Il frequente ritrovamento in Italia, di anno in anno e sino ai giorni nostri, di ordigni bellici inesplosi non cessa di richiamare alla memoria i violenti ed estesi bombardamenti di cui il paese fu oggetto da parte delle forze inglesi e americane che non intendevano distruggere solo le entità produttive e le vie di comunicazione. Gli organizzatori dei raid aerei con tutta chiarezza intendevano colpire le case e le vite dei civili, bambini, donne e vecchi, per abbattere a un tempo il morale delle popolazioni e dell’esercito. L’Italia pagò un prezzo altissimo, anche se bombardamenti come quello a tappeto su Dresda deciso da Winston Churchill, a un passo dalla fine della seconda guerra mondiale, ebbero effetti ancora più tragici e devastanti, costando letteralmente la distruzione della città e un eccidio di massa: un’ecatombe, inutile ricordarlo, di bambini, donne e vecchi.

Anche Torino fu vittima di bombardamenti a tappeto, con modalità ed effetti che, sembrando ormai quasi irreali, meritano di essere ricordati.

È oggi difficile immaginare le vaste distruzioni destinate a cambiare in parte il volto della città. Già molti anni or sono, infatti, delle ferite belliche non restava più traccia poiché la ricostruzione fu rapida ed efficace (anche se è difficile crederlo, in tempi in cui in molti amministratori pubblici si riscontra una totale inadeguatezza ad affrontare progetti urbanistici di ampio respiro, mentre scarsa è addirittura la capacità di manutenere alla meno peggio ciò che i loro predecessori hanno costruito da zero).

Nel periodo compreso tra il 12 giugno 1940 e il 24 aprile 1945, l’allarme aereo suonò a Torino 285 volte; non sempre all’allarme seguirono le incursioni. Il compito di far giungere immediatamente all’intera popolazione l’avviso di pericolo era affidato a cinquantotto sirene distribuite su tutto il territorio comunale, azionate da un unico comando centrale. In caso di bisogno l’allarme poteva essere propagato anche da sirene a mano, dalle sirene di stabilimenti industriali collegati telefonicamente e da quelle montate sulle motociclette dei vigili urbani. Gli abitanti erano tenuti in tensione anche dai preallarmi (che furono 963) e dalle segnalazioni di “limitato pericolo” (241) in occasione del sorvolo di apparecchi che, secondo le valutazioni dei rilevatori dell’antiaerea, avevano quale destinazione altri luoghi d’Italia (le sirene emettevano in questi casi suoni di durata più breve di quanto accadesse per l’allarme).

Nelle incursioni aeree sulla città possono riconoscersi quattro distinte fasi. Dall’inizio della guerra e sino all’autunno 1942 si registrarono poche incursioni, perlopiù notturne, e modesti danni. Una seconda fase può essere compresa tra gli ultimi mesi del ’42 e l’estate del ’43, quando gli attacchi furono numerosi, effettuati da massicce formazioni di quadrimotori che ebbero quale obiettivo la devastazione indiscriminata di intere zone cittadine. In questo periodo gli apparecchi nemici giungevano ad ondate successive e sganciavano esclusivamente bombe di grosso e grossissimo calibro (da 1000 a 4000 libbre) e mezzi incendiari, tra i quali spezzoni esagonali alla termite, bombe al fosforo e bidoni alla benzina e fosforo. In una terza fase, tra l’autunno ’43 e il luglio del ’44, fu messa in atto la nuova tattica dei «tappeti di bombe» con azioni fulminee, impiego simultaneo ed altrettanto simultaneo allontanamento dei mezzi aerei impiegati nell’incursione, cosa che rendeva quanto mai difficile l’abbattimento dei velivoli. In questo periodo gli aerei incursori non partivano più dall’Inghilterra ma avevano ormai a disposizione le piste dell’Africa del Nord o delle zone d’Italia invase. Gli apparecchi nemici non dovevano più percorrere oltre 800 chilometri per raggiungere a Torino. Ora arrivavano dal mare e la loro rotta di avvicinamento era più breve e il volo meno tempestivamente individuabile o avvistabile. L’ultima fase, tra agosto ’44 ed aprile ’45, fece registrare per alcuni mesi attacchi di entità relativamente modesta, destinati però a culminare nel massiccio bombardamento del 5 aprile 1945 e nel contestuale mitragliamento di tutte le vie di comunicazione che portavano a Torino.

