La fondazione del Femminismo liberale

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Quando il 24 marzo 2019 avevamo aperto l’approfondimento sul femminismo, «un fenomeno da studiare e da capire» (qui)  avevamo scritto, in chiusura: «Il lavoro si preannuncia ampio ed irto di difficoltà, soprattutto per la scarsità di fonti indipendenti, ma “Europa Cristiana” ritiene che le fonti partigiane possano essere un’ottima documentazione per la conoscenza delle dottrine a cui si asservono e che i fatti storici costituiscano un sufficiente contraltare, per poter giungere alla verità e, conseguentemente, per dare un giudizio obiettivo su un fenomeno che tanta rilevanza ha avuto e tuttora ha nella vita quotidiana dei popoli dell’Occidente e non solo».

Dopo sei puntate dedicate al pensiero e alla “filosofia” che soggiace al femminismo (tutte le puntate qui), ora è la volta di un approfondimento storico e cronologico per osservare i tempi, ma anche i luoghi geografici e culturali, in cui è maturata la rivoluzione contronatura e deformante dell’identità femminile, del nucleo familiare e, dunque, della società in genere. Lotta fra i sessi, quindi, anzi, di due “generi”. Oggi, infatti, il sesso è stato linguisticamente trasformato in genere, in quanto, a tavolino e non biologicamente, la comunità culturale e mediatica dominante ha stabilito l’esistenza di altri generi, che trova la sua sintesi nell’acronimo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender come quello omossessuale e lesbico).

Sorto come movimento organizzato nel XIX secolo, il femminismo trova le sue radici nella cultura illuministica, dove sono maturate le idee di libertà, di uguaglianza, di universalità e dei diritti inalienabili. Fu durante l’anticristiana e antimonarchica Rivoluzione francese che, per la prima volta, le donne si organizzarono collettivamente istituendo dei circoli femminili al fine di rivendicare l’universalità dei diritti a cui aspiravano i maschi giacobini.

Le pietre miliari del femminismo della prima ora furono due libri: I diritti delle donne del 1792 dell’inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797), che polemizzò contro le idee di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), secondo cui le donne dovevano essere educate all’obbedienza e al futuro ruolo di mogli e di madri, e la Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine, sempre del 1792, a firma dell’attivista Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze (1748 – 1793), nelle cui pagine rivendicava il diritto delle donne all’assoluta eguaglianza politica e giuridica con gli uomini.

Dopo un’adolescenza trascorsa in una famiglia povera con un padre alcolista, divenne indipendente con il proprio lavoro e un’istruzione da autodidatta. Considerata l’antesignana del femminismo, Mary Wollstonecraft scrisse Thoughts on the education of daughters, with the reflections on female conduct, in the more important duties of life (Pensieri sull’educazione delle figlie, con alcune riflessioni sulla condotta femminile nei più importanti doveri della vita), primo progetto del suo futuro e più importante libro, A Vindication of the Rights of Woman (Una rivendicazione dei diritti della donna), nel quale sostiene che le donne non sono inferiori per natura agli uomini, anche se la diversa educazione a loro riservata nella società le pone in una condizione di inferiorità e di subordinazione. In questo contesto espose la sua aperta critica dell’educazione inadeguata che la stessa società riservava alle donne, rese incapaci di partecipare alla vita sociale, emarginate «in un ruolo ridicolo e dannoso», come dichiarava l’autrice recensendo le Letters on Education with Observations on Religious and Metaphysical Subjects (Lettere sull’educazione con osservazioni su temi religiosi e metafisici) della storica britannica Catharine Macaulay (1731 – 1791), una scrittrice alla quale la Wollstonecraft guardava con attenzione.

 

John Opie, ritratto di Mary Wollstonecraft, 1791

 

Nel libro A Vindication of the Rights of Woman, scrive: «È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne – è tempo di restituire loro la dignità perduta – e fare in modo che esse, come parte della specie umana, si adoperino, riformando se stesse, per riformare il mondo»[1].

La Wollstonecraft parla di dignità perduta, facendo intendere che è esistito un tempo in cui questa dignità era presente. Il suo intento rivoluzionario ha già delle grosse falle in partenza, come sempre accade a quelle teorie che hanno per obiettivo non quello di riformare il presente per un bene comune prossimo e futuro, bensì di gridare con rabbia contro qualcuno, istigando all’odio e alla rivolta.   La contraddizione è parte integrante del femminismo, dove le responsabilità del proprio ruolo divengono pesi insopportabili e perciò, per egoistica ricerca di “un posto al sole”, si denuncia il proprio vittimistico stato, il proprio meschino destino deciso dalla cultura maschilista dominante.

Nell’ottica illuminista e, dunque femminista, la dignità femminile non è mai stata rispettata a pari merito con quella maschile, se non in eccezionali casi di forme primitive matriarcali. Il vocabolario Treccani definisce così il lemma femminismo: «Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne».

