Con il mitigarsi delle misure anticovid, com’era da aspettarselo, il circo internazionale dell’arte contemporanea AC riparte con le sue grancasse e l’esposizione dei “fenomeni viventi”, mostri o automi che siano, con in più la fame di denaro accumulata nella dieta forzata; l’AC, infatti, nel suo rapporto col pubblico, può vivere solo di assembramenti, di folle ottuse, di “servitù volontaria” e del corrispondente scialo di spesa pubblica.

Marina Abramovic, dopo essersi fatta propagandista in proprio delle case d’asta, riciclatasi al MAXXI di Roma come ex Yugoslavia, spiegherà –udite, udite!- la sua performance del 1974 Rhythm 0, a Milano da luglio Maurizio Cattelan ripercorrerà il suo “curriculum” di mostruosità, mentre si annuncia per settembre nientemeno che Koons a Firenze nel bistrattato[1] Palazzo Strozzi.  Intanto al Castello di Rivoli il critico Achille Bonito Oliva mette in mostra se stesso, così l’autoreferenzialità è totale, e non c’è nemmeno da inscenare l’impostura dell’”opera d’arte”. Insomma retrospettive e rilanci, per rinfrescare la memoria, mettersi in pari, allestire nuovi vernissage presenzialisti, nuovi sproloqui, nuovi sconci.

Vari direttori dei Musei del patrimonio artistico, per parte loro, rincorrono la moda pop, per fare delle opere antiche vuoti simulacri[2], ovvero sottoporle al vaglio del politicamente corretto.

Le dilaganti mostre d’immagini digitali si muovono nella stessa direzione, sradicando definitivamente l’opera nonché dal suo contesto storico-ambientale, dalla sua stessa concretezza e spessore sensibile, e trovando effettivamente per questa via l’incontro mortifero con l’arte contemporanea: superficialità, effimero, mera concettualità e insignificanza morale e materiale.

Siamo infine alla bolla speculativa della cripto-art, l’arte digitale con certificato di autenticità (sic), totalmente virtuale, una trans-arte per transuman(oidi). Quotazioni milionarie, aste mirabolanti, denaro, denaro, denaro, a fronte di un’impostura sempre più sfrontata, di un prodotto sempre più miserevole.

La api di Wladimir Weidlè

Era questo il nuovo sciame di api che doveva nascere dalla necrosi dell’arte, dalla sua agonia e decomposizione nel modernismo e le cosiddette avanguardie? Il testo di Wladimir Weidlè, Le api di Aristeo[3], scritto dagli anni 30 fino alla pubblicazione nel 1954, pur pessimista, evocava infatti nel titolo una possibile rinascita delle arti, esemplata su un mito.

Wladimir Weidlè[4], intellettuale dell’Europa dalle radici cristiane, europeo russo, studioso dell’arte occidentale nella sua globalità (non “critico d’arte”) dà nel testo una visione drammatica del futuro delle arti -letteratura, architettura, arti visive, musica- cogliendo “l’origine del male” nel venir meno della spiritualità e dell’etica dell’artista, tra la deriva tecnologica e la sterilità estetica.   Il titolo della sua opera principale fa riferimento al mito greco del pastore Aristeo, che viene punito dalle ninfe con la morte di tutte le sue api. Egli sacrificherà agli dei per avere il perdono, e dalle carni putrefatte di una delle vittime prenderà vita un nuovo alveare, nuova dolcezza e luce.

Weidlè evoca in ciò l’immagine raccapricciante di un deterioramento totale, dal quale però, nella speranza e nel pentimento, può nascere un nuovo ciclo vitale, nuova bellezza. Tutto il libro è del resto costruito secondo lo schema della Settimana Santa e della notte di Pasqua: “il crepuscolo dei mondi immaginari”, “mezzanotte dell’arte”, “officio delle tenebre”, “discesa all’inferno”, con, a conclusione, la speranza di una resurrezione.

Considerando il settore delle arti figurative, Weidlè ripercorre nella modernità la scomparsa dello stile, la rarefazione del reale nell’astrattismo, diagnosticando la decomposizione dell’arte nel narcisismo dell’artista, nel venir meno della dimensione etica e trascendente.

Quello che è stato notato come mancanza nella sua opera è il non aver citato Duchamp, ed aver liquidato con ironia i surrealisti, destinati invece fornire i precedenti illustri allo sfascio dell’arte contemporanea concettuale. Ma è proprio assistendo alle vicende dell’arte contemporanea dagli anni 70 in poi che possiamo oggi valutare a posteriori che la radicalità della visione di Weidlè coglieva con esattezza la crisi mortale dell’arte, nel suo ripiegamento, nell’appagarsi di se stessa inaridendo le radici della creazione umana. Scrive Weidlé:

Il paradosso della creazione umana, è che nel suo slancio essa è invenzione, e nella sua natura, scoperta. Essa è fondata in parti eguali sulla volontà di far esistere quello che non esiste ancora, e sulla fede nella preesistenza di quello che essa crea, nel mondo dello spirito.[5]

 

Aristeo che piange la perdita delle sue api, marmo di Jules Fesquet, 1862

 