Nel corso di 56 attacchi aerei la città venne sorvolata da circa 2200 apparecchi incursori che sganciarono 6820 bombe dirompenti e oltre trecentomila mezzi incendiari, dei quali circa duecentomila nel corso del solo 1943. In totale si registrarono 1454 minuti di effettivo bombardamento. Ognuno di questi minuti costò ai privati cittadini in media la distruzione o il serio danneggiamento di centosessantamila stanze facenti parte delle loro abitazioni. Per i torinesi non era evidentemente prevista clemenza. Probabilmente la macchina bellica alleata fece tutto ciò che era in suo potere per trasformare Torino in un cumulo di macerie.

I danni furono, in effetti, enormi: su 217.562 abitazioni private esistenti, (composte in totale da poco più di 626 mila stanze) ne vennero distrutte totalmente quasi 16 mila (pari a 42 mila stanze) e ne vennero danneggiate seriamente più di 66 mila (189 mila stanze). Quasi il 38% delle abitazioni venne quindi totalmente distrutto o danneggiato. E la situazione non fu meno grave per gli uffici, negozi e fabbriche. Per quanto riguarda gli uffici i locali distrutti o sinistrati furono 8814, quasi il 40% del totale; simile fu la situazione per i locali che componevano i negozi: su 29 mila ne vennero distrutti completamente poco meno di 2000 e danneggiati 8500. Gravissimo fu il bilancio anche per l’industria. I bombardamenti provocarono la distruzione totale di 223 attività industriali, la distruzione parziale di 315 e il serio danneggiamento di 480. In totale furono 10363 i locali adibiti ad attività industriali distrutti o sinistrati.

Enormi furono, infine, i danni provocati alle chiese (12 distrutte totalmente, 21 semidistrutte, 61 sinistrate), agli istituti di cultura (si contarono 129 scuole, musei, biblioteche distrutti o sinistrati), ai locali di spettacolo (64), laboratori (1901), autorimesse (1551), magazzini (1939).

Rispetto al disastro sin qui descritto il numero delle vittime fu relativamente modesto. I morti sotto le bombe furono 2069 e i feriti 2695, alcuni dei quali morirono successivamente per le lesioni riportate. La violenza dei bombardamenti altrove avrebbe potuto provocare, si ritiene, eccidi di ben maggiori proporzioni. A parte l’efficienza delle squadre di soccorso e l’abnegazione efficiente e organizzata di innumerevoli cittadini, il limitato – ripetiamo rispetto alla spaventosa pioggia di bombe e spezzoni incendiari – numero dei caduti fu possibile grazie alla tempestività delle segnalazioni di allarme, al forte senso dell’ordine e della disciplina della popolazione, alla disponibilità di numerosi e capillari rifugi antiaerei pubblici e privati, non escluse le gallerie di contromina dell’antica Cittadella oggi in parte visitabili dal Museo Pietro Micca (utilissimi ricoveri anti-scheggia ed anticrollo furono, per la loro profondità, anche gli infernotti delle case della città vecchia). Preziose furono, inoltre, le ampie possibilità di sfollamento solo notturno o permanente, consentite dalla notevole ricettività dei comuni limitrofi. Inoltre l’ampia superficie dei corsi, piazze e giardini pubblici consentì di “assorbire” senza danno per le persone un buon numero di bombe e mezzi incendiari.

Si può dire che le attività di ricostruzione e di riparazione iniziarono quando ancora le bombe non avevano smesso di cadere e che immediatamente dopo la fine della guerra proseguirono con ritmo frenetico. Nel giugno del 1950, limitando l’indagine alle abitazioni private, risultava che ne fossero state già ricostruite o costruite ex novo 4937 e riparate oltre 60.000. Ciò nonostante mancavano ancora all’appello, solo per ripristinare la situazione anteriore all’inizio del conflitto, più di 17 mila abitazioni la cui realizzazione avrebbe richiesto ancora parecchi anni.

 

 

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