In una precedente nota si è parlato su «Europa Cristiana» di un nucleo di famiglie torinesi particolarmente antico, collettivamente individuato con la denominazione De Civitate Taurini, formato dai discendenti, secondo diversi autorevoli studiosi attivi tra il secondo Ottocento e il primo Novecento [pur non registrandosi al riguardo una piena concordanza di vedute tra gli storici] di un remoto funzionario imperiale, cui erano delegati diversi poteri, in progresso di tempo divenuti ereditari.

Ora lo sguardo si rivolge a delineare una stringata sintesi su altre antichissime famiglie cittadine, ancora col desiderio di registrare, per quanto possibile, la persistenza (o presenza, come è necessario avvertire) dei loro cognomi ai giorni nostri. Per procedere in tal senso è stato nuovamente opportuno avvalersi della “scorciatoia” offerta dagli elenchi telefonici risalenti agli ultimi decenni del secolo scorso. Le notizie che seguono sono fedelmente riprese da diversi vecchi articoli di chi scrive[1].

 

 

5 luglio 1327 incipit dell’elenco dei venti sapienti eletti a fare parte del Consiglio privato. Vi compaiono i nomi di Enrico di Gorzano, Antonio Parella, Filippo Borgesio, Francesco, Baracco, Stefano Beccuti, Jacobino Mazzocchi, Benetino Mola, Pietro Sili, Vala Marentini, Giovanni Piscagno (l’elenco si completa nella pagina successiva).

 

Senza entrare nel merito delle origini comunali, in generale e con specifico riferimento a Torino, si può rilevare attorno al 1147 la presenza dei primi consoli, il cui avvento segna, è lecito dire, l’inizio dell’ «età comunale». Tuttavia, solo dal 1149 si comincia a disporre di liste di personaggi appartenenti al “collegio” consolare; tra questi possono essere ricordati sino al declinare del XII secolo, tacendo diverse famiglie già citate come parte dei De Civitate Taurini, i Fibentaria, Rosso, de Alessandri (o Alessandria), Peribò, Porcello, di Coazze, Tamagni, Citello, Riba, Borio, Dodoli o Dudoli, Baiamundo (= Beamondo, Baiamondo). L’insieme di queste famiglie costituisce un ceto dominante, una sorta di patriziato locale che, legato – dopo un periodo di conflittualità – al vescovo da vincoli vassallatici, che occupa i posti chiave nelle amministrazioni civili e religiose, possiede il suolo urbano in larga percentuale, beni nel distretto cittadino e trae dalla terra e dalle case redditi e influenze con cui può controllare l’amministrazione e le finanze civiche, congiuntamente a una pluralità di attività economiche. Altre casate influenti e in più casi probabilmente “consolari”, anche se non si conservano precise attestazioni documentali al riguardo, sono i Cane[2], diversi De Civitate, i Podisio, di Cavoretto, Folco o Fulco, Martelli. Anche i Della Pusterla, Carboni, Bonadonna, de Burgo, Mezasco o Mozasco ebbero ruoli tutt’altro che marginali.

 

19 agosto 1328, incipit dell’elenco dei 20 Sapienti del «Consiglio privato» della Città di Torino (da un’antica trascrizione degli Ordinati)

 

Altre famiglie cospicue si affiancarono ai nuclei originari nel corso del XIII secolo. Tra queste si devono menzionare i Biscotti, gli Alamanni e, in modo particolare, i Gorzano, che verranno considerati per lungo tempo, unitamente alle altre magne parentelle – o ospizi, alberghi[3] uno dei più potenti casati, a partire da Giacomo, podestà di Torino nel 1258. I Gorzano saranno, infatti, in grado di esprimere, nell’arco di poco più di mezzo secolo, tra il 1382 e il 1459, nove sindaci oltre a numerose altre personalità.

