Nel Santuario del Sacro Cuore a Castellammare di Stabia, edificato per volontà dalla Beata Maddalena Starace, fondatrice delle suore Compassioniste Serve di Maria, è custodita una antica icona del XIII secolo circa.

La tavola, di notevole dimensione (circa 1 metro di altezza per 80 cm di larghezza), è composta da due spesse assi di legno di noce con una tela di lino impannata nel lato della pittura che la ricopre quasi interamente; i margini irregolari e il fondo ne sono privi, segno di una storia travagliata. Con tutta probabilità proviene dalla Badia di Santa Maria in Gruptis, monastero maestoso e quasi inaccessibile edificato ai piedi del monte Drago, tra Vitulano e Solopaca nel beneventano, intorno all’anno 1000.

L’icona è miracolosamente sopravvissuta alla storia tormentata e di decadimento del monastero-fortezza, del quale, a seguito di violenti terremoti, calamità e incuria degli uomini, non rimangono che rovine e un ammasso di macerie. Conforta sapere che questa mirabile Icona mariana ha trovato la sua dimora, custodita con cura dalle suore, in una preziosa teca di onice.

Rappresenta la Vergine che tiene in braccio il Bambino secondo l’iconografia tradizionale della Madonna Odigitria, «Colei che mostra la via». La mano della Madonna, infatti, indica il figlio chinando il capo con uno gesto pieno di amore materno. Gesù benedicente (alla maniera orientale), vestito con una tunica rosa e una fusciacca rossa annodata alla vita, guarda con una serietà adulta la Madre, che invece osserva noi con un triste presagio negli occhi.

L’icona, oggetto di recente restauro, che ha restituito incredibilmente quasi intatta la vivacità della pittura originale conservata o coperta sotto strati di spesse ridipinture, ci comunica una brillantezza di tratto e una qualità iconografica eccellente, espressione della maestria di un artista che, a partire dal modello codificato, se ne distacca con una morbidezza di tratti che poco hanno a che fare con la ieraticità bizantina.

Un’ipotesi è che sia stata dipinta da monaci orientali presenti fin dall’inizio nel monastero, ma confrontando questa icona con quelle di stesso soggetto di scuola orientale, sembra piuttosto eseguita da un autore italo-meridionale, senza altresì disconoscere delle assonanze stilistiche con l’icona cipriota di Kerynia; ma il modello stilistico bizantino dell’Odighitria resta e resterà per chissà quanto tempo oggetto di stretta osservanza.

Eppure in questa icona, come in misura minore per altre più famose icone della Madonna Odighitria presenti in Italia meridionale, si percepisce qualcosa di straordinariamente diverso: una grazia non severa e una bellezza pregna di significato che non possono lasciare indifferenti.

Nella sua profonda dolcezza è un’esortazione alla preghiera, alla meditazione, alla devozione. La bellezza qui diventa trascendente e l’opera d’arte realizzata dalle mani dell’uomo diventa strada che conduce a Dio…. Un esempio altissimo di Via Pulchritudinis.

Nota: Le aureole di ottone dorato e pietre preziose sono state realizzate e applicate di recente (2019)

 

 

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