Più volte abbiamo parlato, in questa rubrica, del tema della fede. Come aforisma di riferimento ho scelto infatti l’espressione di Domenico Giuliotti che mi sembra molto esatta: «Chi crede vuole che gli altri credano».

Ma in che cosa consiste la fede? E perché molti uomini dicono di non credere? Che cosa li spaventa, che cosa li ostacola realmente?

Per definizione la fede è il principio operativo infuso da Dio che ce lo fa conoscere e ci unisce a Lui come prima Verità, per cui ci ordiniamo in modo diretto e immediato a Lui. Se vogliamo essere più precisi ancora, diciamo che la fede è «una virtù teologale infusa da Dio nell’intelletto, mediante la quale diamo il fermo assenso alle verità divinamente rivelate, per l’autorità o la testimonianza di Dio stesso che le rivela».[1]

 

Guercino (1591-1666), Allegoria della Fede (1634), olio su tela

 

Non si tratta quindi di un sentimento o di qualcosa che viene da noi: é una virtù infusa da Dio. E questa virtù Dio la dà solo ai cristiani? O a qualche singolo privilegiato per dei motivi che ci sfuggono? Certo che no: se viene infusa e viene da Dio, non è da pensare che alcuni la ricevano e altri no. La fede viene data a tutti. Ha ragione quindi san Paolo quando, nella lettera ai Romani, dice che non abbiamo scuse (Rm 1,21). Certo, qualcuno poi la fede la sviluppa pienamente, altri in parte, altri non ne fanno affatto uso, altri negano anche di averla, ma questo non cambia la sostanza. Per questo motivo, quando qualcuno ci dice: «Beato te che hai fede! Io vorrei averla, ma non riesco a credere», occorre rispondere: «No, caro amico, non è che tu non riesci a credere: non vuoi credere». Credere infatti è un assenso della ragione ad una verità, e non costa alcuna fatica alla ragione dare la propria approvazione ad un pensiero, un’idea, un sistema di idee.

Poniamoci allora la domanda: perché la gente non vuole credere? Che cosa rende così faticoso l’abbandonarsi con la ragione a ciò che Dio ha già messo nell’intelletto?

 

Jean-François Millet (1814-1875), L’Angélus (1858-1859), olio su tela , Museo d’Orsay, Parigi

 

Il motivo principale è che Dio è Persona, ha una volontà, un Io; Egli parla, dice cose, esprime una propria volontà, interpella l’uomo. Si fa conoscere e vuole essere conosciuto. L’uomo ha timore ad entrare in questa relazione perché pensa – e qui sta tutto l’inganno – di perdere la propria libertà, la propria autonomia di pensiero. Meglio quindi, dicono, e maggiormente confacente alla dignità dell’uomo, mantenere la propria indipendenza e non affidarsi a nessun principio sovrannaturale che parla e si esprime, del quale poco o nulla sappiamo.

Il filosofo tedesco Feuerbach diceva che la religione è un’invenzione dell’uomo, il quale ha bisogno di sperare in un futuro di felicità per sopportare le situazioni di pena e sofferenza dell’oggi; la fede sarebbe quindi per lui una proiezione dei desideri dell’uomo, che brama la felicità ma, non trovandola in questo mondo, la rimanda in un’inventata realtà che inizierebbe dopo la morte.

Se così fosse, tutte le religioni allora sarebbero tutto sommato uguali, invenzioni di uomini più o meno ispirati, e non vi sarebbe grande differenza tra Maometto, Budda, Gesù Cristo o Hara Krisna: ognuno scelga quella che gli piace di più, oppure non scelga affatto e viva il presente il meglio possibile.

Ma le cose non stanno precisamente così.

È Dio, prima di tutto, che si fa conoscere, si presenta, si fa avanti, ed entra in contatto con l’uomo per manifestargli chi egli (l’uomo) sia, il senso della sua esistenza, la sua vocazione. L’uomo non “inventa” Dio, ma quando viene al mondo ne trova immediatamente le tracce. Dio è creatore, ha fatto tutto quello che esiste, e anche l’ateo più incallito fa fatica a sostenere che le montagne e gli oceani li abbiano fatti i primi uomini, dal momento che l’uomo non è in grado di creare dal nulla nemmeno un granellino di sabbia; oppure siano sorti da soli casualmente.

