Sono trascorsi 67 anni  da quando la Chiesa, sotto il pontificato di Paolo VI, ha posto, il 24 ottobre del 1964, l’Europa sotto il patronato di San Benedetto da Norcia; da allora il nostro continente si è ancora più allontanato da Dio e, dunque, dal suo patrono.  Questi nostri difficili tempi ricordano quelli barbarici di quel tempo, quando il monachesimo si trovò a combattere con le armi della vera fede chi voleva con la violenza sottrarre tutto, terre e persone. Furono le abbazie e i monasteri benedettini che riuscirono a salvare, con il loro sguardo soprannaturale, moltitudini di anime – termine desueto nei nostri giorni immanenti e carichi di pesanti fardelli mondani – e allo stesso tempo lo scibile, letterario, artistico, scientifico, fino ad allora prodotto dall’umanità.

L’attuale Europa dovrebbe onorare e ringraziare san Benedetto, ma il Cattolicesimo è stato estirpato, prima dal protestantesimo, che ha divelto il monachesimo dai suoi territori, e poi da una Costituzione Europea che non riconosce neppure le sue radici e fa di tutto per laicizzare al massimo i suoi popoli.

Il nostro omaggio si svolge nel descrivere la prima iconografia medievale presente in quell’Europa che il santo contribuì in maniera determinante sia a salvare che a far progredire religiosamente, culturalmente, economicamente, socialmente, scientificamente e sanitariamente.

Immagini singole del santo sono documentate già nell’Alto Medioevo: fra le più antiche ricordiamo quella nel cimitero di San Ermete a Roma, risalente all’VIII – IX secolo. Dalla fine del X secolo, con l’incrementarsi della presenza monacale benedettina, si diffondono in Germania, Francia e Inghilterra.

 

 

Chiesa rupestre di San Salvatore: lungo una parete è affrescata una lunga teoria di figure: la Vergine col Bambino è affiancata da tre sante martiri Lucia, Agnese e Sofia, prime due a sinistra e la terza a destra, ora non più leggibile, fan da corona alla Madonna col Bambino, seguono tre santi benedettini Benedetto, Mauro e Placido.

 

Fra le più antiche pitture murali con l’effige del Santo nella penisola italiana menzioniamo quella presente nella grotta del Salvatore a Vallerano, in provincia di Teramo (X secolo): san Benedetto, affiancato da Mauro e Placido, due dei suoi primi compagni, è rappresentato a figura intera e in atteggiamento orante con le mani giunte dinanzi al busto; il santo, con la tunica e lo scapolare, appare in giovane età e senza barba. Gli affreschi della grotta del Salvatore appartengono a un contesto benedettino, essendo stati commissionati da un Andreas Humilis abbas, come ricorda l’iscrizione ancora leggibile nell’eremo.

Inoltre, nel frontespizio del manoscritto della Regola benedettina (Montecassino, Bibl., 175), redatto a Capua, su commissione dell’abate Giovanni I di Montecassino, nel 919-920 venne ritratto il fondatore con la barba corta, con indosso lo scapolare sopra la tunica decorata con due clavi; sul ginocchio sono appoggiate le due bande di una stola che lo connotano come sacerdote.

Il ciclo è databile alla seconda metà del sec. X, quando a Roma il santo è rappresentato nell’abside di Santa Maria in Pallara; il monastero fu fondato da Petrus Medicus sul Palatino prima del 977, ma l’affresco in questione è databile agli ultimi anni del secolo, intorno al 998. Il santo, raffigurato insieme a san Sebastiano e san Zosimo, è presentato a mezzobusto, con cocolla e con un libro chiuso, probabilmente la Regola, nella mano sinistra; è un ritratto giovanile, senza barba. Nel X secolo non si era ancora definita una precisa iconografia del santo monaco: le immagini menzionate si differenziano  l’una dall’altra per la foggia dei capelli e degli abiti, nonché per i segni identificativi

 

Abside di Santa Maria in Pallara o San Sebastiano al Palatino. Ai piedi di Maria Santissima i busti dei santi Benedetto, Sebastiano e Zosimo

 

Nelle raffigurazioni italiane più tarde san Benedetto viene rappresentato con capelli e barba bianchi, come nel caso dell’affresco in una nicchia del Sacro Speco a Subiaco del XIII secolo, egli indossa lo scapolare sopra una lunga tunica, nella mano destra porta il pastorale e nella sinistra il libro aperto, sul quale sono leggibili le prime parole della Regola benedettina: Ausculta, o fili, praecepta magistri.

