Nel 1796 la Francia inizia, sotto la guida del generale Bonaparte, la campagna d’invasione dell’Italia. Il suo primo obiettivo è il Piemonte.

Le spie del Direttorio hanno lavorato bene: i piemontesi e gli austriaci devono fronteggiare oltre all’esercito   invasore anche qualche sommossa giacobina pilotata dai francesi stessi e da qualche traditore al loro fianco.

Dopo alcune vittorie, Napoleone sconfigge gli austriaci a Millesimo (13 aprile) e i piemontesi a Mondovì (22 aprile).

Vittorio Amedeo III è costretto a firmare l’armistizio di Cherasco (28 aprile) impegnandosi a lasciare libero il passo all’esercito nemico, a smantellare o a cedere alla Francia varie fortezze e ad abbandonare l’alleanza con gli austriaci – peraltro rivelatisi oltre che poco efficienti, ben poco affidabili -.

Dopo il Piemonte, Napoleone s’impadronisce piuttosto rapidamente di gran parte d’Italia; di vittoria in vittoria sembra invincibile, anche perché gli Stati d’Europa non pongono in atto, inizialmente, contromisure per arrestare o rallentare la sua avanzata. Soltanto dopo la vittoria trionfale dell’ammiraglio Nelson su di lui, al comando della flotta britannica nella battaglia del Nilo, presso la base egiziana di Abukir (1 agosto 1798), gli Stati avversi al nuovo corso si convincono che è giunto il momento per gettare le basi della seconda coalizione antifrancese (o, se vogliamo, antigiacobina, antirivoluzionaria).

Nel dicembre del 1798, Russia, Turchia, Austria e Regno di Napoli decidono d’intervenire in Italia per porre un freno alla potenza e prepotenza delle armate rivoluzionarie e per favorire la restaurazione degli Stati soppressi. L’Impero russo gioca, sotto il profilo della determinazione, un ruolo fondamentale nel conflitto. Nella primavera del 1799 Austria e Russia concentrano le loro truppe in Lombardia. Si forma, così, un corpo di spedizione di oltre 50.000 uomini (circa 20.000 russi e oltre 30.000 austriaci) a capo del quale viene posto come comandante supremo il principe e Feld-Maresciallo russo Aleksandr Vasilyevich (Vasil´evič) Suvorov (cognome che si può scrivere anche con alcune varianti grafiche), conte Rimniksky. Sotto la sua guida gli austro-russi avanzano rapidamente, le loro vittorie sono nette e folgoranti, il Feld-Maresciallo, seppure ormai avanti negli anni (era nato nel 1729) non apprezza la tecnica lenta e flemmatica degli austriaci (tecnica che durante la guerra delle Alpi era apparsa più ancora che debole, rinunciataria): si narra che in diverse occasioni le sue truppe piombarono con impeto al centro dello schieramento nemico travolgendo ogni resistenza.

Il 26 e 27 aprile gli austro-russi passano l’Adda, sconfiggono i francesi a Lecco e a Cassano e costringono il generale Moreau a ripiegare a occidente di Milano.

Il 28 aprile Suvorov entra senza troppe difficoltà nella capitale lombarda e nello stesso giorno invia un proclama ai piemontesi, con il quale li esorta a insorgere in difesa del Re (che si trova in esilio forzato in Sardegna) e della Religione. La sua esortazione non resta inascoltata: mentre molti accorrono sotto gli stendardi austro-russi, in gran parte si rafforzano le bande (o se ne formano di nuove) che, pur mancando di organizzazione, di armi e di coordinamento, rendono difficile la vita all’esercito occupante. I francesi devono affrontare un po’ dovunque una capillare guerriglia, una resistenza spicciola, ma diffusissima, che intralcia i rifornimenti, gli spostamenti di truppe, la sicurezza dei francesi in generale e il controllo dei luoghi di maggiore importanza strategica.

Il 25 maggio gli austro-russi giungono in vista di Torino, dopo avere riconquistato – coadiuvati efficacemente dalla “Massa Cristiana” guidata dal maggiore Branda Lucioni – gran parte del Piemonte.

 26 maggio 1799: l’esercito autro-russo entra in Torino. In questa stampa è rappresentato l’abbattimento dell’albero della libertà in piazza Castello

 

Poiché i torinesi non tollerano la presenza degli invasori francesi (con buona pace di quegli storici di vario calibro e valore all’oggettività delle ricostruzioni dei quali ha fatto velo, per probabile preconcetta solidarietà ideologica, una faziosità a tutto campo) non è difficile trovare un accordo tra l’armata guidata da Suvorov e le autorità e milizie della capitale sabauda.

Nella notte tra il 25 e il 26 maggio Usseri e Cosacchi si approssimano alla città, la porta di Po li attende spalancata (gli occupanti che avrebbero dovuto difenderla probabilmente fuggiti o neutralizzati). Essi risalgono tranquillamente via Po, sino a piazza Castello, senza colpo ferire. I francesi, colti di sorpresa, riparano nella cittadella da dove, non paghi dei danni già arrecati con innumerevoli vessazioni, furti in palazzi, musei, pinacoteche, chiese, nello stesso Palazzo reale e via dicendo, bombardano la città. Il 26 maggio Suvorov entra trionfalmente a Torino; intende ripristinare quanto prima il governo legittimo. Non era la prima volta che alte personalità russe giungevano nella capitale sabauda, dove la loro patria e i suoi sovrani erano apprezzati[1].