Fra le contraddittorietà più marcate ricordiamo l’ostilità viscerale contro il Medioevo. Tutto l’Illuminismo si è concentrato a screditare l’età di mezzo, accusandola di essere un’epoca oscurantista, retrograda e vessatoria, tanto che ancora oggi, per denigrare un qualcosa che viene ritenuto negativo di una società, si evoca il Medioevo. La questione è ben diversa e a dispetto del liberalismo, in cui si esaltano le “libertà” più svilenti per le persone, nel Medioevo sorsero le  nazioni europee, si diede un’identità ai popoli, si salvò la cultura sia sacra che profana (grazie alle abbazie); cultura, architettura, arte, scienza si manifestarono prodigiosamente, avviando uno sviluppo straordinario; si diede vita a confraternite, ordini cavallereschi, ospedali, istituzioni religiose di eccezionale valore per il bene delle anime e delle menti, e di conseguenza per il bene degli individui nella loro integralità. E fu proprio in questo periodo che il valore delle donne emerse in tutto il suo splendore. Il Cristianesimo è stata la religione che, più di ogni altra, ha posto in luce le doti femminili: guardando al modello e alle virtù di Maria Vergine, Madre di Dio, la fede cattolica ha eliminato ogni tipo di sopruso sulle donne (si pensi, invece, alla considerazione della donna, per esempio, in ambito islamico o induista), senza mai porre in contrasto, in gara agonistica e competitiva gli uomini alle donne. Ed ecco lumeggiare figure del calibro di santa Ildegarda di Bingen, santa Caterina da Siena, santa Brigida di Svezia, santa Margherita di Scozia, della regina Eleonora di Provenza regina d’Inghilterra, Adelaide di Torino, Matilde di Canossa… l’elenco è innumerevole. Un piccolo esempio, nella valanga di fatti, episodi, vite intere che potrebbero essere citati e presi in considerazione, valga questo: il marito della regina di Scozia Margherita , Malcom III, che vissero nell’XI secolo, non seppe mai leggere, mentre la moglie era molto acculturata, ma non per questo egli si sentiva sminuito, anzi, cerca sempre il suo consiglio e il suo supporto.

La maggior parte di queste figure sono state cancellate dalla pubblicistica dominante, mentre la restante minima parte quando viene presa  in considerazione lo si fa con un metro deformante, tale da definire queste altissime personalità di potere spirituale ed anche politico, protagoniste di rivendicazioni femministe ante litteram, manovrando a proprio piacimento le vicende storiche e senza rispetto alcuno per protagoniste di eventi le cui tracce sono rimaste nelle fonti storiografiche e nelle testimonianze del loro tempo. Tutto ciò viene ad infangare la realtà dei fatti, ingannando i propri contemporanei sulla trasmissione del sapere.

Nel club progressista londinese Johnson’s Circle, la Wollstonecraft conobbe esponenti dell’intellettualità radicale, come Thomas Paine (1737 – 1809), William Godwin (1756 – 1836), i pittori William Blake e Heinrich Füssli. Lavorando alla Casa editrice Johnson, invece, le permise la conoscenza diretta del pensiero dei maggiori intellettuali europei, traducendo articoli degli illuministi d’Alembert (1717 – 1783), Diderot (1713 – 1784), Heinrich Dietrich, barone di (von) Holbach (1723 – 1789), Voltaire (1694 – 1778) e Rousseau, del quale ella criticò in un articolo la sua concezione del ruolo della donna espressa nell’Émile: «piacere agli uomini ed essere loro utili, farsi amare e stimare da loro, educarli da giovani, assisterli da grandi, consigliarli, confortarli, render loro piacevole la vita».

Edmund Burke (1729 – 1797), nel 1790, diede alle stampe le sue critiche Reflections on the Revolution in France (Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia), alle quali l’intellettuale londinese rispose con la propria A Vindication of the Rights of Men in forma di lettera indirizzata allo stesso Burke, la quale, insieme ai Rights of Men del Paine, usciti nel 1791, furono la più popolare rivendicazione dei moderni diritti civili che fosse allora pubblicata in Inghilterra, diritti che la Wollstonecraft sperava potessero essere goduti anche dalle donne. Ed ecco che nel 1792 andò alle stampe A Vindication of the Rights of Woman. Nel frattempo aveva dato inizio ad una relazione con il pittore Heinrich Füssli (1741 – 1825), già sposato, ma con spregiudicatezza e “libera” di vivere come meglio credeva, attratta, come scrisse, dalla «grandezza della sua anima, dalla vivacità del suo spirito e dalla simpatia ispirata dalla sua personalità»[2], gli propose una convivenza a tre, possibilità respinta dalla moglie che vinse sull’amante e il marito ruppe la sua storia con la femminista Mary Wollstonecraft, fondatrice del femminismo liberale.

 

    James Northcote, Ritratto di Füssli, 1778

 

(1-continua)

 

[1] M. Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman (1792), a cura di Eileen Hunt Botting. Yale University Press, 2014, p.71.

[2] Janet Todd, Mary Wollstonecraft. A revolutionary Life, 2000, p. 153.

 

 

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