Sergio Bernardini nacque a Sasso Guidano, in provincia di Modena, nel 1882. Figlio di un mugnaio, a 25 anni sposò Emilia Romani, e dopo meno di un anno arrivò il primo figlio, che però morì dopo pochi giorni dalla nascita. Ma quello fu solo l’inizio dei dolori: nel giro di quattro anni gli morirono, in ordine cronologico, il padre, la madre, il fratello, un altro figlio, la giovane moglie, e per finire la terza bimba che era nata. Rimase letteralmente solo. “Una prova di proporzioni bibliche – scrive Lorenzo Bertocchi – di cui resta una lapide con i nomi di tutti i familiari, scolpita con le sue stesse mani, e posta nel cimitero prima di lasciare tutto e imbarcarsi per l’America”.[1]

La lapide in cimitero è impressionante: un pezzo unico, monolitico, rabberciato, sotto il quale sono sette corpi sepolti, che porta la dicitura, stentata e artigianale: “Alla cara memoria di padre, madre, moglie, tre figli e fratello [seguono i sette nomi, con le date di morte che vanno dal 1908 al 1912]. Sergio, figlio e fratello, sposo e padre, implorando una prece”.

Poche settimane dopo l’ultimo funerale, quello della piccola Igina, Sergio partì per Chicago, dove trovò lavoro in  miniera, come tanti immigrati italiani in quegli anni. Dopo poco tempo però  ebbe un incidente che lo costrinse a tre mesi d’ospedale. Le prove sembravano non finire mai, e vi erano tutte le condizioni per disperare, ma egli non si disperò, e pensò fosse meglio rientrare in Italia. Le motivazioni di questo suo ritorno le spiegò poi più tardi lui stesso: “L’America non era fatta per me. Temevo per la mia fede”. Il pericolo maggiore, dunque, nonostante le prospettive di potersi sistemare nel nuovo continente, consisteva nel rischio per la vita di fede.

Tornato tra i calanchi della collina modenese, pian piano egli riprese la sua vita. Fu qui che incontrò la ventiquattrenne Domenica Bedonni; era il 1913, e Sergio aveva 31 anni. Così la ragazza descrive il loro incontro: “Mi parve subito tanto buono. Era un bell’uomo alto e robusto. La gente ne diceva un gran bene, e aveva sofferto tanto; si capiva. Aveva uno sguardo di serenità e di bontà, pieno di fede. Ebbi subito per lui un senso di ammirazione e venerazione, perché sapeva portare le sue sofferenze con tanta dignità. Tutto in lui spirava fiducia. Incuteva rispetto e luce”.

Il fidanzamento tra i due durò pochi mesi. Sergio andava agli incontri con la ragazza portandosi dietro il Vangelo: lo leggevano e ne discutevano insieme. Certamente avranno parlato anche di altre cose, ma la base di intesa dei due fidanzati doveva essere, fin dall’inizio, la presenza di Gesù Cristo, la vita in Lui.

Dal matrimonio di Sergio e Domenica nacquero dieci figli (a sinistra la casa, progettata e costruita dal solo Sergio, per la sua famiglia a Barberino, nei pressi di Verica) ): otto femmine e due maschi. La cosa clamorosa fu la fioritura delle vocazioni in questa famiglia: delle figlie, ben sei divennero suore (alcune missionarie in terre lontane) e due si sposarono; i due figli maschi si fecero entrambi cappuccini, e uno divenne anche Vescovo. Fu lui, mons. Giuseppe Germano Bernardini che, in un famoso discorso al 2° Sinodo dei Vescovi europei (13 ottobre 1999), in qualità di Vescovo di Smirne (Turchia), denunciò l’islamismo come religione con la quale era impossibile dialogare; discorso che creò non poco imbarazzo nell’ambiente ecclesiastico, ma di grande libertà, verità e animato da puro spirito cristiano. Uno dei pochi, insomma, che dicevano le cose come stavano, e non per sentito dire, ma in virtù dell’esperienza di anni di lavoro in terra a stragrande maggioranza musulmana.

Mi direte: ma cosa c’entra Sergio Bernardini con il covid-19?

C’entra per la visione di fede che quest’uomo tutto d’un pezzo, pienamente cristiano, diede alla propria esistenza, soprattutto nei primi anni quando l’esperienza della morte dei suoi cari poteva devastarlo psicologicamente e spiritualmente. Malattie varie gli portarono via in pochi anni la moglie e i tre bambini, ma egli non imprecò contro la sorte, tanto meno si infuriò con il Creatore, non implorò dalla scienza la soluzione dei suoi problemi: prese atto della situazione, si affidò a Dio, ricominciò pazientemente.