«Le nom de Souwarow – scrisse il Beauregard – avait ranimé l’espoir des coalisés. L’espèce d’engagement que ce héros tartare avait pris de rétablir la maison de Savoie, en avait fait pour la majeure partie des sujets du roi l’objet d’un véritable culte. On adorait à Turin jusqu’à son étrange langage, jusqu’aux formes bizarres dont il voilait de rares talens et de vastes conceptions»[2].

Il Generale, non appena entrato in Torino, invia il conte Alessandro de Rege di Gifflenga in Sardegna, onde invitare Carlo Emanuele IV a riprendere possesso del Trono e dello Stato. In attesa del ritorno del Re, crea un Consiglio Supremo di Stato provvisorio a capo del quale pone un uomo che gode della completa fiducia del sovrano, il conte Carlo Francesco Thaon di Sant’Andrea, già comandante in capo dell’esercito piemontese sulle Alpi Marittime, durante la guerra contro la Francia repubblicana.

L’amicizia, la lealtà e la dedizione che il Feld-Maresciallo dimostra verso casa Savoia sono fonte di seri dissidi con l’Austria. Gli austriaci non intendono, infatti, restituire il Piemonte ai Savoia; il trattato di Cherasco (che essi consideravano un vulnus non facilmente superabile) è troppo recente per potere essere dimenticato. Quasi certamente l’Austria non intende porre fine all’invasione ma semplicemente – quanto meno inizialmente – sostituirsi ai francesi.

Mentre Suvorov prosegue nella riconquista dell’Italia settentrionale, sconfiggendo i francesi presso il fiume Trebbia (17-19 giugno) e a Novi Ligure (15 agosto), la diplomazia austriaca non rimane inattiva. L’Austria riesce a ottenere, infatti, che il Feld-Maresciallo russo venga inviato in Svizzera per aiutare l’armata del generale Korsakov, che si trova in gravi difficoltà.

Gli austriaci, con l’allontanamento di Suvorov, riescono a sospendere la restaurazione dei Savoia, ma pagano un prezzo carissimo: Napoleone, rientrando in Italia, non trova contro di sé l’unico generale in grado di contrastarlo (non per caso Suvorov è considerato uno dei più grandi capitani della storia russa); in breve tempo i francesi riprendono il sopravvento e, il 14 giugno 1800, trionfano a Marengo. I fatti ci consentono di stabilire che Suvorov fu, per il Piemonte, realmente un liberatore.

I Savoia stessi riconobbero questo suo ruolo. Carlo Emanuele IV gli conferì infatti la massima onorificenza sabauda: il Collare della Ss. Annunziata (5 settembre 1799).

La storia piemontese, scritta spesso da autori filofrancesi o filogiacobini, ha creato per il grande generale russo l’immagine di un conquistatore truculento, sanguinario e feroce, attribuendo a lui la responsabilità di ogni episodio di violenza e di sangue e assolvendo indiscriminatamente i francesi, non vedendo, o meglio non volendo vedere le loro colpe (dalle quali, in realtà, originarono tutte le truculente vicende che si consumarono a cavallo tra Sette e Ottocento) e la loro esclusiva responsabilità del sangue che si andava spargendo a fiumi attraverso l’Europa.

Talvolta la storia può essere utile rileggerla “al contrario”.

 

[1] Non molti anni prima, nell’aprile del 1782 erano stati ospiti di Vittorio Amedeo III e ricevuti dalla corte e dai torinesi niente meno che i conti del Nord (nome assunto dai granduchi Pavel Petroviĉ – poi Zar Paolo I – e dalla sua consorte Maria Fedorovna appartenente alla casa dei principi del Würtenberg). Feste e spettacoli furono offerti ai principi russi, Re Vittorio Amedeo avrebbe voluto ospitarli a palazzo reale ma essi lo pregarono di potere alloggiare in un palazzo privato. Siccome il seguito che già li aveva accompagnati in viaggio attraverso l’Italia era numeroso, il sovrano fece preparare per loro, facendolo riammobiliare completamente, l’Hotel d’Angleterre, con tale sfarzo che esso perdette del tutto l’aspetto di un albergo, pur elegante, per assumere quello di una lussuosa residenza patrizia. A partire in particolare dalla visita dei conti del Nord, anche in considerazione dell’eccellente ricordo che essi avevano lasciato, i rapporti tra Piemonte, Stati sabaudi e Russia si intensificarono. Anche l’editoria e gli intellettuali subalpini iniziarono a manifestare crescente attenzione per il mondo, la società, l’arte, la cultura russi. Di questa attenzione restano non pochi rilevanti esempi di diverso genere. Un grande russista, il compianto Piero Cazzola, ne ha tracciato un ampio quadro in numerosi suoi studi in gran parte pubblicati sulla rivista “Studi Piemontesi” o in altre edizioni del Centro Studi Piemontesi.

[2] Mêlanges tirés d’un portefeuille militaire par Mr. le général Marquis Costa de Beauregard, Torino, 1817, vol. II, p. 77.

 

 

Suvorov è sepolto nella chiesa dell’Annunciazione, nel monastero di Aleksandr Nevskij, lungo il fiume Neva a San Pietroburgo. Secondo i suoi desideri, sul suo sepolcro venne posta una semplice iscrizione: “Qui giace Suvorov”. Ma un anno dopo la sua morte, lo zar Alessandro I fece erigere una statua alla sua memoria nel Campo di Marte di San Pietroburgo.

 

 

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