Il sistema dell’arte contemporanea AC[1], col suo circuito globalizzato di mostre mostruose, soffre del lockdown, ma non più di tanto. È vero che gli manca il cerimoniale di massa del pubblico intruppato ad ammirare l’ultima megasciocchezza o megaoscenità, ma paradossalmente, in un mondo messo drammaticamente di fronte alle proprie contraddizioni, l’arte contemporanea AC è ora più se stessa, cioè il nulla. Gli orrendi dispendiosi musei MAXXI & C. sono vuoti come sempre, la virtualità su cui si fondano le star internazionali, le loro pseudo opere ripetitive e fasulle, il loro mercato miliardario speculativo ed autoreferenziale, si nutre delle solite trovate mediatiche, mentre l’Arte (quella vera) vive nel tessuto della società l’attuale dramma della lacerazione comunitaria, culturale e formativa. L’AC troverà, anche in questa situazione, il modo di attingere al denaro pubblico, di lamentarsi che l’arte langue senza installazioni, senza megaeventi, senza trasgressioni, ma tutto sommato il virtuale le si addice, e le quotazioni salgono, almeno finchè, forse, non crolleranno tutte insieme. L’AC è prodotto integrato nello sventramento postmoderno delle città, nella distruzione del patrimonio artistico, nel consumismo turistico e ricreativo, agenti di scempio e alienazione di massa. Oggi, le città deserte offrono il contesto simbolico dei mastodonti AC non significanti, lo specchio della bolla speculativa che li sostiene. L’arte contemporanea sta al mercato, alla società, come un’attività criminale[2] sta all’economia reale. Può solo riciclare, e reinvestire in se stessa.

Ormai più di un anno fa, intorno al restauro della Cattedrale di Notre Dame di Parigi, già si andavano addensando e precisando gli appetiti dei promotori della ristrutturazione urbana in funzione  di progetti globalisti di turismo di massa e di industria del divertimento. Già si affacciavano megaprogetti di trasformazione dell’Île de la Cité in complesso futuristico, con la Cattedrale specie di sarcofago turistico al servizio degli investimenti sul mercato immobiliare e commerciale. Attualmente ciò appare sospeso, ma sono tuttora in circolo i veleni che produce la sistematica profanazione concettuale dei monumenti storici soprattutto religiosi. Si parla già di restauri modernisti dell’interno della Cattedrale, con l’ingaggio di star dell’arte contemporanea, per “innovare” gli interni con vetrate firmate e alla moda. L’arcivescovo di Parigi parla di nuove panche “minimaliste” e di nuovi arredi dal design contemporaneo…e si sa cosa vuol dire, abbiamo ahimè presenti gli interni sfigurati o ridicolizzati dall’ “arte povera” e dalle stramberie concettuali. Si parla inoltre d’installazioni video, di proiezioni permanenti, e anche qui vengono in mente esempi raccapriccianti, e siamo già all’effetto luna-park.

Non occorre rammentare, perché è esperienza di ognuno, quanto gli edifici religiosi, soprattutto nel nostro Paese, costituiscano il punto di riferimento -nonché spirituale- sociale, artistico, urbanistico del territorio, dalla pieve di campagna, al convento, alla cattedrale. Anche ove sono stati adattati ad altri usi (pensiamo a scuole o istituzioni varie) essi mantengono una presenza, un significato, che va al di là della funzione, che testimonia della radice collettiva, identitaria, delle nostre comunità. Per questo la musealizzazione dissennata, la destrutturazione concettuale, la contaminazione con le mode del postmoderno e con la futilità dell’industria dell’intrattenimento, è scempio e spregio, blasfemia che tutti offende.

Un magnifico testo di Daniel-Rops[3] ci comunica e rinnova la commozione, la meraviglia, che sgorga inesauribile, fiume di Grazia, dalla modesta come dalla grandiosa bellezza delle nostre chiese. Si tratta del capitolo conclusivo del libro “Come si costruivano le cattedrali[4]

La Cattedrale fra noi.