Sono questi i tempi in cui il tessuto urbano viene sempre più profondamente plasmato dalle presenze nobiliari, da cui derivano la fondazione di chiese e cappelle e le relative dotazioni artistiche e cerimoniali, come pure la costruzione di abitazioni di qualche pregio e di torri, il possesso delle quali era, in linea di massima, riservato ai casati più potenti. Sono questi i secoli, inoltre, in cui la nobiltà fa a gara per dare vita o contribuire a vaste opere di beneficenza, perlopiù destinate al soccorso e all’assistenza gratuiti dei poveri, dei malati e dei pellegrini. Due esempi considerevoli: nel 1146-47 Pietro Podisio e Taurino Rista fondano l’ospedale di San Giacomo di Stura, affidandolo all’Ordine vallombrosano; nel 1208 Ainardo Umberti, Giovanni Carmenta, Gavarro Della Pusterla, Bertolotto Arpino fondano l’ospedale di San Biagio, ubicato non lontano dal luogo in cui sorgerà il Cottolengo, anch’esso poi largamente finanziato da famiglie nobili, in linea con una tradizione che non ebbe soluzione di continuità.

A cavallo tra i secoli XIII e XIV compaiono anche altre famiglie detentrici di poteri e prestigio, che potevano contare su una rappresentanza significativa nel Consiglio di Credenza, l’antenato del Consiglio comunale, con uno o più personaggi chiamati a rivestire la carica di sindaci, chiavari, sapienti. È questo il caso dei Cavagliata, Malacorona, Lunato, Tavani, Pistagni, Zatello, Mozio, Pellizzone, di Parella, di Altessano, di Brozolo (tre sindaci tra il 1382 e il 1453), Marentino, Molia, Gastaldi o Gastaudi[4], Canavesio, Pollastri, de Magistris, Peageri, Cornaglia, Mantelli, Mazzocchi, Vergnano, Ponzio, Muratore, di Pavarolo, Sartoris, Arcour[5], Mola[6].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Sapienti della custodia torinese, ricevuta la lettera della lettera marchesa di Monferrato circa la cattura di due cittadini torinesi, membri del Consiglio di Credenza, decidono di inviare ambasciatore il notaio imperiale Giacomino (Iacobino), anch’esso credenziere di Torino e membro della Credenza torinese per dirimere la questione, che lo riguarda da vicino in quanto i cittadini torinesi imprigionati dal marchese di Monferrato sono suoi stretti congiunti

 

All’aprirsi del XIV secolo e nel corso di esso, si conferma la presenza di molte delle casate già precedentemente detentrici del potere locale, anche se vi sono parecchi antichi lignaggi che paiono attraversare ormai una fase di – relativa – decadenza. Alcune vecchie famiglie, unitamente ad altre giunte in città da breve tempo, assumono, per contro, ruoli di rilievo e danno origine, attorno al 1337, per controbilanciare – specialmente nella vita del Comune – il potere delle “grandi parentele”, alla Società di san Giovanni Battista, tra i reggitori della quale si notano nel 1360 esponenti degli Alpino, Nicolosio, Cornaglia, Mazzocchi, Gastaldi, Calcagni, Monteacuto, Burgo, Corvesio, Cravino, Cavagliata, Podio, Malcavalerio, Sacchi, Aynardi, Daeri, Castronovo, Coletto, di Brozolo, Pollastri, Raviaola, Visconti, Alamanni, Baroero, Pertusio, Necchi, Baracco, Melia, Beamondi, Ranotto, Papa, Veyroni.

La prima metà del secolo aveva visto gli Zucca impegnati nel tentativo di assumere un ruolo egemone a livello locale, anche congiurando contro gli Acaia col sostegno di alcuni dei Sili, Biscotti e Bertoni, di concerto con i marchesi di Monferrato e di Saluzzo e con l’appoggio, meno palese, da parte dei Visconti. La congiura fallì con modalità che sarebbe qui assai lungo delineare determinando, lo si è intravisto parlando dei De Civitate, la rarefazione delle famiglie coinvolte.

