Nel primo Ottocento anche il Piemonte, dopo lunghe lotte e opposizioni, pare iniziare a rassegnarsi a rimanere in mano francese. Il regime napoleonico si è strutturato e nel complesso consolidato reprimendo quasi dovunque i focolai di resistenza, divenuti in progresso di tempo più fiochi. Nell’ “impero” in generale regna una relativa tranquillità, anche se, qua e là, sopravvive qualche sacca di ostilità che, abbastanza apertamente manifestata, non è sconosciuta alla vigilanza del regime poliziesco “imperiale”. Ma il nemico pubblico numero uno, «[…] il terrore dei dipartimenti al di là delle Alpi» – come viene definito in relazioni ufficiali – si annida in Piemonte e risponde al nome di Giuseppe Mayno o Majno, un uomo che ha costituito una banda di “briganti” destinata a passare alla storia per le proprie gesta temerarie, composta da un nucleo permanente di più di quaranta uomini a cavallo e da oltre duecento a piedi, organizzati militarmente. Nelle fila della banda di Mayno non si trovavano solo sbandati o avventurieri, ma anche facoltosi commercianti di bestiame, proprietari terrieri, massari di famiglie dell’alta nobiltà, lavoranti di campagna, sarti, maniscalchi, osti, carrettieri e addirittura un commissario di polizia, un avvocato, un parroco. La banda poteva contare anche sulla partecipazione saltuaria di molti altri e su una fitta rete di relazioni e protezioni negli organismi di polizia e di governo.

A torto o a ragione le popolazioni delle aree in cui Giuseppe Mayno operava vedevano in lui un bandito-gentiluomo che combatteva contro gli invasori e proteggeva i deboli, sicché non sarebbe fuori luogo considerarlo come un tassello delle magmatiche – e non sempre agevolmente classificabili, socialmente e politicamente – insorgenze che fecero penare gli invasori oltralpini lungo l’intera penisola. In effetti resta memoria di episodi che giustificano questa sua fama di gentiluomo anche se qualche autore, storiograficamente e ideologicamente sodale degli invasori nel loro divenire rivoluzionario e napoleonista, non ha lasciato nulla di intentato per ridurre la figura di Mayno a quella di un volgare e puramente venale grassatore.

 

Egli era nato a Spinetta Marengo, attorno al 1780, da una famiglia di piccoli agricoltori; per qualche tempo aveva studiato in Seminario, dal quale era uscito, insofferente di ogni disciplina. Quando la Francia repubblicana aggredì il Piemonte, Mayno entrò a far parte del reggimento Tortona quale soldato. Costretto a darsi alla macchia in seguito a un episodio d’insubordinazione, restò per alcuni anni lontano da Spinetta, durante i quali, congetturano alcuni storici, militò tra i “Barbetti” sotto il comando di Violino, famoso per la sua ferocia contro gli invasori e per la generosità verso le popolazioni sabaude.

Mayno formò la sua banda nel 1803, poco dopo essere rientrato a Spinetta. Proprio da Spinetta derivò il suo soprannome e di qui cominciò a divenire un incubo essenzialmente per i francesi e per i loro fiancheggiatori. Teatro delle sue gesta fu, tutt’attorno, una grossa area dell’Alessandrino, tra Alessandria, il Novese ed il Tortonese (che includeva la celebre Fraschetta, una sorta di terra di nessuno in cui si praticava il contrabbando) ed alcune zone della Liguria. Mayno adorava farsi beffe dei francesi, agevolato dal fatto che parlava assai bene la loro lingua. Una volta si travestì da gendarme e si aggirò per Alessandria, facendosi dare un passaggio sulla carrozza del capo della polizia e discorrendo con lui, con notevole cognizione di causa, indubbiamente, del problema del brigantaggio. Un giorno, grazie ai suoi informatori riuscì a far cadere nella propria rete addirittura il ministro di polizia Antoine-Christophe Saliceti, caro a Napoleone. Lo liberò dopo averlo rapinato, pur lasciandogli, su sua richiesta, ma forse è leggenda, un prezioso anello, ricordo di una dama genovese. Ma Mayno si divertiva a sbeffeggiare Napoleone stesso, proclamandosi «Re di Marengo» e «Imperatore delle Alpi». Per dargli la caccia fu inviato ad Alessandria l’uomo di punta nella lotta contro i “banditi”, che si era già distinto in Francia, tale Galliot, comandante del 56° Squadrone della gendarmeria imperiale. Dopo mesi di febbrile lavoro, Galliot riuscì a rintracciare il brigante il 12 aprile del 1806 (una data che qualcuno considera approssimativa) e circondò con molti dei suoi sbirri la casa in cui si trovava. Mayno non poté fuggire e fu ucciso. La sua morte fu annunciata al prefetto del dipartimento di Montenotte in questi termini «Finalmente il famoso Majno ieri alle ore cinque terminò le sue tragiche scene, essendo stato ucciso alla Spinetta […] ma non ha però mancato di fare una terribile difesa, avendo ucciso un tenente de’ Gendarmi, un gendarme, e tre feriti mortalmente». Il corpo del “bandito”, completamente sfigurato «[…] per li gran colpi […] di sciabola pistole e fucili» fu deposto nel cortile della prefettura alessandrina. Molti andarono a rendergli l’ultimo saluto. Dopo la sua morte ci volle più di un anno per sgominare del tutto la banda. Qualcuno fu ucciso, i più furono catturati e condannati a lunghe pene detentive o a morte.

 

 

 

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