Pare che, più viene relativizzato, più il male emerga allo stato puro, che sia nella cronaca nera o nella geopolitica. Il compiacimento, l’esibizione del male attraverso i media, se da una parte lo normalizza, dall’altro ne amplifica la straordinarietà, la disumanità, l’insostenibile orrore.  Il male, negato e camuffato dalle ideologie del postmoderno, impone il suo essere: non c’è buonismo che possa mascherare il male, esso alla fine ha da mostrare il suo volto osceno.

L’imposizione globale della virtualità e dell’Intelligenza artificiale –a fronte dell’attuale storico fallimento della scienza/tecnologia finalizzata al profitto-, con la relativa destrutturazione dell’etica, della memoria e dell’identità dell’uomo, lascia un grumo  miserevole e disperato di voglie indotte, subalterne alle mode e al consumismo. L’ideologia del desiderio, ormai spogliata anche del moderno romanticismo dell’amore-passione, svela il suo residuo scheletrico: violenza ovvero pornografia.

Il male è straordinario, ci racconta nei suoi Contes extraordinaires  Ernest Hello [1], in tempi in cui lo scenario attuale non era nemmeno concepibile. D’altra parte, dice, l’uomo che vuole vivere nella Verità ha tre nemici: la mediocrità, l’indifferenza e il rispetto umano. 150 anni fa, con altre parole, egli coglieva la rinuncia vile dell’uomo a pensare e discernere, che oggi si chiama il politicamente corretto.

Mediocrità da una parte, e straordinarietà dall’altra, ecco i poli su cui si tende la rete del male.

 

I “Racconti straordinari”

Apparsa nel 1879, questa raccolta di 19 racconti[2] può inserirsi in un filone letterario tra il romanticismo e il simbolismo, con suggestive assonanze con i Racconti crudeli di Villiers de l’Isle Adam. Le trame dei racconti, quasi fiabe nere, sono la veste fantastica che hanno preso la visionarietà, l’urgenza, l’appello dell’autore a guardare in faccia la realtà.

Dice Hello nella prefazione:

      Ecco un libro di racconti. Fa seguito ai miei lavori. Non arriva, come eccezione, come un lavoro di un genere a parte. Dice, in un altro linguaggio, quello che ho già detto: scorta, accompagna, commenta, riassume i miei pensieri e i miei scritti. Quelli che mi conoscono, mi riconosceranno. (…) Il racconto è l’espressione di un’idea sotto la forma di un fatto. E’ adatto all’uomo che ha un corpo e un’anima.

 

Ludovico

Questo libro inizia e finisce con la ricerca del Nome di Dio. (…) Ciascuno di noi afferma o nega il nome di Dio.

Ed è il primo il racconto più impressionante e audace di tutta la raccolta: “Ludovico”. [3] Vi si prende a oggetto una perversione umana, l’avarizia, e un protagonista che in una progressione atroce perviene ad una completa alienazione delle sue facoltà. Ma l’idolatria del male –rappresentato dall’oro- nasce dall’oblio del Nome di Dio, che egli invano cercherà come nome, avendone dimenticato la Verità, il significato. Nel tesaurizzare di Lodovico non c’è desiderio, non c’è piacere, ma una continua angoscia, un compiacimento di sofferenza, propria e degli altri.  E più l’oro si fa idolo, mera quantità da contare e ricontare, più diventa inafferrabile alla ragione e all’etica. E’ un processo che si rivela in forma compiuta nell’oggi: la virtualità assoluta della finanza globalizzata, le iperboliche, inconcepibili ricchezze, il cinismo predatorio su scala planetaria, esorbitano ormai dall’etica, non sono redimibili, né con le carinerie ecologiche né con la lotta di classe.                                                                                                                                                   

L’avaro, incisione

 

L’avarizia di Lodovico non è contrapposta alla carità, è l’oro che è contrapposto a Dio.

Se Balzac, in Eugenie Grandet, coglie ricchezza e avarizia nella loro accezione borghese, di accumulazione capitalistica, Hello è interessato alla straordinarietà, all’esclusività del rapporto tra l’uomo e l’oro, essenzializzata nella tragedia di Ludovico. “Dov’è il vostro tesoro, là sarà il vostro cuore” (Mt 6,21). E ove impera l’oro non può esserci cuore, né il denaro è mai neutrale, mero strumento (pensiamo alle finanze vaticane)

 

Altri racconti.

Semplice storia mette in scena la straordinarietà malefica del desiderio, come smania di possesso, prepotenza e vittimismo insieme: pretendere qualcosa di arbitrario, improbabile, futile, e ritenersi disillusi fino all’autoannientamento, se non lo si ottiene. Anche qui vi è un idolo vuoto, verniciato dal capriccio e dall’egoismo: il desiderio come tacita prepotenza, ricatto morale verso gli altri.  Non è tanto al desiderio come impulso che si rivolge il raccapriccio di Hello, è il desiderio come ostinazione e ideologia: e anche qui pare sia nel nostro tempo che tale deriva si sia compiuta.