 

Inizio 1351, parte dell’Elenco dei credenzieri

 

1351, Elenco dei sapienti e dei «rectores societatis» chiamati a svolgere alcuni compiti per la città

 

Saggio di una contemporanea radiografia cognominale

Con l’andar del tempo la presenza di numerosi casati si è lentamente affievolita, sino ad annullarsi del tutto. Molti cognomi tuttavia sopravvivono ancora, anche se in più casi si deve pensare a semplici omonimie tra gli attuali e gli antichi abitanti. Nella storia della città sfilano dall’XI secolo alla fine del Quattrocento almeno un migliaio di forme cognominali diverse. Vaste fonti edite e inedite consentono di identificarle pressoché tutte, ma è impossibile in non molte righe anche solo segnalarle tutte. Ci si può giusto soffermare su qualche vicenda o su qualche cognome selezionato in base a specifici parametri, quali l’esercizio da parte di chi lo portava di antichi ruoli in ambito civico, senza trascurare l’attuale diffusione o una presenza durevole nella storia locale.

Il 3 aprile 1228, poco meno di ottocento anni or sono, il notaio Oberto Polgio, gravemente ammalato e in pericolo di vita, detta le sue ultime volontà. All’atto è presente quale testimone Domenico Baracco, uno dei primi rappresentanti più noti di una delle famiglie il cui cognome si è perpetuato sino a oggi. Nel secolo XIII e nel seguente i Baracco ebbero qualche influenza nella vita del Comune. Verso il 1310 Catellino era sacerdote della Curia torinese; intorno al 1330, Giovanni era Canonico del Duomo. Nel corso del Trecento la famiglia diede parecchi amministratori alla città; Francesco, Antonio, Luchino e Pietro furono membri del «Consiglio di Credenza» e rivestirono la carica di chiavaro. In seguito i Baracco non si distinsero in modo particolare nella storia cittadina, ma furono tuttavia costantemente presenti. Esattamente un secolo fa non erano in pochi a portare il cognome e tra questi rimane qualche ricordo di un Giovanni (vice cancelliere di Corte d’Appello), di un Felice (concessionario di una delle oltre cinquecento «vetture pubbliche» di Torino), e di un Giuseppe («liquorista», proprietario del Caffè Piazza Milano). I Baracco del 1989 erano abbastanza numerosi; sulle pagine dell’elenco telefonico ne sfilavano un centinaio e tra loro spiccava un buon numero di omonimi dei più lontani (presumibili) progenitori. Su sessantotto Baracco di sesso maschile diciassette (quasi il venti per cento) rievocavano i trecenteschi nomi Pietro, Francesco, Antonio e Giovanni.

Anche numerose altre famiglie, come si è detto, sono oggi rappresentate da omonimi di personaggi vissuti sei, sette secoli indietro nel tempo. I Cornaglia, ad esempio (una ventina di abbonati al telefono più alcuni Cornalea, insediati a Torino almeno sino dal 1208 con il notaio Guglielmo), erano presenti nel 1335 con Giacomo (oggi – sul finire del Novecento – due sulla Guida telefonica) consigliere, chiavaro e notaio del Comune (un altro Giacomo, anch’esso notaio, era vissuto già nella prima metà del secolo precedente), con Giovanni (oggi sette) che viveva nel 1278, e con Domenico (oggi tre), consigliere nella prima metà del Quattrocento.

Nel XII secolo, ma più ancora nel Tre-Quattrocento, erano assai numerosi e influenti i Cavagliata, già menzionati (discendenti con buone probabilità dai medievali signori di Cavaglià). Oggi il cognome si è tramandato nelle forme Cavaglià (un centinaio) e Cavagliato (diciotto). Dei nomi di battesimo del tardo Medioevo si sono “conservati” Matteo (due, nella forma Cavaglià), che era portato da un consigliere della Credenza nella prima metà del Trecento, Pietro (due Cavaglià e un Cavagliato), che fu parecchie volte chiavaro di Torino tra il 1325 e il 1350, Giovanni (sei Cavaglià), che viveva nel 1328, Antonio (tre Cavaglià e due Cavagliato), chiavaro nel 1433, e Michele (sei Cavaglià), che era canonico del Capitolo metropolitano nel 1432.