 Essa resta in piedi tra noi, la cattedrale, molteplice e diversa, sostanzialmente simile a se stessa, fiore meraviglioso che sboccia nel tempo. Cosa sarebbero le nostre grandi città dell’occidente, se, sull’onda immobile dei loro tetti, non navigassero le potenti carene di questi capolavori? Si potrebbe immaginare Chartres, Reims, Amiens, Paris, Rouen, Bourges, Le Mans, Coutances e tante altre, senza queste forme di pietra ove si fa presenza il più vivo passato? Bisogna aver conosciuto, in altre parti del mondo, quei giganteschi ammassi di case da cui emergono solo grattacieli, bisogna avere provato allora il vuoto che lascia la loro assenza, per sentire davvero quanto esse sono indispensabili, e quello che esse portano alle nostre città d’Europa quanto all’anima e al significato.

 Péguy, in una delle pagine di caustica franchezza, ha deriso la pretesa di quel “mondo moderno” che egli detestava, di porsi come superiore a civiltà  del passato, e soprattutto al medioevo che ancora c’è chi crede ignorante e oscuro. E aggiungeva, ridendo del suo riso buono, che, in una città come Parigi, quando si vuole vedere un autentico capolavoro, non è la Gare d’Orsay e il Petit Palais che si prende in considerazione, ma quei monumenti lasciati dai secoli di oscurantismo, la Sainte Chapelle o Notre Dame… È uno dei misteri della cattedrale sfuggire all’usura delle mode, all’effimero delle produzioni.

Non c’è nessun monumento dell’”epoca 900” che non ci sembri già démodé, e spesso di una grande bruttezza, deprimente o irritante secondo i gusti. Ma da che con i romantici – ai quali su questo mai si potrebbe essere troppo grati – gli occhi dei moderni occidentali hanno riscoperto la cattedrale, non ce n’è alcuna che a loro non appaia bella, indenne dagli oltraggi del tempo, posta in una sorta di assoluto.

È solo per la sua perfezione estetica che la cattedrale ci tocca? I sentimenti che essa provoca in noi, non suscitano forse, nelle zone ancor più profonde della coscienza, la potenza di emozioni che corrispondono a quello che c’è in noi di migliore? L’uomo meno al corrente di queste cose, il più indifferente a tutto ciò che può significare quello e Colui per cui la cattedrale fu edificata, entrando sotto le sue volte, è colto da un misterioso turbamento, da un istintivo rispetto, si direbbe da un sentimento religioso. Per quanto si possa essere spiriti forti, e materialisti, e atei, non ci si trova in questa prodigiosa navata, davanti a questo popolo di statue, nella penombra delle vetrate, senza provare un non so che che vi turba. È come se la sacralità della cattedrale gravasse sui suoi visitatori, per quanto indegni siano, e li restituisse alle antiche fedeltà.

 Ed è forse in ciò il più grande mistero che essa consegna alla nostra meditazione. La cattedrale, lo si voglia o no, lo si sappia o no, riallaccia l’uomo moderno a radici che egli crede di aver reciso e da cui tuttavia senza che lo sospetti, sale verso di lui una linfa inesauribile. Non è invano che generazioni e generazioni hanno sacrificato tanti sforzi, tanto tempo,

a innalzarla pietra su pietra. Non è invano che questo edificio sacro si eleva sui resti e le fondazioni di altri edifici, sacri anch’essi, che sono stati insediati là,  ben prima di lei, spesso anche, come a Parigi o a Chartres, sull’immemoriale luogo di culti pagani plurisecolari; tutto questo, il visitatore della cattedrale lo prova, anche se fosse incapace di esprimere a se stesso ciò che sente. Una voce, ch’è più interna a lui che la sua, gli parla, ed è quella che lo commuove irresistibilmente.