In altri racconti, l’evento fatale non è narrato, se ne raccontano le premesse, normali, propizie, e invece le conseguenze, terribili, irrimediabili: il giovane Julien lascia la campagna in cerca di fortuna nella città, e tornerà ad assassinare i genitori per avere l’eredità; la coppia di giovani sposi, felice nel giorno delle nozze, la ritroveremo 10 anni più tardi, lei morta, e lui un morto vivente. Cosa è accaduto? “La giovane donna era gelosa”.

 

Albrecht Durer – Sovrano orientale seduto sul trono.

 

All’altro estremo del filo teso dalle pagine di Ludovico sta il racconto La ricerca. Qui il nome di Dio, è l’enigma e l’ossessione del “più grande dei re dell’Asia”, inquieto al centro del suo regno, tra fantasmagoriche ricchezze. Invano consulta cortigiani, sapienti e altri re, invano intraprende viaggi in terre lontane, il nome di Dio gli resta ignoto, irraggiungibile, ineffabile, fino al logoramento delle forze e alla morte. Eppure il nome di Dio era vicino a lui, alle porte della sua reggia, ove il più povero dei mendicanti, detto per dispregio il Cane, veniva scacciato perché nemmeno la sua vista turbasse la gloria del sovrano. Qui il male non è il torvo squallore di Ludovico, ma l’insolente orgoglio intellettuale: “il grande monarca asiatico, idolatra di se stesso e avaro nello spirito, cerca il nome di Dio spiritualmente“, ma è cieco all’uomo, abbagliato dal suo stesso splendore, dal suo privilegio.

Nei racconti, non sempre l’uomo è irrevocabilmente condannato e annientato nella sua ossessione, e può salvarsi; ma sempre il male è isolato nella sua essenzialità, che non ammette sfumature e distinguo, sospensioni di giudizio, aggiornamenti: che sia una fiaba bretone medievale o un aneddoto di vita borghese, là dove ove l’ego prevale nella foga di possesso e dominio, nell’inimicizia, si disgrega la comunità degli affetti, l’uomo è solo nella sua protervia e miseria.

La straordinarietà del male dà conto dell’attuale contesto, ove il male è derubricato a mero errore, poi a diritto da tutelare, fino a modello imposto in forza di legge.

 

Il mostro dell’apparenza.

 Dice Hello, nella prefazione, motivando la sua scelta per il racconto:

Il mondo è un trompe-l’oeil, immenso, spaventoso. Il valore  e la grandezza delle cose vi sono terribilmente dissimulate. La realtà e l’apparenza si scatenano in un combattimento a oltranza; la terra ove viviamo è il loro campo di battaglia.

Accade spesso che l’apparenza vinca, e, allora l’uomo è in pericolo.  E’ in pericolo di perire, corpo ed anima, divorato dal mostro dell’apparenza. Ho voluto prendere le difese della realtà. Ho voluto combattere il delitto dell’apparenza. Ho voluto combattere l’impostura di questo basso mondo.

La narrazione, quindi, pur riguardando vicende immaginarie, può essere più reale di un’argomentazione concettuale. Anche in questo caso, è oggi che  “il delitto dell’apparenza” è pervenuto a devastare completamente, saturare interi settori dell’attività umana, dai media alla politica, attraverso un’ideologizzazione dell’esistenza e perfino dell’identità umana. Impossibile attingere ai fatti, ragionare sui dati della realtà. Non credere a nulla, e quindi essere indotti a credere qualunque cosa.

Quando l’uomo è incredulo e ribelle, è stupefacente come le sue ginocchia si pieghino facilmente ad un idolo qualunque. (da Le Siècle)

Ernest Hello ci ricorda che il raccontare, il raccontarsi l’un l’altro, il rappresentare la realtà, vivere la comunità vivente e non virtuale, la memoria e la tradizione, il linguaggio umano, la concretezza delle cose, combattono “l’impostura di questo basso mondo”, testimoniano il Bene, il Bello, il Vero.

 

Il castello di Keroman (a Lorient, porto della Bretagna), proprietà della famiglia Robinat-Hello, ove Ernest Hello visse e lavorò, soprattutto nella torre. Dopo la sua morte il castello fu trascurato dagli eredi, e finì  incredibilmente per essere demolito negli anni 50 del ‘900.

 

[1] Per il quadro di riferimento della biografia, le opere e il pensiero di Ernest Hello rimandiamo agli articoli di Cristina Siccardi e Paolo Risso, entrambi reperibili in http://www.santiebeati.it/dettaglio/96282.

[2] Il libro non è stato pubblicato in italiano in tempi recenti, dopo l’edizione 1969 delle edizioni Paoline, ed è reperibile in biblioteche o sul mercato dell’usato.

[3] Una nuova traduzione integrale di Ludovico è stata pubblicata su Il Covile  n.540 del febbraio 2020 www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_540_Ludovic.pdf

 

 

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