Negli affreschi della chiesa di San Crisogono a Roma (1057-1058 ca.) e nel Lezionario di Desiderio di Montecassino, del 1071 (Roma, BAV, lat. 1202), egli è rappresentato con la barba bianca e talora il cappuccio in testa.

Nell’atrio di Santa Maria Antiqua a Roma, lo troviamo invece in compagnia di San Basilio, con scene della vita di sant’Antonio e la presenza di padri del monachesimo orientale, il cui culto era presente nei monasteri benedettini. A Montecassino le immagini di Benedetto, andate distrutte con il bombardamento degli americani durante la seconda Guerra mondiale, oltre che numerose erano molto venerate. Nella chiesa abbaziale, al tempo dell’abate Desiderio (1058-1087), si ricorda una lampadem ante imaginem eiusdem Patris Benedicti (AASS, Martii III, 1865, p. 290). Mentre a Subiaco, culla dell’Ordine benedettino essendo qui nato il fondatore, il suo culto era particolarmente sentito, come testimonia il Chronicon Sublacense (RIS2, XXIV, 6, 1927, pp. 3-46): il giorno della festa di B. si svolgeva una processione durante la quale veniva portata un’icona che lo rappresentava.

Sul territorio germanico si rivela la sua prima rappresentazione in un contesto solenne: l’imperatore Enrico II, che era stato a Montecassino nel 1022, lo fece ritrarre insieme a Cristo Gesù e a tre arcangeli sull’antependium d’oro dell’altare da lui commissionato per la cattedrale di Basilea; il santo, giovane e senza barba, è ritratto con il pastorale e con un libro. L’iscrizione lo definisce medicus soter Benedictus, ricordando come l’Imperatore fosse stato miracolato e guarito proprio dal santo (Annales Casinenses, II, 43).

Una sua effige è riportata in un prezioso frontespizio di un manoscritto contenente la Regola, che risale al 1025 circa e proveniente dall’abbazia di Ringelheim (Berlino, Staatsbibl., Theol. lat. fol. 199): san Benedetto troneggia sul faldistorio, consegna la Regola dell’Ordine alla badessa Aeilika, inginocchiata accanto a lui. Mentre la rappresentazione di B. sull’altare d’oro di Basilea scaturisce da un rapporto personale dell’imperatore Enrico II con Montecassino e il suo santo fondatore, il Regelbuch di Niedermünster e il manoscritto di Ringelheim sono legati alla diffusione del monachesimo benedettino nel X secolo.

Anche in Inghilterra le prime rappresentazioni di san Benedetto si manifestano nel X secolo: nel Benedizionale del vescovo Etelvoldo di Winchester (936-984), conservato a Londra (BL, Add. Ms 49598, c. 99), egli è raffigurato in trono sotto un’arcata, con libro e corona, in veste sacerdotale; il capo, tonsurato e senza barba, è adornato di un diadema d’oro. Un salterio della Christ Church di Canterbury del 1012-1023 (Londra, BL, Arund. 155), san Benedetto è in abiti sacerdotali e in posizione frontale, che, troneggiante, consegna ad alcuni monaci il libro della Regola benedettina: è privo di barba, porta il pastorale e il diadema, sul quale è scritto «Timor Dei»: il monaco inginocchiato ai piedi del santo, indossa una cintola che reca l’iscrizione «zona humilitatis».

San Benedetto che guarisce il lebbroso, affresco dell’VIII secolo nella basilica di San Crisogono, centro storico di Roma (rione Trastevere)

 

Il primo ciclo pittorico che conosciamo inerente la sua vita è conservato a Roma in San Crisogono (dopo il 1057-1058); ne restano solo due scene: San Placido salvato da San Mauro, mentre sta per annegare e la Guarigione del lebbroso per intercessione di san Benedetto; entrambe le scene si ricollegano con il ciclo del Lezionario di Desiderio di Montecassino del 1071 (Roma, BAV, lat. 1202). Il testo è basato su quello dei Dialoghi del suo primo biografo, san Gregorio Magno, che in ambito cassinese venne adattato, diviso in dodici lezioni, a rappresentare la vita del santo. Nel manoscritto di Montecassino ogni lezione è preceduta da una serie di immagini; storie della vita di san Benedetto da Norcia e scene neotestamentarie decoravano anche un altare d’oro con smalti commissionato a Costantinopoli dall’abate Desiderio.

(1 – continua)

 

 

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