Accecò il figlio, ma è venerata come Santa. Potremmo così riassumere, un po’ lapidariamente, la vita dell’Imperatrice bizantina Irene di Atene (752-803). Certamente si tratta di una semplificazione che non tiene conto del valore, dell’intelligenza e delle capacità di questa donna. Il fatto è tuttavia incontestabile.

Quanto alla sua presunta santità comunque, è bene precisarlo, questa è riconosciuta soltanto dalla Chiesa Ortodossa Greco-Scismatica.

Poco sappiamo della sua infanzia, trascorsa, comunque, ad Atene che, in quel tempo, non era certo più la grande metropoli dell’età classica. A diciassette anni, forse dopo una sfilata tipo quella descritta nella fiaba di Cenerentola, fu scelta come sposa dell’erede al trono di Costantinopoli. Nel 771 nacque, quindi, il figlio che, come vedremo, diventerà l’imperatore Costantino VI (771-797). Nel 775, dopo la morte del suocero Costantino V (718-775), Irene diventa Imperatrice come consorte di Leone IV il Cazaro (750-780).

E qui iniziano gli intrighi e le insinuazioni oscure sul suo conto. A differenza del marito, che aveva inclinazioni contrarie alla venerazione delle immagini sacre, la sovrana difendeva i sostenitori delle icone. Siamo, del resto, nell’epoca delle durissime contrapposizioni fra i cosiddetti «iconoclasti» ed i difensori di mosaici e pitture. Pare addirittura che una notte Leone IV avesse trovato due piccole icone sotto il cuscino della moglie e che, da quel momento, avessero iniziato a dormire in stanze separate. L’imperatore morì per un improvviso malore, nel settembre del 780, e molti cronisti sospettarono che ci fosse stato lo zampino della bella Irene. Mancano, tuttavia, le prove dell’uxoricidio.

Il figlio, in quel momento, aveva solo nove anni. La madre assunse, dunque, la reggenza per circa un decennio. Nel 790, tuttavia, Irene si mostrò assai recalcitrante a lasciare il potere. Non erano, del resto, mai terminate le infinite lotte fra gli iconoclasti e i difensori delle immagini.

In realtà, non sarebbe possibile seguire, nei limiti di questo articolo, il filo dei numerosi intrighi e complotti di quegli anni. Ricordiamo semplicemente, per affinità di argomento, un primo accecamento subito dal fratello di Costantino VI Niceforo che, dopo una rivolta fallita, subì per primo la tremenda mutilazione cinque anni prima che l’Imperatore lo seguisse nella tristissima sorte.

I rapporti fra Costantino VI e la madre si deteriorano, quindi, sempre di più. Dapprima, ella lo farà frustare e poi, negli anni successivi, organizzerà continuamente sotterfugi e complotti allo scopo di screditarlo e renderlo impopolare. Nel 797 si giungerà, infine, allo scontro definitivo. Irene cercherà, una prima volta, di arrestare l’imperatore ma egli riuscirà a fuggire. Pochi giorni dopo verrà, comunque, catturato e ricondotto prigioniero a Costantinopoli.

A questo punto il destino dell’Imperatore iconoclasta si compie. La madre decide di riservargli la punizione più grave, ma più comune fra gli imperatori bizantini: gli fa cavare gli occhi. Costantino ha solo 26 anni, è stato coimperatore per buona parte della sua vita, ma la sua parabola terrena finisce qui. A causa delle ferite riportate muore poco dopo, lasciando sua madre sola al potere. Secondo alcuni storici Costantino VI sopravviverà nella cecità ancora qualche anno. Il senso della vicenda, comunque, non cambia nella sostanza.

Adesso è Irene l’unica Imperatrice di Costantinopoli, la sovrana assoluta dell’Impero Romano d’Oriente. È interessante anche il modo in cui si farà chiamare «Basileus – Imperatore», al maschile, e non «Basilissa – Imperatrice», perché lei è la prima Imperatrice dei Romei, non consorte come le altre, la prima e l’unica nella storia bizantina.

Per capire meglio il sentimento che serpeggiò fra il popolo, dopo questo orribile delitto, vi propongo il testo di Teofane il Confessore (758-817), che commenta così l’accecamento e la morte di Costantino:

«Il sole si oscurò per 17 giorni senza irradiare, tanto che i vascelli erravano sul mare; e tutti dicevano che era per via dell’accecamento dell’Imperatore che il sole rifiutava la sua luce. E così salì al trono Irene l’Ateniese, madre dell’Imperatore».

Il regno solitario della sovrana durò fino all’anno 802, cioè fino alla sua detronizzazione ad opera di Niceforo I (760-811). Fu allora esiliata nell’isola di Lesbo dove morì, in povertà, il 9 agosto del 803.

Abbiamo qui tentato di riassumere, in estrema sintesi, una vicenda antica, terribile, truculenta e, per molti versi, del tutto incomprensibile ai lettori di oggi. Resta, però, ancora una domanda, se possibile, ancor più sbalorditiva. Perché Irene la Giovane, così viene indicata nel calendario greco-scismatico, è venerata come Santa?

A tal proposito va, comunque, ribadito che l’Imperatrice è considerata tale solo dalla Chiesa Ortodossa Greca e non da quella Cattolica; viene ricordata come Santa Irene la Giovane. Ciò premesso occorre ricordare che Irene ebbe un ruolo fondamentale nella risoluzione della secolare disputa teologica sulle immagini sacre. Difese sempre strenuamente il Patriarcato e il Clero costantinopolitano contro le deviazioni più orientali, in qualche modo influenzate dalla visione islamica. Convocò, inoltre, unica donna nella storia, il Concilio Ecumenico Secondo di Nicea (787), in cui vennero comminate severe condanne contro gli iconoclasti.

La pratica dell’accecamento, poi, spesso poteva essere considerata, anche se a noi oggi ripugna, quasi un atto di clemenza o magnanimità. In altre parole: ti salvo la vita ma ti neutralizzo definitivamente come avversario politico.

Bastano queste considerazioni per proclamare Irene una Santa? Lascio a voi la risposta.

 

 

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