Il testo che pubblichiamo, come le immagini che lo illustrano, per gentile concessione dell’autore e del nostro collaboratore, è tratto da un capitolo del volume, in preparazione, di Gustavo Mola di Nomaglio, dal titolo I Savoia in Italia e in Europa tra il medioevo e l’età contemporanea.

 

Nel tardo Cinquecento, nel primo Seicento e poi all’aprirsi del XVIII secolo, i sabaudi furono annoverati, in forza di articolati e ben documentati diritti successori – talora connessi a successi militari o diplomatici che non consentivano di trascurarne le rivendicazioni – tra i pretendenti tanto al trono imperiale, quanto ai troni di Francia, Spagna e Inghilterra. Nulla di chimerico: pienamente all’insegna della concretezza, anche se spesso il buon diritto non poté fare aggio sugli interessi e sulle pulsioni e politiche “imperialistiche” di potenti antagonisti, per così dire, sulla realpolitik.

La morte, in questi giorni, della Regina Elisabetta ha indotto diversi studiosi a rievocare anche l’avvento sul trono anglosassone della tedesca dinastia dei Sassonia-Coburgo-Gotha, nel quadro della straordinaria passione con cui gli Inglesi – e quasi si potrebbe dire il mondo intero – hanno partecipato al lutto e seguito passo a passo le regali cerimonie funebri. I Sassonia-Coburgo-Gotha, onomasticamente anglicizzatasi con la precipua denominazione Windsor, salirono sul trono inglese, a lungo rivendicato anche da Casa Savoia, succedendo agli Hannover. Questi ultimi si erano visti aprire la strada per il trono proprio in virtù di una rinuncia da parte sabauda. Il duca di Savoia, infatti, doveva essere chiamato alla successione degli Stuart, ma a patto che accettasse la condizione di abbracciare la religione protestante Anglicana, cosa che rifiutò di fare. Scrive al riguardo Carlo Denina «La successione al trono della Gran Bretagna fu assicurata alla casa di Hannover, poiché il duca di Savoja che preferibilmente sarebbe stato chiamato alla successione della casa Stuarda, avea ricusato la condizione indispensabile d’abbracciare la religion protestante Anglicana».

L’indisponibilità di Vittorio Amedeo II a convertirsi consentì la promulgazione, nel 1701, dell’Act of Settlement, da quell’anno legge fondamentale della Monarchia inglese e una delle principali leggi costituzionali del Regno, che di lì a poco servì a sancire la successione dei diversi sovrani protestanti, stabilendo che i Re d’Inghilterra non potevano essere cattolici, non potevano abbracciare la religione cattolica né, in alcun caso, congiungersi a consorti cattoliche, sotto pena di privazione del trono.

Anche se i diritti successori sabaudi sul Regno inglese a cavallo tra Sei e Settecento avevano altro differente fondamento e specifica ragion d’essere, merita ricordare il fatto che i Savoia godettero in Inghilterra d’enorme prestigio già nel medioevo, come si apprende attraverso ampia documentazione e studi storici, a partire da quelli di Federigo Sclopis, Gaudenzio Claretta, François Mugnier, Eugene L. Cox, Enrico Genta Ternavasio e di parecchi altri, sino ad arrivare a David Carpenter, il maggiore medievista inglese, che nel rilevare quanto i Savoia fossero potenti in Inghilterra nel Duecento, afferma, letteralmente che i tentacoli sabaudi giungevano in quel secolo a lambire tutti i troni d’Europa.

