Verso il 1806 la dittatura napoleonica costrinse le popolazioni sabaude ad operare una scelta di campo: o con l’autocostituito imperatore o con i Savoia. Per evitare condanne e sanzioni, piemontesi e valdostani dovettero astenersi da qualunque manifestazione di dissenso. Quanti erano emigrati per non sottostare alle leggi francesi, furono, sotto ricatto, costretti a rientrare in patria. Chi non l’avesse fatto sarebbe stato spogliato di tutti i propri beni. Su tutti coloro che, avendo fatto parte delle amministrazioni sabaude, rifiutavano di assumere cariche nel regime francese si concentravano minacciosamente sospetti e controlli. Per contro chi fosse disponibile a disdire la propria fedeltà alla dinastia sabauda aveva davanti a sé prospettive di carriera e guadagno. Tra gli storici vi è chi ravvisa nella popolazione sabauda, a partire da questo momento, qualche apertura verso gli invasori e chi, al contrario, afferma che Napoleone non poté mai fare affidamento su di essa, potendo, al massimo, contare su isolati sostenitori. Secondo una teoria furono i Savoia stessi – alla causa dei quali poco potevano giovare partigiani ridotti sul lastrico e privi di autorità e influenza – a spingere i sudditi sia a rientrare in patria, sia ad impegnarsi nelle amministrazioni imperiali e ad accettare o ricercare – se già erano nobili – titoli nobiliari dell’impero francese. Il fondamento di questa teoria è in qualche misura testimoniato dalle indagini della polizia segreta napoleonica su vari funzionari piemontesi che avevano incarichi nell’organizzazione burocratica allestita dalla Francia. Tra i nomi più noti vi è quello di Prospero Balbo (riprodotto nell’immagine: Ritratto, 1821, Accademia delle Scienze di Torino). La polizia segreta lamentava che fosse stato nominato rettore dell’Università di Torino dal governo francese grazie alla “cabala” filosabauda e che approfittasse del proprio potere per allontanare dall’Università gli amici dei francesi, sostituendoli sistematicamente con i loro nemici. Tra gli addebiti mossi a Balbo (che per avere accettato la carica di rettore dai francesi subì qualche critica anche dopo la restaurazione) vi era quello di avere osato proporre quale vice bibliotecario dell’Università il barone Vernazza (rappresentato nelle altre immagini), definito dalla polizia come uno dei più rabbiosi nemici della Francia e criticato poiché era stato tanto impudente da passare l’intero inverno senza far uso del cappello, pur di non portare su di sé l’obbligatoria coccarda coi colori francesi.

Nei verbali polizieschi non mancano notizie curiose che meriterebbero di essere approfondite, come quelle riguardanti un certo commissario David. Già agente della polizia regia, questi era riuscito a riciclarsi al servizio del nuovo governo, divenendo Commissario Generale della polizia. In realtà pare che egli continuasse a fare “spudoratamente” gli interessi dei Savoia. Fantasioso e beffardo, giunse al punto d’inventarsi di sana pianta una colossale congiura antifrancese. Traendo spunto dalle cospirazioni della “Lega nera”, realmente operante in Piemonte contro il governo transalpino, stilò un elenco di oltre duecento congiurati da arrestare e deportare urgentemente. Il suo piano fallì quando ormai sembrava doversi concludere con un successo. Solo per uno scherzo del caso si scoprì che i duecento individui da deportare erano stati accuratamente scelti non tra i nemici degli invasori ma tra quanti avevano reso loro preziosi servizi. Altro personaggio nel mirino era Luigi Peyretti di Condove. Era stato appena nominato primo presidente della corte d’appello, quando fu trovata una sua lettera in cui dichiarava la propria fedeltà ai Savoia e il desiderio rivederli quanto prima sul loro trono. Un Adami, divenuto (sempre colpa della “cabala” sabauda) provveditore del Liceo di Torino, «faceva tutto il male possibile agli amici dei francesi», ridicolizzando e riprovando pubblicamente tutto ciò che il Governo stabiliva. Ceresa, professore a Giurisprudenza di Codice Napoleone era accusato di essere così nemico dei francesi, da far trasparire il proprio odio in tutte le lezioni, influenzando i suoi allievi. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Di fronte ad una storiografia ricca di omissioni circa il ruolo e l’opera di quanti in Piemonte e Valle d’Aosta si opposero al regime rivoluzionario e alla sua continuazione imperiale le indagini condotte dagli apparati polizieschi napoleonici divengono, nonostante l’originaria funzione repressiva e di controllo, una traccia difficilmente sostituibile per saperne di più sui protagonisti di un’antica resistenza dimenticata o volutamente oscurata.

 

 

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