Quanti sono stati gli interventi miracolosi della Madonna a favore dei suoi figli? Davvero innumerevoli e ciascuno di essi è diverso, come diverse sono le persone e le situazioni della vita.

Se volessimo, tuttavia, tentare una classificazione delle più frequenti manifestazioni celesti della Santa Vergine dovremmo, ovviamente, annoverare le apparizioni, le guarigioni miracolose, le traslazioni o ritrovamenti di immagini sacre, i salvataggi da pericoli o aggressioni ecc. Non sono assolutamente infrequenti, tuttavia, anche episodi di lacrimazioni umanamente inspiegabili. Il più famoso e recente risulta senza dubbio quello avvenuto a Siracusa nell’agosto del 1953, ma molti altri se ne sono registrati lungo i secoli.

Oggi ne approfondiremo uno fra i molti, né il più noto, né il più “spettacolare”, ma, comunque, un avvenimento storico, ben documentato e pienamente riconosciuto dall’Autorità ecclesiastica.

Ci riferiamo alla lacrimazione di sangue avvenuta, fissata da atto notarile e numerosissime testimonianze, nel piccolo borgo di Lezzeno, oggi frazione di Bellano (LC). Era il tardo pomeriggio del 6 agosto 1688. Una data precisa, dunque, ed una persona del popolo ben determinata con nome e cognome: il contadino Bartolomeo Mezzera. Sarà lui ad accorgersi per primo del fatto prodigioso e, altra significativa coincidenza, toccherà ad un suo lontano discendente, don Carlo Mezzera, bellanese e prevosto per molti anni nella Parrocchia di San Gabriele Arcangelo di Milano, il compito di riunire e riordinare la numerosa documentazione esistente in vista di una nuova pubblicazione («Lezzeno e il suo Santuario»), apparsa, a firma dello storico Eugenio Cazzani (1913-1988), per celebrare il trecentesimo anniversario del miracolo.

 

La vicenda

Bellano è un pittoresco paese che sorge sulla sponda orientale del Lago di Como. Poco più a sud dell’abitato inizia proprio quel “ramo” lecchese del Lario che sarà successivamente immortalato da Alessandro Manzoni (1785-1873) nel celebre romanzo «I Promessi Sposi». La frazione di Lezzeno è collocata nell’immediato retroterra del Comune, su una propaggine montuosa, da dove è possibile ammirare, tra l’altro, un bellissimo panorama del grande lago e delle zone limitrofe.

Jacques Laumosnier (1669-1744 circa), L’incontro di Luigi XIV e  Filippo IV all’isola dei Fagiani

Quel 6 d’agosto, per un violento temporale estivo, Bartolomeo Mezzera, dovette abbandonare il lavoro in un suo campo in Valle di Lezzeno; s’accostò a una piccola cappella, da lui stesso fatta edificare al limitare del bosco. All’interno del pilone votivo egli aveva collocato un modesto medaglione in gesso con l’immagine della Madonna Regina della Pace, venerata nel Santuario di Nobiallo, sull’altra sponda del lago. Esistevano, dunque, anche allora i “souvenir” sacri come avviene oggi nei grandi luoghi benedetti dalla Santa Vergine, come, tra i molti, Lourdes, Fatima o Loreto. Il Santuario di Nobiallo, tra l’altro, era stato costruito solo circa trent’anni prima per ringraziare la Madonna in occasione della cosiddetta «Pace dei Pirenei» (7 novembre 1659), che aveva posto fine ad una lunghissima guerra fra spagnoli e francesi, conflitto purtroppo combattuto duramente anche in Lombardia.

Il Mezzera doveva aver comprato probabilmente quel medaglione durante un pellegrinaggio. Così, ogni qual volta transitava vicino alla “sua” Madonnina, recitava l’Ave Maria. Ma, quel pomeriggio, scappava terrorizzato di fronte alla tempesta incombente, che rischiava di rovinare i vigneti faticosamente terrazzati sul monte, forse ancor più spaventato da qualche funesto presagio, viste le memorie, tramandate oralmente, di un’alluvione che nel 1341 aveva distrutto addirittura la chiesa di Bellano. Ma Bartolomeo Mezzera, alzando lo sguardo di supplica verso quella povera Madonnina di gesso, ebbe un ancor maggiore motivo di turbamento: la sacra effigie lacrimava abbondantemente sangue, che le rigava le gote. «Signore Iddio abbiate pietà di noi» avrà esclamato, mentre correva a casa, per raccontare alla moglie il miracolo cui aveva assistito.