 

Domenico Ghirlandaio (1448-1494) e aiuti, Vocazione dei primi apostoli (1481-1482), affresco, Cappella Sistina, Vaticano

 

Crescendo e facendo esperienza delle cose della vita, l’uomo poi viene a trovarsi intrappolato in un mondo oscuro fatto di egoismi e contraddizioni, di dolori e malanni, e pur capendo di essere in sé più grande della creazione intera, avverte un’infelicità di fondo, un senso di limite. Ecco che Dio si presenta a lui soprattutto come Liberatore. Abramo riceve l’invito a lasciare la propria terra (Gn 12,1), in seguito gli Israeliti conoscono la potenza di Dio che li fa uscire dalla schiavitù in Egitto in modo prodigioso e donando loro le tavole della Legge; continuamente si fa presente tramite i profeti nell’Antico Testamento per guidare, sollevare, proteggere il suo popolo, formato apposta per poter un giorno venire in terra Egli stesso, nella persona divina di Gesù, per rivelarsi in modo definitivo e indicare a tutti la vera liberazione, che è quella del peccato.

In sostanza, Dio si fa conoscere agli uomini sia come liberatore che come creatore, ma ciò che conta è questo continuo desiderio di contatto con l’uomo che Egli ha creato e che ama. Quando arriva Gesù, tutto diventa ancora più evidente. E Gesù è persona, è sommamente persona. Egli parla, interpella, ama, si dona, chiede qualcosa, si avvicina e si allontana, soffre, supplica, sollecita una tua risposta.

«Mi ami tu?», chiede a Pietro, fino a quel momento pescatore anonimo della Galilea. L’immagine di Dio in Cristo è davvero impressionante: Colui che ha creato tutto, che ha liberato continuamente gli Israeliti con miracoli prodigiosi, ora si china a lavare i piedi degli apostoli, domanda quasi timidamente di essere amato, accetta di soffrire torture mortali per togliere i peccati di tutti…

E in cambio che cosa chiede? La fede, semplicemente la fede in Lui. Ma, ahimè, in questo punto, in questo tornante, molti si fermano. E lo si capisce: la natura dell’amore è la totalità. Dio fa di tutto per essere amato, e per ottenere questo arriva a chiederti di essere “come Lui”. «Amare Dio, lodarlo – scrive P. de Guibert – affaticarsi, ammazzarsi per servirlo, sono tutte cose che attirano le anime religiose; ma morire completamente a se stessi, nell’ombra, nel silenzio dell’anima, liberarsi, lasciare che la grazia crei in noi un totale distacco da tutto ciò che non è pura volontà di Dio, ecco l’olocausto segreto davanti al quale la maggior parte delle anime si tira indietro, il punto esatto in cui il loro cammino si divide tra una vita fervorosa e una vita di grande santità».[2]

 

Pieter Paul Rubens (1577-1640), Cristo a Casa di Simone il Fariseo (1618-1620)

 

Dunque, alla fine, credere significa credere all’amore. E l’amore è l’avventura divina per la quale l’uomo rinuncia a vivere per se stesso e si dona totalmente, senza alcuna riserva, a Dio e al prossimo, non appartenendosi più. Tale distacco può essere doloroso, ma in realtà è solo il demonio o il mondo che ce lo fanno vedere “difficile”. Non lo è, perché l’uomo è fatto per l’amore e cerca continuamente l’amore. Ora, noi sappiamo che Dio è amore, mentre l’uomo non lo è, ma ha la chiave per aprire la porta all’amore, e questa chiave si chiama fede.

La Madonna accolse quanto l’angelo le aveva chiesto nel momento dell’Annunciazione. «Si faccia», rispose. E con questo Fiat Ella spalancò la porta alla divina Incarnazione. Tale principio del Fiat tutt’oggi è quello che apre tutte le porte, attira l’onnipotenza di Dio, vince tutte le guerre, ci fa superare qualsiasi ostacolo, fino a camminare sugli scorpioni e bere veleni senza subire danno. Occorre solo fiducia, perché la «è la fiducia – scrive santa Teresa di Gesù Bambino – nient’altro che la fiducia che deve condurci all’amore».

«Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete», dice il Signore (Gv 16,24). Egli ci confida il segreto per ottenere ogni cosa, che fino alla fine del tempo sarà quello della fede, ossia della fiducia in Lui, del Fiat detto senza prove, come atto di pieno amore in Dio che ci ha amati.

D’altro canto, la fede è la vera opera richiesta dal Signore perché, come più volte detto, poi fa tutto Lui.

Sapevate che la fede è un’opera e non un’idea? È scritto nel Vangelo: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?», chiesero un giorno i giudei a Gesù (Gv 6,28). Notate i verbi: fare, compiere. Indicano attività, azioni, praticità e manualità. Questa la risposta: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che Egli ha mandato» (v.29). Strabiliante: l’opera è il credere; la cosa più attiva si identifica con l’attività più interiore e spirituale che possiamo immaginare, ossia l’atto del credere.

Per questo la fede è così potente: fa agire immediatamente Dio sulle cose. Il «fare» è cosa sua, il credere è cosa nostra.

 

 

[1] Antonio Royo Marin, “Teologia della perfezione cristiana”, Ediz. San Paolo, 1987, pag.556.

[2] Jean Lafrance, Preferire Dio, Ediz. Gribaudi, pag. 91

 

 

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