«Il martirio, questo è il sogno della mia giovinezza, questo sogno è cresciuto con me nel chiostro del Carmelo. Ma anche qui, sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei limitarmi a desiderare un solo martirio». Era pronta a donare tutta se stessa Santa Teresa di Gesù Bambino. «Per soddisfarmi li vorrei tutti… Come te, Sposo mio adorato, vorrei essere flagellata e crocifissa, vorrei morire scorticata come san Bartolomeo, come san Giovanni vorrei essere immersa nell’olio bollente, vorrei subire tutti i supplizi inflitti ai martiri. Con sant’Agnese e santa Cecilia, vorrei presentare il collo alla spada, come Giovanna d’Arco, la mia cara sorella, vorrei mormorare sul rogo il tuo nome, Gesù…».

Quelle enumerate e desiderate da Teresina non sono che alcune delle molteplici e possibili forme di martirio, sicuramente alcune tra le più cruente. Esiste un martirio che di primo acchito potrebbe apparire più soft: l’esilio. Questo è quanto toccò in sorte a Sant’Eusebio, primo vescovo di Vercelli, che in data 16 dicembre nella cosiddetta forma extraordinaria del Rito Romano, il Messale del 1962, è annoverato quale martire. Nel nuovo calendario liturgico, seguito alla riforma indetta dal Concilio Vaticano II, Sant’Eusebio risulta essere declassato a memoria facoltativa in data 2 agosto ed anche considerato quale confessore della fede, ma non più come martire. Nel 20217 la Chiesa è in realtà tornata a riconoscere l’esilio quale forma di martirio, riconoscendo quanto accaduto al samurai giapponese Giusto Takayama Ukon (Haibara-cho, Giappone, 1552 circa – Manila, Filippine, 4 febbraio 1615), esule nelle Filippine.

Il 17 otttobre 2007, nel corso dell’udienza generale in Piazza San Pietro, il Sommo Pontefice Benedetto XVI dedicò la sua catechesi proprio a Sant’Eusebio di Vercelli, «il primo Vescovo dell’Italia settentrionale di cui abbiamo notizie sicure», come ebbe ad affermare.

Nato in Sardegna agli inizi del IV secolo, ancora in tenera età Eusebio si trasferì a Roma con i suoi familiari. Più tardi ricevette l’ordine minore del lettorato, entrando così a far parte del clero dell’Urbe. A quel tempo la Chiesa era gravemente provata dall’eresia ariana. La grande stima che andò crescendo attorno ad Eusebio dona senso alla sua elezione nel 345 alla cattedra episcopale di Vercelli. Il nuovo pastore diede subito inizio ad un’intensa opera di evangelizzazione in un territorio che era ancora in buiona parte pagano, in special modo nelle zone rurali. Ispirandosi a sant’Atanasio – che aveva scritto la Vita di sant’Antonio, iniziatore del monachesimo in Oriente –, fondò a Vercelli una comunità sacerdotale, sul modello di una comunità monastica. Questo cenobio non mancò di dare al clero dell’Italia settentrionale una significativa impronta, una santità apostolica, suscitando figure di pastori importanti, quali i vescovi Limenio ed Onorato, successori di Eusebio sulla cattedra vercellese, Gaudenzio a Novara, Esuperanzio a Tortona, Eustasio ad Aosta, Eulogio a Ivrea, Massimo a Torino, tutti venerati come Santi dalla Chiesa cattolica.

Eusebio, solidamente formatosi nella fede nicena, difese con ogni sua forza la piena divinità di Gesù Cristo, definito dal Credo di Nicea «consubstantialem Patri». A tal scopo si alleò con i grandi Padri del secolo IV – soprattutto con sant’Atanasio, alfiere dell’ortodossia nicena – contro la politica imperiale filoariana. Agli occhi dell’imperatore la più semplice fede ariana appariva politicamente più utile come ideologia per l’Impero tutto. A lui non importava la verità, bensì l’opportunità politica: il suo scopo era di poter strumentalizzare la religione quale legame dell’unità dell’Impero. Questi grandi Padri, però, resistettero nel difendere la verità contro la dominazione politica. Per questo motivo ecco che Eusebio venne condannato all’esilio e come lui anche tanti altri vescovi d’Oriente e d’Occidente: tra essi lo stesso Atanasio, Ilario di Poiters, Osio di Cordova. A Scitopoli in Palestina, dove tra il 355 e il 360, Eusebio scrisse una stupenda pagina della sua vita: anche qui fondò un cenobio con un piccolo gruppo di discepoli, curando pur sempre la corrispondenza con i suoi fedeli del Piemonte, come attesta soprattutto la seconda delle tre Lettere eusebiane riconosciute autentiche. Successivamente, dopo il 360, Eusebio fu esiliato in Cappadocia e nella Tebaide, dove non mancarono contro di lui gravi maltrattamenti fisici. Nel 361, morto Costanzo II, gli succedette l’imperatore Giuliano l’Apostata, che non era interessato al cristianesimo quale religione dell’Impero, ma semplicemente scalpitava per poter restaurare il paganesimo. Egli pose fine all’esilio di questi vescovi, consentendo così anche ad Eusebio di riprendere possesso della sua sede in Vercelli. Nel 362 venne invitato da Atanasio a partecipare al Concilio di Alessandria, che decise di perdonare quei vescovi ariani che avessero accettato di tornare allo stato laicale. Eusebio esercitò ancora per una decina d’anni, sino alla morte, il ministero episcopale, realizzando con la sua città un rapporto esemplare. Il suo modello non mancò di ispirare l’opera di altri vescovi dell’Italia settentrionale, in primis sant’Ambrogio di Milano e san Massimo di Torino.