È nel momento in cui il giorno va finendo che bisogna andare, soli, nella cattedrale, per riceverne pienamente le multiple lezioni. Venuto attraverso le vetrate del rosone Sud, l’ultimo raggio del sole scivola, con una delicatezza da angelo, facendo giocare gl’impalpabili grani di una polvere immateriale. Il visitatore della sera è là, minuscolo in questa immensa solitudine. Nessun rumore: un raccoglimento mistico, una sorta di misteriosa attesa dell’invisibile. Ma no, non è solo! Innumeri presenze lo circondano. Sono là anch’esse, tutte quelle moltitudini successive la cui preghiera si è innalzata sotto queste volte; esse sono là, quelle folle dell’avvenire che verranno in questo stesso luogo, e, con le parole identiche a quelle che gli vengono alle labbra, pregheranno lo stesso Dio di vita e di verità. Nessun cataclisma della storia potrà far sì che ciò non sia stato e che ciò non debba essere. Tra cento anni, tra mille –chissà- uomini simili a lui vedranno discendere, simile sotto queste volte, la notte di Dio che si avvicina a lenti passi. E le presenze invisibili pesano sulla sua coscienza, colmandola di una sovrannaturale certezza. Si sente, quest’uomo fragile, e che la notte incalza, circondato di speranza e di quieto abbandono. Cattedrale, luogo sensibile della Comunione dei Santi.

 

Basilica di Santa Croce, Altar Maggiore, Firenze

 

NOTE

[1] S’intende per sistema dell’arte contemporanea AC un racket internazionale

globalizzato che collega critici d’arte e curatori di mostre, galleristi, finanzieri, collezionisti, star del concettuale, case d’asta e burocrati pubblici, collegati a sistema per tenere alte le quotazioni e autopromuoversi con eventi programmati internazionalmente. Prevalentemente concettuale, l’arte contemporanea si autodefinisce tale per imporre il proprio monopolio che escluda qualunque altra tendenza artistica e dreni finanziamenti pubblici per mostre, fiere, musei ecc. Avendo necessità di un continuo sostegno mediatico, l’arte contemporanea AC cerca spesso lo scandalo, e la cosiddetta trasgressione, ovvero oscenità, blasfemia, pedofilia, “contaminazioni” e sfregi del patrimonio artistico. Pretendendo di essere innovativa e di essere l’unica espressione artistica del nostro tempo, in realtà l’arte contemporanea AC continua a ripetere stancamente le teorie artistiche “d’avanguardia” del primo 900. Vedi qualche aggiornamento in Alfabeto dell’Arte Contemporanea, Europa Cristiana 3 marzo 2019.

[2]  Il compiacimento del macabro e dell’osceno, l’estetica del sangue e delle secrezioni,  che caratterizza l’arte contemporanea AC ha la sua radice in ideologie nihiliste e sull’assassinio come opera d’arte. Per questa via, afferma Jean Clair in L’inverno della cultura (ed.Skira 2011) è tutto il sistema dell’arte contemporanea che, per una “progressiva distorsione”…“sembra diventato di essenza criminale”. Si può dire qualcosa di simile per la sua struttura e funzionamento di racket .

[3] Henry Petiot, detto Daniel-Rops,(1901/65), Accademico di Francia, è stato lo scrittore cattolico più letto nella Francia del dopoguerra, con decine di libri di storia, di approfondimento e divulgazione religiosa, romanzi e saggi su temi filosofici, letterari, artistici. Formatosi religiosamente sotto l’influenza di Alexis Presse, abate cistercense di Tamié (Savoia), è stato un intellettuale e storico del cristianesimo che ha fatto della sua professione di fede e della sua opera un elemento identitario per lo stesso movimento federalista europeo.

[4] Daniel-Rops, Comment on batissait les Cathedrales, ed. Le Centurion 1955, è un testo di grande intensità, riguardante gli edifici religiosi gotici, presenza viva e memoria storica dell’Europa cristiana. Non ci risulta sia stato pubblicato in italiano.

 

 

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