Quello che viviamo oggi è il continuo e ossessivo richiamo al ricorso alla medicina e scienza per vincere il morbo che si è insidiato nella nostra società. La stessa terminologia usata dai giornali e telegiornali è significativa: si sente parlare dei vaccini come unica speranza di liberazione, l’arrivo della vaccinazione di massa è atteso come l’avvento messianico del liberatore, tanto che chi dubita dell’utilità di questa soluzione od osa sottolineare la probabile immorale sperimentazione sui vaccini stessi (alcuni dei quali coltivati e prodotti con l’uso di cellule di bambini abortiti appositamente, con relativa possibile alterazione della struttura cellulare della persona vaccinata) viene immediatamente indicato come nemico del genere umano e accusato di essere un “irresponsabile”, parola magica usata dai potenti del mondo.

Certamente dobbiamo tanto al progresso scientifico, che non si oppone alla fede; i cattolici non sono mai stati contro la scienza e la medicina, al contrario l’hanno sempre promossa e stimata, ma tutto dev’essere vissuto sempre nella visuale di Dio, nostro Creatore e nostro Salvatore. Rimaniamo sempre dei pover’uomini; ma se tolgo dall’orizzonte Dio, ecco che tutta la speranza viene riversata sulla scienza, che rimane una povera realtà legata ai limiti dell’intelligenza umana, e che se usata in modo errato può addirittura produrre dei danni irreversibili sull’umanità stessa.

Tutto questo per dire che il salvatore non è il vaccino, ma Gesù; per dire che il messia non è la casa farmaceutica, ma Gesù; che la morte rimane comunque un problema non rimandabile e non procrastinabile, e che la risposta alla morte stessa è la fede in Gesù, unico Signore. «Non c’è altro nome nel quale è stabilito che possiamo essere salvati», dice la Sacra Scrittura (At 4,12). Dobbiamo gridarlo sui tetti: «In nessun altro c’è salvezza!» (idem).

Pur nella pena del caso presente, dobbiamo sapere che il vero problema dell’uomo rimane sempre il peccato, la morte dell’anima, e che la celebrazione della vita è sempre in ordine al Creatore, che è Dio. Gesù tirò fuori Lazzaro dalla tomba, ma poi Lazzaro morì di nuovo, segno e simbolo per tutti della giusta gerarchia dei valori. Al primo posto non c’è la salute. Il linguaggio di oggi, invece, sposta l’attenzione, gira le nostre menti, ci porta a credere che la cosa più necessaria sia la salvaguardia della salute (per morire poi in seguito di qualche altra cosa).

In passato, quando vi erano epidemie o disgrazie di ogni genere, all’azione umana di solidarietà che si offriva alle persone colpite si univa anche l’implorazione del popolo cristiano a che il Signore aiutasse la popolazione a liberarsi da ogni genere di male, con preghiere, processioni, digiuni, rosari, ecc., perché il male ha sempre un’attinenza, prossima o remota, con il peccato. Tutte le disgrazie chiedono e implorano un ritorno a Dio, una vera conversione, come Gesù stesso insegnò quando disse che i morti rimasti sotto la torre di Siloe non erano più colpevoli di altri, ma che quell’episodio doveva essere il richiamo per tutti ad una vita retta e corretta. Poi possiamo e dobbiamo pregare anche che il Signore ci liberi dalle malattie, per carità, usando anche i mezzi messi a disposizione dalla scienza medica, purché però, naturalmente, leciti.

Ridimensioniamo allora i termini, e torniamo a chiamare il Salvatore nel suo vero nome, Gesù, e riconoscere un solo Messia, Gesù. Chiediamo a Lui che ci liberi dal vero male, il peccato, e anche abbia pietà di noi, e che ci faccia vivere questa prova come richiamo alla conversione e alla penitenza. Si è chiuso un anno, 2020, che tutti hanno detto nefasto, per via del virus. Ma il 2019 era stato certamente più nefasto, e anche il 2018 e 2017, per i milioni di bambini abortiti, uccisi nel silenzio generale, tanto per dirne una.

Il 2020 e il questo principio del 2021 sono forse uno squillo di tromba, un suono potente per chiamare alla conversione dei cuori, per questa povera umanità che ha perduto la paternità di Dio e l’amicizia con il Signore Gesù.

Sergio Bernardini, con i suoi straordinari dieci figli, è la risposta, è un inno di fede, di puro abbandono, di fiducia e conversione a Dio, egli che ha vissuto l’esperienza iniziale dei tre figli morti piccoli uno dopo l’altro in pochi mesi. Sergio e Domenica ora riposano nel piccolo cimitero di Verica, nei colli modenesi, vicini a quella lapide grigia con i sette nomi, ma la Chiesa non li ha dimenticati affatto: si è aperto il processo della loro beatificazione e nel 2015 sono stati dichiarati entrambi «venerabili».

Sì, proprio Sergio, con la sua vita umile e nascosta, senza pretese, ma con la sua fede cristallina, è una risposta concreta ed essenziale all’urlo scomposto di oggi che chiama “liberatore” chi non può liberare affatto dal male.

Sergio Bernardini preghi per noi e per questa nostra Italia.

 

 

[1] Lorenzo Bertocchi, Dio & famiglia, Casa editrice Fede & Cultura, Verona, 2012, pag.66.

 

 

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