Nell’arte contemporanea AC, giunta ormai alla bolla della criptoart, manca sia l’invenzione che l’idea della persona umana: le trovate –gigantismo, trasgressione, banalità- inscenano una ripetizione continua, la trasformazione immediata di ogni opera in detrito e di ogni detrito in opera, fino –e ormai ci siamo – all’opera ready made assoluta, la copia della copia all’infinito.  Siamo quindi in un’altra area, che non è più quella dell’arte, ma di un fenomeno strutturalmente collegato al sistema economico, reparto specializzato della speculazione finanziaria, ed insieme apparato ideologico e mediatico di massificazione servile, quindi totalitario. L’arte contemporanea è trastullo del Nuovo Mondo di Huxley e nello stesso tempo simulacro della schiavitù del 1984 di Orwell.

Weidlè ben intuiva il legame tra surrealismo, gnosi, arte totale e totalitarismo; diagnosi che gli veniva dall’aver vissuto le circostanze di un disastro storico e sociale come quello della Russia sovietica. Egli vede la rinascita delle arti sulle radici cristiane dell’Europa, nel quadro di una rinascita del sentimento religioso; la sua non è espoir, ma espérance, un sentimento di confidenza nell’avvenire fondato sulla certezza della fede.

Pur assistendo al degrado e decomposizione delle arti, evocava l’utopia di nuova germinazione, del ritorno alla vitalità nativa, dell’arte come risorsa umana integrale; ma richiamava:

Vi è una verità che sarà stato riservato al nostro tempo di rendere evidente: cercate l’arte da sola, e non avrete arte.[6]

E’ proprio su questa via, dalla sortita duchampiana e l’autonomizzazione dell’oggetto dada, che si è infatti instaurata la paralisi dell’”arte”, dai furbi teorici dichiarata morta e subito organizzata in industria nel concettuale, nel seriale, nel pop, stabilizzando la sua senescenza in una permanente e lugubre autoreferenzialità che dura ormai da 100 anni.

Il monopolio dell’arte contemporanea AC, funereo schermo e frastuono, svia il volo dell’ape regina e silenzia la musica dei nuovi alveari. L’incapacità di rapportarsi al passato, dovuta a ignoranza e miseria concettuale e linguistica, diventa oggi programma distruttivo, nuova barbarie. La virtualità è uno strumento di massificazione che appare definitivo, in quanto viene meno la comunità umana. Il destino attuale delle lettere e delle arti appare oggi lo scenario più oscuro e drammatico della crisi dell’uomo.

 

Quinta edizione italiana

 

 

[1] Attualmente funestato da un’installazione dell’”artista” JR , il quale molto originalmente ha voluto così evocare la chiusura dei musei causa covid.  Qualificata per trompe l’oeil, non è nemmeno questo, e come il solito s’impone solo per il suo gigantismo e la banalità materiale e concettuale.

 [2] Nel testo sul meraviglioso affresco di Pietro Cavallini a  S.Cecilia in Trastevere,  nel numero del 20 giugno u.s. di Europa Cristiana,  Barbara Ferabecoli esprimeva lo sconcerto e il rincrescimento per lo scempio delle modifiche strutturali nella Basilica dopo il Concilio di Trento, fatte senza alcun riguardo verso l’opera, che è stata irrimediabilmente mutilata. E oggi, dov’è il rispetto per le opere d’arte del passato nelle riorganizzazioni concettuali dei musei, che le sradicano da ogni contesto spirituale, storico e ambientale? Dove nel loro degrado a mera immagine, con allestimenti stranianti ed esteticamente incompatibili, negli accostamenti col contemporaneo incongrui se non offensivi ed osceni, fino ai fatui eventi pubblicitari con squallida banalizzazione delle opere stesse?

[3]  Les abeilles d’Aristée  trad. it. Le api di Aristeo. Saggio sul destino attuale delle lettere e delle arti  ed. EDIFIR 2017

[4] Wladimir Weidlè (1895-1979) nato a San Pietroburgo, ivi fece studi di storia e filologia, fino alla sua fuga dalla dittatura comunista nel 1924. A Parigi, dove vivrà da allora, divenne una figura importante dell’intellighenzia russa in esilio. Insegnò storia dell’arte all’Istituto di teologia ortodossa San Sergio di Parigi, collaborò alla rivista religiosa La voie e ad altre riviste e pubblicò numerosi studi sulla cultura artistica europea, la letteratura russa, il destino dell’arte cristiana ecc…La sua opera principale è Les abeilles d’Aristée: Essai sur le destin actuel des lettres et des arts, un insieme di studi sulla disintegrazione dell’arte occidentale, raccolti in volume nel 1936, con traduzioni in tutte le lingue europee. Il testo venne poi notevolmente revisionato ed ampliato fino alla pubblicazione del 1954 per le edizioni Gallimard. La constatazione e le argomentazioni sulle tendenze degenerative delle arti in esso prospettate hanno attirato negli ultimi anni nuovo interesse sul testo.

[5] Les abeilles d’Aristée ed. Ad Solem 2002 pag.63.

[6] Les abeilles d’Aristée  op.cit.  pag.189.

 

 

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