In due testimonianze epistolari riscontriamo in modo singolare quello che fu il rapporto tra il santo vescovo di Vercelli e la sua città. La prima si trova nella Lettera già citata, scritta da Eusebio nell’esilio di Scitopoli «ai dilettissimi fratelli e ai presbiteri tanto desiderati, nonché ai santi popoli saldi nella fede di Vercelli, Novara, Ivrea e Tortona» (Ep. seconda). Queste espressioni iniziali, che evidenziano la commozione del buon Pastore di fronte al suo gregge, trovano ampio riscontro ancora alla fine della Lettera, nei saluti calorosissimi del padre a tutti e a ciascuno dei suoi figli di Vercelli, con espressioni di affetto ed amore traboccanti. È esplicitato il rapporto che legava il vescovo alle sanctae plebes non solo di Vercellae/Vercelli – al tempo unica diocesi piemontese –, ma anche di Novaria/Novara, Eporedia/Ivrea e Dertona/Tortona, cioè di quelle comunità cristiane che, all’interno della diocesi stessa, avevano raggiunto una certa consistenza ed autonomia. Altro elemento interessante è segnalato dal commiato con cui si conclude la Lettera: Eusebio chiede ai suoi figli e alle sue figlie di salutare “anche quelli che sono fuori della Chiesa e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore: etiam hos, qui foris sunt et nos dignantur diligere”. Segno evidente che il rapporto del vescovo con la sua città non si limitava alla popolazione cristiana, ma si estendeva anche a coloro che, pur essendo al di fuori della Chiesa, riconoscevano in qualche modo l’autorità spirituale di quest’uomo esemplare.

 

Il Duomo di Vercelli, cattedrale di Sant’Eusebio, nei pressi della sepoltura del primo Vescovo e patrono del Piemonte

 

Seconda testimonianza del rapporto unico di Eusebio con la sua città è costituita dalla Lettera che sant’Ambrogio di Milano scrisse ai vercellesi intorno al 394, oltre vent’anni dopo la morte di Eusebio (Ep. fuori collezione 14). La Chiesa vercellese, divisa e senza pastore, stava attraversando un momento difficile. Con franchezza apostolica Ambrogio dichiara stentare a riconoscere in quei vercellesi “la discendenza dei santi padri, che approvarono Eusebio non appena l’ebbero visto, senza averlo mai conosciuto prima di allora, dimenticando persino i propri concittadini”. Nella stessa Lettera il pastore milanese attestava con chiarezza inequivocabile la sua stima nei confronti di Eusebio: «Un così grande uomo», scriveva in modo perentorio, «ben meritò di essere eletto da tutta la Chiesa». L’ammirazione di Ambrogio per il santo vescovo di Vercelli si fondava soprattutto sul fatto che aveva governato la diocesi offrendo la testimonianza della sua stessa vita: «Con l’austerità del digiuno governava la sua Chiesa». Di fatto Ambrogio stesso era affascinato dall’ideale monastico della contemplazione di Dio, che Eusebio aveva perseguito sulle orme del profeta Elia. Per primo, annotava Ambrogio, il vescovo vercellese raccolse il proprio clero in vita communis e lo educò all’osservanza delle regole monastiche, pur vivendo in mezzo alla città. Dovevano dunque condividere i problemi dei concittadini e lo fecero in modo credibile proprio coltivando al tempo stesso una cittadinanza diversa, quella del cielo (cfr Eb 13,14). Costruirono così concretamente una vera cittadinanza tra i vercellesi.

Mentre faceva sua la causa della sancta plebs di Vercelli, Eusebio viveva così in mezzo alla città quale un monaco, proiettando la città verso Dio. Tutto ciò nulla tolse, anzi, al suo dinamismo pastorale. Istituì a Vercelli le pievi per garantire un servizio ecclesiale ordinato e stabile, e promosse i santuari mariani per favorire la conversione al cristianesimo delle popolazioni rurali pagane. Questo “tratto monastico” conferiva una dimensione peculiare al rapporto del vescovo con la sua città. Come già gli Apostoli, per i quali Gesù pregava nella sua Ultima Cena, i pastori e i fedeli della Chiesa “sono nel mondo” (Gv 17,11), ma non sono “del mondo”. Perciò i Pastori, ricordava Eusebio, devono esortare i fedeli a non considerare le città del mondo come la loro dimora stabile, ma a cercare la Città futura, la definitiva Gerusalemme del cielo. Questa “riserva escatologica” consente ai pastori ed ai fedeli di salvare la scala giusta dei valori, senza mai piegarsi alle mode del momento e alle pretese ingiuste del potere politico di turno. L’intera vita di Eusebio sembra dunque affermare che la scala autentica dei valori non viene dagli imperatori di ieri e di oggi, ma viene da Gesù Cristo, l’Uomo perfetto, uguale al Padre nella divinità, eppure uomo come noi. Riferendosi a questa scala di valori, Eusebio non si stanca di “raccomandare caldamente” ai suoi fedeli di «custodire con ogni cura la fede, di mantenere la concordia, di essere assidui nell’orazione» (Ep. seconda).

Un’esortazione forte di Eusebio risuona ancora oggi per noi, con essa concludeva la sua seconda Lettera: «Mi rivolgo a tutti voi, miei fratelli e sante sorelle, figli e figlie, fedeli dei due sessi e di ogni età, perché vogliate … portare il nostro saluto anche a quelli che sono fuori dalla Chiesa, e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore». Lui che era stata mandato “fuori”, in esilio, non manca di avere a cuore quanti sono fuori, perché possano un giorno formare un solo corpo con la Chiesa di Cristo. Martire, testimone fedele dell’amore di Cristo per il suo popolo.

 

 

 

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