Leggende regionali – Valle d’Aosta: I giorni del Creatore – Parte I

 

Assiso tra i suoi angeli, Dio contemplava il mondo vegetale uscito dalle sue mani, compiacendosi dell’infinita varietà di alberi, erbe e fiori.

I Cherubini, i Serafini e tutte le schiere celesti lodavano la bellezza di quanto aveva saputo creare. Soltanto il Diavolo, tenendosi in disparte, ostentava una sfacciata indifferenza.

«Vedo che Lucifero non apprezza quello che a voi sembra piacere tanto.» osservò bonario il Creatore.

Sentendo tutti gli sguardi posati su di sé, stuzzicato nel suo orgoglio, il demonio ribatté sfrontato: «Non ci vuol molto per mettere assieme una pianta».

Il Signore sorrise. In un sol giorno Lui aveva fatto la quercia ed il castagno, il melo e la violetta, la zucca e il gelsomino, e tutte le piante che crescono nei boschi, nei campi, negli orti e in mezzo ai sassi; ma volle essere generoso con l’angelo ribelle e disse: «Ti dò tempo fino a domani, per creare anche un solo esemplare».

Il Diavolo, che non poteva mai tirarsi indietro, si mise d’impegno, per dimostrare che ne era capace. Ma le sue mani maldestre non sapevano trarre cose da nulla, come aveva fatto il Signore.

Strappato qualche ciuffo d’erba in riva ad un pantano, Lucifero cercava di mettere assieme gli steli, spazientendosi, perché non riusciva a saldare solidamente gl’innesti.

Lavorò fino a sera e continuò la notte e il giorno appresso; ma, quando venne l’ora di presentarsi davanti al Creatore, il meglio che era arrivato ad ottenere era una pianticella che vagamente ricordava un abete in miniatura, ma ancor più faceva pensare, rovesciata, ad una coda di cavallo. Non aveva foglie; ma attorno allo stelo, a corona, si disponevano a ciuffi, tenuti assieme da una specie di guaina, dei filamenti sottili, formati da tanti segmenti infilati l’uno nell’altro.

Quando il Diavolo fu davanti al Suo Trono, Dio, presa quell’erba, incominciò a sfilare, ad uno ad uno, i pezzi di cui era composta: e gli angeli sorrisero, scoprendo il trucco grossolano cui Lucifero era ricorso.

«Non ha lui quella pianta, ma il Signore Iddio» dicevano Cherubini e Serafini.

«Di dove provengono le erbe con cui hai messo assieme questa pianticella?» domandò il Creatore.

«Le ho trovate vicino ad un pantano», costretto ad ammettere il demonio.

«E lì rimarrà l’opera tua» decretò il Buon Dio.

E, preso tra due dita quanto dell’arboscello rimaneva, lo lasciò cadere sulla terra, vivificato dal suo tocco divino. Nel fango esso trovò il terreno più favorevole per allignare; e da quel giorno crebbe nei prati umidi e nelle zone paludose.

Per la sua forma ebbe dall’uomo il nome di equiseto o coda di cavallo. Ma i valdostani, per ricordarne la singolare origine, lo chiamano, oltre che “tsavallina” o “queuve”, anche «erba del diavolo».

 

 

Questa leggenda ci ricorda che il Diavolo fa le pentole, ma non i coperti. Di Creatore ne esiste uno solo, e quello è nostro Signore Onnipotente, ragion per cui il Demonio non potrà mai dimostrare la sua inesistente superiorità nei Suoi confronti.

In questa storia, c’è un riferimento alla tsavallina o queuve, meglio conosciuta come l’«erba del diavolo» o «stramonio». Si tratta di una pianta erbacea, diffusa in molte parti del mondo, anche Italia, dove cresce spontaneamente nei campi come infestante, in campagne o lungo i bordi della strada. Può superare, in condizioni favorevoli, un metro e mezzo di altezza e fiorisce nei periodi che vanno da luglio ad ottobre. I suoi fiori, a forma di calice, sono solitamente bianchi, con sfumature violacee interne, chiusi di giorno, aperti di notte. Le sue origini sono lontane ed oscure, senza contare che si tratta di una pianta altamente tossica; piuttosto logico, visto che è un tentativo malriuscito del Diavolo di creare qualcosa. Anche perché, secondo diverse leggende, questa pianta è stata utilizzata da streghe e stregoni, ragion per cui viene chiamata anche «erba delle streghe».

Il suo frutto ricorda un po’ il riccio delle castagne oppure il guscio di una noce ricoperto di spine. Infatti, viene chiamato «noce spinosa». Al suo interno, sono contenuti moltissimi semi neri, che il frutto rilascia, gettandoli verso l’alto, tra il mese di ottobre e quello di novembre.

Se ingeriti, questi semi sono molto velenosi, come qualsiasi altra parte della pianta, dai fiori, alle foglie. Questo perché essa contiene elevate quantità di alcaloidi, una sostanza organica di origine vegetale. Inoltre, questa pianta può creare effetti altamente allucinogeni (che possono portare ad atteggiamenti dissennati e pericolosi), se fumata o consumata sotto forma di tisana. Inoltre, basta sbagliare anche di poco la dose che avviene la conseguenza più grave: la morte.

Il nome «erba del diavolo» o «erba delle streghe» è senza dubbio molto appropriato per questa pianta, che può essere utilizzata come droga o come veleno. Questa è un’altra dimostrazione che qualunque cosa Lucifero tocchi viene rovinata, e che solo con l’intervento di Dio abbiamo la possibilità di rivedere la vera luce.

 

 

 2 continua

 

 

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