La voce corre, quindi, in un lampo a Lezzeno e la gente accorre subito numerosa, nonostante la pioggia. Primi ad arrivare sono la moglie e uno zio del Mezzera. Viene immediatamente avvertito il prevosto di Bellano, don Paolo Antonio Rubini, «che era ad esorcizzar il tempo sopra la porta della Prepositurale», come sciverà il notaio Polidoro Boldoni. Il Prevosto, subito giunto, vede a sua volta la lacrimazione di sangue, s’inginocchia in preghiera; torna l’indomani con il notaio e su tutto manda una dettagliata relazione all’Arcivescovo di Milano, Monsignor Federico Visconti (1617-1693). Alcune fonti riferiscono, inoltre, che il Curato, fortemente impressionato dall’evento, avrebbe già condotto, nella notte fra il 6 e il 7 agosto, una processione penitenziale di fedeli che salirono numerosi alla piccola cappella a piedi scalzi. Il fatto è, dunque, immediatamente notato da moltissime persone e segnalato, senza indugi, all’Autorità Ecclesiastica. Viene subito nominata, dall’Arcivescovo, una commissione d’inchiesta e questa provvede a visitare il luogo prima che finisca l’anno; controlla, interroga i numerosi testimoni, fa eseguire perizie. Il Concilio di Trento, infatti, aveva provveduto a disciplinare, con estremo rigore, le procedure da seguire per la verifica di fatti miracolosi. L’indagine sfocia nel riconoscimento ufficiale del miracolo: ma il popolo dei dintorni e d’altre terre più lontane, specialmente della Valtellina e della Valchiavenna, non aveva certo atteso il verdetto canonico. Fin da subito, infatti, sono iniziati pellegrinaggi spontanei, grandi folle presero ad ascendere al colle, ad invocare ed ottener grazie, a lasciare offerte. Il medesimo Arcivescovo incaricherà un suo ingegnere di fiducia per avere consigli in vista della costruzione d’una chiesa, alla quale s’era subito pensato, in ricordo dell’evento; il prevosto Rubini benedirà la prima pietra già il 6 agosto 1690, a soli due anni dall’evento miracoloso; quattro anni dopo, il nuovo titolare della Diocesi ambrosiana, Monsignor Federico Caccia (1635-1699), concederà l’autorizzazione per la celebrazione della Messa, segno che i lavori erano a buon punto.

Il 14 di maggio 1706, il tondo di gesso con l’immagine della Madonna sarà, quindi, solennemente trasferito, dalla cappella della lacrimazione, nel Santuario, sopra l’altar maggiore, dove tuttora si conserva entro una nicchia fra angeli dorati.

Arriverà, infine, la solenne incoronazione, ad opera del Cardinal Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954), nell’agosto del 1938.

 

Il santuario

Oggi la chiesa, costruita in un semplice ma elegante stile barocco, presenta una sola navata ed una pianta a croce greca. Gli elementi che decorano la facciata sono pochi: spiccano soprattutto due statue di pietra, che rappresentano San Pietro e San Paolo. Sul lato destro della chiesa si alza il campanile, che in origine era più basso; nelle attuali dimensioni ha un’altezza di 31,60 metri. L’interno del santuario appare   riccamente ornato di marmi. Gli stucchi e i dipinti risalgono ad epoche diverse, ma successive alla costruzione. L’altare maggiore, naturalmente dedicato alla Santa Vergine, è sovrastato dalla nicchia che contiene l’effige miracolosa. Molto vasto è anche il ciclo di affreschi, realizzati nel XX secolo. Quelli delle volte sopra l’altare maggiore (Incoronazione ed Esaltazione della Vergine) sono opera di Giovanni Garavaglia (1908-1959) e risalgono al 1953. Sulla volta della parte più stretta spicca, invece, l’affresco di Luigi Morgari (1857-1935) con l’Assunta in una gloria di Angeli. Del Morgari sono anche gli affreschi delle pareti sopra le porte delle sacrestie; essi raffigurano due eventi che hanno avuto al centro la Madre di Dio: le nozze di Cana e la discesa dello Spirito Santo. Nella volta centrale il Morgari ha dipinto l’Adorazione dei Magi, l’Incontro del Vecchio Simeone con la Sacra Famiglia e la Deposizione. Gli affreschi del Morgari sono stati inaugurati nel 1918.

All’esterno il santuario è circondato da un grande e panoramico piazzale al quale si accede mediante due scalinate. Quella settentrionale è arricchita da sette tabernacoli con mosaici moderni, che rappresentano i Dolori della Madonna.