Relazioni amicali e legami anglo-sabaudi sono comunque confermati di secolo in secolo e, tra tante testimonianze significative, si possono ricordare antichi progetti di alleanze matrimoniali, anche se non andati in porto, come nel caso della proposta di sposare Bona di Savoia, figlia del duca Ludovico, avanzata nel 1464 da Re Edoardo IV (di York), inviando a questo scopo alla corte francese Riccardo Neville XVI conte di Warwick che, potentissimo e lungimirante, sosteneva in modo particolare l’opportunità di quest’alleanza, attraverso la quale intendeva rafforzare la corona della casa di York in tempi estremamente conflittuali e turbolenti per il dominio sull’Inghilterra, sia in prospettiva interna sia attraverso una salda alleanza, con la Francia, essendo Bona cognata di Re Luigi XI, il quale aveva sposato nel 1451 sua sorella Carlotta di Savoia, un fatto per articolati aspetti rilevante, spiega, tra altri, Tobias George Smollett. Come è noto Re Edoardo, dapprima ambiziosamente d’accordo con i progetti sabaudi di Warwick, decise di sposarsi del tutto al di fuori di qualunque criterio “politico”, letteralmente travolto, secondo diversi storici e cronisti, dalla passione per la giovane Elisabetta, figlia di «Giacomina di Lucemburgo, duchessa di Bedford» e di Riccardo Woodwille, vedova di John Gray, da breve tempo morto in combattimento, come ricorda, ad esempio, Vincenzo Martinelli nella sua settecentesca storia dell’Inghilterra. Si vuole che il matrimonio sia stato celebrato in gran segreto e con gran fretta. Di certo Edoardo non ne informò, cosa nel contesto degli avvenimenti estremamente impropria, il suo rappresentante in quei momenti alla corte di Francia[1]. Risulta, infatti, che mentre «questo matrimonio celebravasi misteriosamente a Grafton Court»[2], le negoziazioni condotte da Warwick per ordine regio fossero ormai in fase conclusiva. Il comportamento di Edoardo ebbe conseguenze gravi per l’Inghilterra e per lo stesso sovrano, pur uscendo infine vincitore da cruente vicende (delle quali, storicamente ben fondata o no la loro narrazione, si hanno noti echi in pagine shakespeariane).

Si deve ricordare che pure nel 1611 Carlo Emanuele I concepì strategie matrimoniali finalizzate all’acquisizione di decisivi diritti sul trono inglese, soprattutto nel momento in cui pareva esserci stato un avvicinamento tra Francia e Spagna[3]. Siccome l’iniziativa sabauda verso l’Inghilterra era stata rallentata da opzioni politico-matrimoniali spagnole e francesi che tendevano a privilegiare un’alleanza medicea, per le due grandi potenze assai meno preoccupante, l’istruzione di Carlo Emanuele I al proprio ambasciatore, Giambattista Gabaleone, essendogli noto che già erano in corso trattative tra Inghilterra e Firenze, includeva prudentemente la riserva secondo cui «Arrivato a Londra, farete capo da Fulvio Pergamo, dal quale procurerete d’intendere in quale stato si ritrovi il trattato di matrimonio del principe di Galles. Se sarà sicuramente concluso con Fiorenza, non vi occorrerà che vi scopriate d’essere andato colà per quest’effetto […]».

I Medici, anche se poi il progetto non era comunque destinato ad andare a buon fine a causa della morte del principe di Galles sul finire del 1612, riuscirono a trovare un accordo prima dei Savoia, ma per ottenerlo dovettero mettere sul tavolo delle trattative una dote particolarmente ingente e impegnare la loro diplomazia nella diffusione di voci false o malevole secondo le quali l’unione con Savoia sarebbe stata svantaggiosa per l’Inghilterra, pretendendo che la situazione dei domini sabaudi fosse molto critica. In modo palesemente falso, da Firenze si pretendeva che ne fossero modeste la dimensione, la ricchezza e la potenza e ciò, in primis, per la «sterilità» della Savoia e la «piccolezza» del Piemonte (che in realtà già nella sua conformazione del primo Seicento, pur non essendo ancora raggiunta la dimensione geografico-politica di Stato/regione, nulla aveva, anche da solo, da invidiare al dominio mediceo e a diversi Stati qualificati come regni). I rappresentanti dei Medici, inoltre, parlavano di popolazioni gravate da pesi insostenibili [a causa delle guerre], esprimendo ambiguamente il dubbio – ma ancor più la speranza – che potessero ribellarsi. Nelle surrettizie argomentazioni medicee (prese per buone poi persino da qualche storico…) la proverbiale fertilità e ricchezza delle terre piemontesi erano del tutto sottaciute; mentre della florida contea di Nizza, dei lembi liguri definibili come “Liguria piemontese” o dell’incastellato e solidamente fortificato Ducato d’Aosta, non si faceva parola alcuna (quasi volendo dare a vedere che neppure meritava tenerne conto, o nella speranza che le conoscenze corografiche, sociali, economiche anglosassoni fossero assai carenti?). In effetti il considerare Nizza e Aosta congiuntamente alle altre patrie sabaude, avrebbe molto depotenziato le medicee pretese relative a sterilità e piccolezza rispettivamente della Savoia e del Piemonte.

