La Basilica benedettina San Michele Arcangelo a Sant’Angelo in Formis è una grande pagina di pittura medievale incredibilmente arrivata fino a noi in buono stato di conservazione. Infatti, nonostante qualche registro della narrazione pittorica sia andato perduto, gli affreschi che ricoprono quasi interamente le pareti delle tre navate, suscitano una grande suggestione così come doveva essere al tempo dell’Abate di Montecassino Desiderio, futuro Papa col nome di Vittore III, che intorno al 1080 ne seguì il progetto dottrinale.

 

 

La chiesa si trova sulle pendici occidentali del Monte Tifata, a breve distanza da Capua, dove sorgeva l’antico tempio alla dea Diana del IV secolo. Sulle sue rovine, già nel VI secolo, era stata costruita una prima chiesa longobarda e nell’XI secolo il principe di Capua Riccardo I ne fece dono ai monaci di Montecassino perché vi edificassero una nuova chiesa e un convento.

Gli affreschi, oltre al grande fascino che suscitano alla bellezza espressa nella straordinaria armonia compositiva e cromatica, ci raccontano dettagli della storia coeva, vi sono effigiati i donatori il Principe Riccardo I e suo figlio Giordano nei piedritti, in mezzo ai profeti nelle vesti di Davide e Salomone, e nel catino absidale l’abate Desiderio con il nimbo quadrato, segno che al tempo di queste pitture era ancora vivo (muore nel 1087).

Se leggiamo questi affreschi, non solo sul piano didascalico o narrativo, essi ci rivelano un modus operandi che distingue gli artisti che vi lavorarono dai loro maestri orientali perché, se pur non si discostano ancora dalla tipologia bizantina che evidentemente avevano a lungo studiato, queste loro mirabili pitture risentono del genio italiano che dona un movimento e una vitalità assai lontana dalla fissità ieratica della scuola bizantina.

Le oltre 100 scene tratte dalle Sacre Scritture, che corrono come un nastro intorno alle pareti delle navate della chiesa in più registri, ci mostrano non solo la storia biblica, ma anche la nuova maniera in cui essa viene raccontata.

Ne è rivelatore soprattutto il Giudizio Universale, situato sulla controfacciata. La composizione è divisa alla maniera bizantina in più registri; le due scene del Paradiso e dell’Inferno, a destra e sinistra del Cristo Giudice, posto al centro nella mandorla, esprimono una grande vitalità e un accento assolutamente nuovo sull’emotività dei personaggi marcata dal disegno delle rughe di espressione, dal colorito purpureo delle guance, dalla gestualità e dagli atteggiamenti. Il quadro del Paradiso rivela calma e soavità con le anime beate che colgono un ramo dall’albero delle palme o stringono un fiore al petto, mentre il quadro dell’Inferno è pieno di disperazione, disordine e confusione, tra fiamme, serpenti, demoni, con i dannati nudi che vengono sospinti con torture indicibili nelle fauci di Lucifero che siede nel luogo più basso e oscuro con catene al collo, alle mani e ai piedi, tenendo fermo contro di sé l’anima a cui riserva la maggior pena, quella di Giuda.

L’arte espressa ad episodi, tipica del medioevo, non è e non sarà mai solo un mezzo per far comprendere agli illetterati ciò che non potevano leggere, ma una vera e propria catechesi rivolta a tutti, sempre più espressione di un patrimonio culturale, che stava prendendo caratteristiche proprie e peculiari.

 

 

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