogna, il picchio e la ghiandaia, la tortora ed il gufo, il corvo e l’usignolo… Poi i più deboli rimasero indietro e ripresero stanchi la via del ritorno, per seguire da terra la competizione, attorniando Dio Padre, seduto sul Suo Trono.

Il numero dei pennuti costretti a ritirare cresceva sempre più e presto nell’azzurro volarono soltanto gli uccelli dalle possenti ali. Ma il gruppo si andava assottigliando.

Poi anche lo sparviero dovette rinunciare: e l’aquila rimase sola, là dove nessuno avrebbe potuto raggiungerla mai. Quando, guardandosi introno, si vide signora dell’aperto spazio, incominciò a discendere verso la radura.

Fu in quell’istante che gli altri uccelli, che seguivano la gara con il fiato sospeso, scorsero qualcosa di scuro – non c’è più un piccolo punto – che si staccò dal rapace e, dopo un breve volo, che lo portò in alto, si posò nuovamente sul suo dorso. E si domandavano l’un altro chi fosse quell’esserino così piccolo e leggero che l’aquila neppure doveva essersi accorta di portarselo dietro.

«È lo scricciolo» rivelò il falco, mentre l’aquila, ignara e reale, scendeva in lente ruote digradanti verso il Trono di Dio. Nemmeno un brusio si levava dagli uccelli in attesa del verdetto divino.

«Hai fatto Buon uso delle robuste ali che ti ho dato.» disse all’aquila il Creatore, compiacendosi dell’opera sua.

Ma con un pigolo di protesta lo scricciolo andò a posarsi sul ginocchio del Padre.

«Signore, Signore, l’hai visto: io ho volato ancora più su, perché mi ero nascosto sul suo dorso».

Il rapace posò lo sguardo stupito su quel batuffolo di piume, che aveva la pretesa di contestargli il titolo che si era conquistato. Ma già parlava il Buon Dio.

«L’aquila è regina, perché le sue ali l’hanno portata più in alto di tutti. A te, che, solo, hai avuto l’ardire di sfidare il suo cielo, concederò di chiamarti reuccio».

Lo scricciolo, pago, volò in una siepe e si fece il suo nido; e dal giorno vive nei campi, vivace ed allegro. Quando sente prossimo l’inverno, si avvicina alle case ed annuncia i rigori del gelo, banchettando sui vetri bassi delle finestre.

Perciò i valdostani lo chiamano “aousë dou fret”, uccello del freddo; ma, poiché hanno Buona memoria, continuano a tributargli il titolo che il Buon Dio gli concesse nel tempo dei tempi, e gli danno anche un altro nome “rei peteret”, cioè piccolo re.

Alla rosa di macchia, il Creatore aveva orientato verso l’alto le spine e la pianta cresceva in altezza fino a trenta e più metri, gareggiando coi più slanciati cipressi. Così, il Diavolo, una volta che gli venne voglia di bisticciare con San Pietro, ebbe comodo arrampicarsi lungo il fusto della pianta, poggiando il piede sugli scalini delle spine, su su, fino alla porta del Paradiso.

San Pietro, quando lo vide arrivare, borioso e prepotente, lo cacciò indignato. Poi corse dal Padre Eterno a lamentarsi.

«Signore, è mai possibile che quell’indegno abbia a portata di mano la scala per salire al cielo e venga a provocarmi davanti alla mia porta?».

Il Creatore si lisciò la barba.

«Ti va bene che in questo momento non ho proprio nient’altro per le mani: ci faccio subito su pensierino»

Poi disse alla pianta: «Rosa canina, non voglio che cresca così da poter fare da scala a Belzebù. Rimarrai bassa: un semplice cespuglio».

Da allora quell’arbusto non riuscì ad alzarsi più di tanto, per evitare che il diavolo, arrampicandosi lungo il fusto, andasse a questionare con San Pietro. Ma quando Cornetta se ne accorse, se la prese con la povera rosa e, non sapendo che farle, le piegò in basso le spine.

 

 

Questa terza parte della leggenda I giorni del Creatore è molto interessante, perché è stata fonte di riferimento per due favole dei celebri fratelli Grimm: Il re di macchiaIl re di macchia e l’orso.

Nella prima favola, i Grimm raccontano la storia quasi come in questa leggenda, con qualche differenza; nostro Signore Iddio non compare, dopo la gara a chi vola più in alto se ne svolge un’altra in cui bisogna volare il più basso possibile e, alla fine, lo scricciolo viene punito per l’astuzia con cui ha vinto entrambe le gare e si ritrova costretto a nascondersi in un cespuglio di rose di macchia per proteggersi dagli altri uccelli. La seconda favola la si può definire come il seguito della prima; lo scricciolo ottiene il titolo di re (o reuccio) degli uccelli e dichiara guerra all’orso per salvare i suoi piccoli dallo sciopero della fame che essi hanno deciso di fare, dopo essere stati offesi dell’imponente mammifero.

La rosa di macchia è meglio conosciuta come la rosa canina. Essendo una pianta rampicante, piena di fiori e di spine, essa può essere usata come siepe o, addirittura, come “filo spinato naturale” per una recinsione. Infatti, un tempo, veniva usata per gli ovili e proteggere, così, le pecore dai ladri o dai lupi.

Oltre ai fiori, questa pianta genera anche dei frutti piccoli e ovali (da non confondere con quelle del biancospino), dal colore rosso acceso e dal gusto acidulo abbastanza gradevole.

Nel Il re di macchia dei Grimm, lo scricciolo sceglie come nascondiglio (o dimora) un cespuglio di rose di macchia proprio per via delle sue spine, ottima difesa per gli altri uccelli o per qualsiasi altro animale, come, appunto, l’orso. Si può quasi dire che, senza volerlo, il Diavolo abbia fatto un favore al reuccio degli uccelli. Abbassando le spine della pianta, l’ha resa la sua reggia un luogo sicuro per lui, la sua regina e i suoi principini.

Inoltre, a differenza dei Grimm, il Buon Dio riconosce la qualità della astuzia che lo scricciolo ha usato per conquistare il tanto desiderato titolo. Tuttavia, non ha neanche ignorato il grande impegno dell’aquila, che ha volato così in alto solo grazie alle sue uniche forze. E come sempre, nostro Signore ha agito con saggezza e giustizia, non lasciando spazio alla rabbia degli altri uccelli e dando, a ciascuno dei due vincitori il rispettivo e guadagnato titolo: Regina degli uccelli e Reuccio degli uccelli.

 

 

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