Giuseppe Fusai scrive con riferimento al progetto matrimoniale inglese di Carlo Emanuele: «Non riuscì nei suoi disegni; ma la mancanza della riuscita non diminuisce il merito grande di quest’uomo veramente straordinario che seppe concepire disegni vasti ed attuabili, se non si fossero opposte a lui le forze diplomatiche di due potenze come Francia e Spagna. Le trattative con la Casa Stuart fallirono infatti per l’opposizione di queste due potenze […]», certo preoccupate anche, come si è accennato poco sopra, per la considerazione dei Savoia al di là della Manica alta e radicata da secoli.

In effetti, giungendo al tardo Cinquecento e al primo Seicento è noto che Carlo Emanuele I poté ambire per sé o per i propri successori, con concrete prospettive come sottolinea, tra molti, il già citato Fusai ai principali troni d’Europa. Egli fu un concorrente attivissimo, intraprendente, irrequieto, veramente preoccupante, per le grandi monarchie, come per quelle d’intermedia potenza. Non per caso anche da Firenze, come in parte si è già visto, erano giunte a Londra vibrate perorazioni e proteste contro i progetti di matrimonio sabaudi: il ministro e consigliere di Stato Belisario Vinta, capo del Gabinetto fiorentino, inviò un promemoria all’agente mediceo a Londra, Ottaviano Lotto, affinché tentasse di mettere in cattiva luce Carlo Emanuele I facendo ben presente che per lui l’Inghilterra altro non era che una “seconda scelta”[4]; infatti, si legge nell’istruzione, irosa in modo anche troppo evidente, al punto da perdere qua e là di vista realtà e contesti diplomatici e politici. In ogni caso, ratifica pure Riguccio Galluzzi, i primi a ostacolare i progetti matrimoniali inglesi furono, come si è detto, Francia e Spagna le quali, «trovando questa nuova alleanza contraria ai loro interessi», fecero «ogni sforzo per impedirla»[5].

Tornando al primo Settecento, merita ricordare che la rinuncia sabauda al trono britannico rinfocolò le rivendicazioni dei cattolici Stuart discendenti da Giacomo II, legittimo sovrano spodestato dalla cosiddetta “Gloriosa Rivoluzione”, in seguito alla quale divenne regina, sua figlia Maria, protestante, affiancata dal marito Guglielmo d’Orange. Questi contestarono di generazione in generazione il diritto di regnare sull’isola dei successivi sovrani protestanti. Quando gli Stuart si estinsero, nel 1807 con la morte del cardinale di York, Enrico Benedetto Stuart, riconosciuto quale sovrano di pretensione con i nomi di Enrico IX d’Inghilterra e di Enrico I di Scozia, i diritti sabaudi sui Regni inglese e scozzese tornarono nuovamente d’attualità, giacché questo dispose, col proprio testamento, che i diritti a quelle corone spettanti alla propria Casa, passassero al Re di Sardegna, Carlo Emanuele IV, suo parente più prossimo[6]. Da questo momento i cattolici inglesi coltivarono un legame di fedeltà in chiave sabauda. Carlo Emanuele IV fu così sovrano di pretensione col nome di Carlo IV d’Inghilterra e Carlo IV di Scozia; dopo di lui Vittorio Emanuele I fu riconosciuto come Vittorio I d’Inghilterra e Vittorio I di Scozia, mentre l’ultima pretendente fu sua figlia, Maria Beatrice di Savoia, dichiarata sovrana di pretensione come Maria III d’Inghilterra e Maria II di Scozia. Avendo essa sposato l’arciduca Francesco IV d’Asburgo-Este, duca di Modena e Reggio, duca di Massa e principe di Carrara, i diritti di pretensione al trono britannico passarono al figlio Francesco V, che fu l’ultimo duca di Modena.

In conclusione, chiunque analizzi i rapporti anglo-sabaudi sette-ottocenteschi dovrebbe avere sempre ben presenti le implicazioni connesse ai diritti successori dei Savoia sulla Gran Bretagna, spesso liquidati troppo sbrigativamente e all’intento sabaudo di porre fine alle persecuzioni contro i cattolici, alla cui emancipazione si giunse soltanto nel 1829. In ogni caso, anche se più d’uno storico inglese vorrebbe ridimensionare la portata delle pretensioni sabaude, non mancano studiosi anglosassoni, (magari qualcuno un po’ rasserenato dal fatto che le rivendicazioni, derivanti dalle ultime citate volontà di Enrico Benedetto Stuart, sono sostanzialmente tramontate con l’estinzione del ramo primogenito), pronti a riconoscerne il pieno fondamento. Merita riferire la solida opinione del compianto Andrew Martin Garvey il quale annota che le valide pretese «[…] dei Savoia al Trono britannico si basano sul fatto che Carlo Emanuele III di Savoia era figlio di Vittorio Amedeo II e di Anna Maria d’Orléans, figlia di Filippo, duca d’Orléans e di Enrichetta (1644-1670), figlia a sua volta di Carlo I (1600-1649) d’Inghilterra e Scozia e di Enrichetta Maria di Francia». Lo studioso, buon suddito inglese, non manca poi di sottolineare che comunque la questione è divenuta irrilevante, concludendo «[…] ormai è inutile disquisire sulle pretese dinastiche dei Savoia al Trono britannico, perché essendo cattolici, sono esclusi dalla linea di successione, anche grazie al Trattato di Utrecht»[7].