Negli antichi cartari torinesi consultati per la stesura di questi appunti, si è constatata nei Canavesio, tra il 1100 e il 1200, la presenza di cinque soli nomi di battesimo: addirittura quattro su cinque (cosa in fin dei conti curiosa) ricompaiono sulla Guida telefonica tra le file degli oltre cinquanta Canavese e dei quasi altrettanti Canavesio, che ci ripropongono i nomi di Pietro (cinque), che viveva nel 1167, Guido (uno), di cui rimane memoria per essere stato teste a un atto pubblico nel 1224, Giacomo (due), che viveva nel 1244 e Giorgio (due), che esercitò la professione notarile in Torino tra la fine del Duecento e i primi decenni del XIV secolo.

I Cane, già ricordati sopra (con le varianti di Cani, Canibus, Canis), contavano già nel corso del Duecento un buon numero di personaggi e sono anche oggi piuttosto numerosi (circa centotrenta). Nel loro caso le omonimie sono poco significanti poiché, rispetto al nutrito nucleo “storico” insediato in città, si ripresentano soltanto alcuni nomi assai comuni, quali Enrico (ne viveva uno anche all’inizio del XIII secolo), Giovanni (nome attestato in alcuni documenti tra il 1223 e il 1247) e Pietro (1264).

1352, Elenchi di credenzieri e sapienti

 

L’antico cognome Allamano, documentato anch’esso in Torino sin dagli albori del 1200, è oggi riscontrabile in varie forme (Alamanni, Allemani, Allemano), ma la diffusione su tutto il territorio nazionale, e in particolare in Lombardia e Toscana, non consente di congetturare con fondamento che tutte o anche solo molte di esse siano di origine torinese.

I nomi di battesimo relativi a cognomi diffusissimi come Marchisio (alcune centinaia sulla Guida telefonica), Bianco e Bianchi, Grasso e Grassi, Ferrario e Ferraris, Rosso e Rossi (ciascuno con parecchie centinaia di capifamiglia) sono troppo numerosi per tenere in qualche considerazione le molte omonimie che ne derivano; soltanto mirate ricerche d’archivio potrebbero stabilire l’origine dei diversi ceppi che quasi certamente si sono mescolati in Torino, provenienti da località diverse.

Casi di uguaglianza di nome s’incontrano casualmente anche in cognomi oggi divenuti molto rari. I Ciriaco, per citare un caso tra tanti (il cognome dovrebbe derivare da Ciriè), sono attualmente soltanto in sei, ma uno di essi porta un nome che lo accomuna con un personaggio che calcava la scena torinese settecento anni fa, Nicolao. I Biscotti, già altre volte citati, sono di poco più numerosi (una ventina) e ripropongono l’antico nome di famiglia Francesco.

È opportuno ripetere, in conclusione, che non tutti coloro che portano un nome di famiglia dell’antica Torino hanno necessariamente origini torinesi. È un dato di fatto, ciò non di meno, che la presenza dei cognomi più vecchi è tuttora estesa. Delle molte famiglie che si sono tramandate sino a oggi, alcune sono tenute in vita da sparute retroguardie, altre da singoli esponenti, altre ancora, come si è detto, da numerosissimi individui. Forse da questa moltitudine, da quest’onda di energia e di sangue, procede la corrente di continuità che mantiene vivi, malgrado tutto, alcuni valori e caratteri assolutamente originali di Torino, fortemente creativi.

Tutte le immagini fotografate, qui riprodotte, con facoltà di riproduzione concessa negli anni ottanta del secolo scorso a favore di Gustavo Mola di Nomaglio, sono tratte da differenti annate degli Ordinati comunali di Torino. L’immagine di copertina dell’articolo è uno scatto fotografico della legatura degli Ordinati del Comune di Torino del 1327

 

[1] Tra i quali, in particolare Torinesi D.O.C. [parte seconda], in “Torino Magazine”, 6 (giugno 1989), p. 27; Le grandi famiglie, in Storia illustrata di Torino, a cura di Valerio Castronovo, fasc. 155, Milano, 1994, pp. 3081-3100 (e in partic. 3084-3087); Genealogia e storia (puntate diverse, in “‘l Caval ‘d Brôns”, 1983-1994);

[2] Ai quali appartenne Giovanni, che, dopo avere svolto una rapace attività feneratizia, negli ultimi anni della propria vita si dedicò a opere benefiche, facendo rilevanti donazioni a favore di enti religiosi e assistenziali e giungendo a destinare quasi interamente il proprio ingente patrimonio all’ospedale degli Umiliati.