Dal piazzale, salendo verso sinistra lungo un’ampia mulattiera acciottolata, si raggiunge in pochi minuti la cappella del miracolo, edificata nel 1888 in occasione del secondo centenario dell’evento. Al suo interno si trova il primitivo tabernacolo contenente una riproduzione del tondo in gesso.

Sopra il portone d’ingresso della cappella oggi si può leggere questa epigrafe: «Qui nelle Lacrime di Maria il cielo pensava alla terra; nel pentimento e nella preghiera la terra pensi al cielo!».

Interno del Santuario della Madonna delle Lacrime 

L’interpretazione

Non è obiettivamente facile, per noi semplici fedeli, comprendere con precisione il significato di questi avvenimenti. Certo il pianto della Madonna, e ancor di più quello di sangue, indica un segno di dolore e di ammonimento per i pericoli a cui siamo esposti a causa del peccato. Assai più complessa appare, però, l’interpretazione del singolo episodio, collocato in un luogo e in un tempo preciso, immerso in una realtà storica tribolata e rivolto a persone semplici ben determinate.

Nel 1888, nel secondo centenario della lacrimazione, il sacerdote bellanese don Luigi Vitali (1836-1919) scrisse, in tale prospettiva, un opuscolo che ripercorreva, con ampia documentazione d’archivio, la storia del santuario. Egli, al termine del suo scritto, tentò, inoltre, una lettura teologica degli avvenimenti narrati.

Oggi commuove davvero, scorrendo quelle pagine e sapendo che viviamo in una crisi profonda della concezione soprannaturale dell’esistenza umana, rileggere le sue illuminanti considerazioni. Luigi Vitali esordisce, infatti, con un sillogismo: «Quando Iddio opera, opera per una ragione. Il miracolo è opera sua: deve quindi avere avuto una ragione per compierlo». Poi soggiunge: «La prima ragione, di indole generale, è l’affermazione del soprannaturale; affermazione che attestando in modo improvviso e straordinario la presenza di Dio, e di Dio che pensa amorevolmente all’uomo, risveglia la fede, e torna di conferma alla verità di tutta la religione». Nel caso specifico le lacrime di sangue versate dalla Vergine non possono, secondo il sacerdote, che essere il segno di un dolore intensissimo per mali altrui, «un dolore d’amore, destato al pensiero di un male sovrastante a persone teneramente amate, unito al desiderio di allontanare da esse il male temuto».

Il male incombente sulla gente di Bellano poteva essere in quel momento l’uragano «che pareva volesse rovinare il mondo», come deporrà una testimone. Ma tutto quel XVII secolo, ormai volgente al termine, era stato portatore di eventi sciagurati che a Bellano avevano lasciato molti segni, come, per esempio, l’«ospitazione» dei Lanzichenecchi (1628) raccontata nei suoi truci effetti da Sigismondo Boldoni (1597-1630), che vi aveva direttamente assistito, nelle sue «Lettere da Bellano ad amici», una in particolare a Scipione Cobelluccio (1564-1626), Cardinale bibliotecario della Biblioteca Vaticana sotto Paolo V (nato nel 1550, Papa dal 1605 e morto nel 1621) o come la peste (1630), narrata dal Manzoni, per la quale morì lo stesso Boldoni o come, ancora, i saccheggi delle truppe francesi (1634-1635), condotte dal Enrico II di Rohan-Gié, principe di Léon (1579-1638). Ma il male peggiore che in quegli anni incombeva sui paesi del Lario era, tuttavia, l’eresia protestante, esportata dalla Svizzera, soprattutto nella vicina Valtellina, da Huldreich Zwingli (1484-1531). «Che vieta il supporre – scrive il Vitali – che le lagrime di sangue sparse dalla Beata Vergine Maria di Lezzeno fossero il segno di dolore per questo male sempre minacciante, fossero una preghiera a Dio perché l’eresia, fiaccata nelle sue audacie, fosse definitivamente respinta al di là delle Alpi?».

A conclusione di queste brevi note non è possibile allora esimersi da una domanda: oggi, mi domando, un sacerdote della nostra epoca, scriverebbe le stesse cose? Secondo la “vulgata” corrente, Maria avrebbe pianto sangue per il rischio che gli eretici contagiassero quelle terre… oppure, in modo molto più conciliarmente corretto, perché i Cristiani si combattevano fra di loro evitando di unirsi in spirito ecumenico? Sono forse domande troppo impertinenti?

Che la Santa Vergine ci aiuti allora nel discernere e conoscere i veri mali.

 

 

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