Forse nel momento in cui Vittorio Amedeo II prese la decisione di rinunciare all’Inghilterra confidava ancora di potere ottenere in tempi brevi la corona di Spagna – destinata a divenire sabauda solo un secolo e mezzo più tardi -. Forse ancora guardava pure a quella imperiale (alla quale solo un cattolico poteva ambire), anche se il favorevole contesto nel quale questa sfuggì al suo bisavolo Carlo Emanuele I, se si può dire quasi per un soffio, non pareva più, nel primo Settecento, in alcun modo riproducibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Nei confronti del quale, tra l’altro, aveva un grosso debito di riconoscenza dato che senza il suo appoggio (Warwick non per caso passò alla storia col soprannome di Kingmaker) la corona sarebbe presumibilmente rimasta sul capo di Enrico VI, anch’esso Plantageneto ma appartenente al ramo dei Lancaster e probabilmente la sua vita avrebbe preso una piega tutt’altro che promettente)

[2] Léon Galibert, Clément Pellé, L’Inghilterra […], traduzione di A. F. Falconetti, Venezia, Dalla Tip. di Giuseppe Antonelli ed., vol. 1, 1845, p. 406.

[3] Cesare Guasti, Di un trattato di nozze fra la Casa di Savoia e i reali d’Inghilterra. Supplemento a una memoria del Conte Federigo Sclopis […], in “Giornale Storico degli Archivi Toscani che si pubblica dalla Soprintendenza Generale agli Archivi del Granducato”, a. I, 1857, pp. 55-64; 275-282.

[4]   «Non viene il Sig. Duca di Savoia a chiedere d’imparentarsi con Inghilterra, se non dopo che non ha potuto stabilirsi né la speranza alla successione della corona di Spagna, né, con l’ottenere la primogenitura di Francia, il poter pensare a qualche […] pretensione […] anche in quel regno. Sì che il suo movimento non nasce da puro amore e stima».

[5] Riguccio Galluzzi, Storia del Granducato di Toscana di Riguccio Galluzzi, istoriografo regio, nuova edizione, Firenze, presso Leonardo Marchini, 1822, vol. VI, p. 168.

[6] Gustavo Mola di Nomaglio, I Savoia, il Piemonte e l’Italia prima e dopo la pace di Utrecht. Forza d’attrazione, capacità d’integrazione, cardine d’identità, in Cassine 1713: a tre secoli di distanza. Considerazioni sul tempo dell’arrivo delle spoglie di Sant’Urbano Martire, Atti del Convegno, Cassine 29 giugno e 20 ottobre 2013, a cura di Sergio Arditi, Acqui Terme, 2015, pp. 9-32 e in partic. p. 12.

[7] Andrew Martin Garvey, Al di là della pace e della diplomazia: il Trattato di Utrecht per la Gran Bretagna, in Utrecht 1713. I trattati che aprirono le porte d’Italia ai Savoia. Studi per il terzo centenario, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio e Giancarlo Melano, Torino, Centro Studi Piemontesi – Associazione Torino 1706, 2014, pp. 291- 300 (298).

Si sofferma sulle pretensioni sabaude, correttamente definite, a un tempo, «[…] un punto di coesione e […] di frizione tra le due dinastie», pure Andrea Pennini, All’origine di un’antica amicizia. Le relazioni anglo-sabaude tra XVII e XVIII secolo, in Utrecht 1713. I trattati che aprirono le porte d’Italia ai Savoia: studi per il terzo centenario, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio e Giancarlo Melano, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2014, pp. 281- 290, in particolare 285, 288-289.

 

In copertina: antica Carta genealogica di Casa Savoia e il  Trono di re sant’Edoardo il Confessore, utilizzato per le cerimonie di incoronazione dei re d’Inghilterra. Venne commissionato nel 1296 dallo stesso sovrano e si trova nell’Abbazia di Westminster.

 

 

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