[3] Della Rovere, Sili, Zucca, Borgesi (Borgese / Borgesi / Borghesio) e Beccuti.

[4] Dal XVII secolo Gastaldi di Trana, infeudati del luogo, famiglia notevole per avere dato otto sindaci in un lungo arco di tempo, tra il 1389 e il 1779.

[5] O Arcor, Arcatori o, ancora d’Harcourt, come per vezzo si fecero chiamare in tempi relativamente recenti, assai cospicui sino agli inizi del Settecento, con un palazzo in via Barbaroux 28, e un altro, già appartenuto ai Grondana, in via XX Settembre 41, poi divenuto sede, nei felici tempi in cui ancora non si erano realizzate le privatizzazioni  e liberalizzazione delle utilities promosse, per eliminare i monopoli pubblici, all’insegna di un presunto vantaggio dei cittadini, che sempre più si sta rivelando, in realtà, pessima soluzione per il loro interesse e talora persino con venature frodatorie e vessatorie, come, d’altronde, è lecito temere che possa accadere, estendendosi progressivamente la “benigna” strategia in ulteriori altri campi e ambiti (di grande attualità i progettati scippi di emanazione governativa dell’acqua pubblica e la vicenda della sottoposizione a concorrenza delle concessioni delle spiagge che concettualmente può essere narrata – e oggettivamente apparire – come vantaggiosa e doverosa sotto molti profili, circa i cui scopi ed esiti soprattutto è lecito essere preoccupati e perplessi).

[6] La presenza di questi ultimi è più rilevante tra gli anni venti e cinquanta del XIV secolo, quando sono rappresentati in Torino, all’interno dell’istituzione comunale, contemporaneamente da tre credenzieri. Sul finire del 1100 Enrico Mola e suo nipote Giacomo, signori di Carmagnola, avevano venduto la signoria su una vasta porzione del territorio carmagnolese, con annessi diritti e il districtus al conte Uberto di Biandrate. Da essi erano discesi vari rami, alcuni oggi estinti, altri tuttora esistenti, inclusi i Mola di Beinasco che condivisero la signoria di questo feudo sotto il comune di Torino e i Mola di Larissé, dei quali Luigi fu sindaco della città nel 1836.  Negli anni seguenti alla cessione di Carmagnola (che a ridosso della vendita era entrata in possesso dei marchesi di Saluzzo) esponenti della famiglia si insediarono tutt’attorno ai confini carmagnolesi, in Chieri, Moncalieri, Carpice (oggi Calpice), Vinovo, Carignano, nell’Albese (alcuni un po’ più lontano, stabilendosi in Casale) e in Torino e nel Torinese, dove Uberto possedeva beni nel 1244. Nel 1325 figurano tra i membri della Credenza torinese Giovanni – o Giannetto – e Benetino Mola, che saranno chiavari rispettivamente nel 1333 e 1343 e che avranno altri incarichi di rilievo. Verso la metà degli anni trenta del Trecento compare nel Consiglio di Credenza pure Jacobino, figlio probabilmente di Benetino, mentre nel 1349 si ha notizia di Nicoleto Mola, congiunto dei precedenti, notaio imperiale. In seguito la famiglia manterrà una presenza più marginale in città, fissando, però, la propria sede dove maggiormente erano concentrati i suoi interessi patrimoniali. Nel 1348 Giannetto Mola e suo nipote Nicoleto caddero prigionieri del marchese di Monferrato, nel quadro dei contrasti politici del tempo e Torino inviò ambasciatore alla marchesa di Monferrato, per postularne la liberazione, Jacobino Mola (che si recò pure per lo stesso motivo dal principe Giacomo d’Acaia).

 

 

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