Il sangue per la Fede, speranza di una nuova Europa

Rubrica a cura di Arduinus Rex

 

La storia cristiana dell’Europa è costellata di martiri, semi sparsi a piene pani su tutto il territorio del continente. Il loro sacrificio non è stato vano, bensì nuove generazioni di cristiani hanno contribuito a costruire quella civiltà basata sulla fede che oggi sembra essere al tramonto.

Lontani a noi nel tempo, di molti di questi martiri non ci è dato sapere notizie biografiche dettagliate. Alcuni di essi furono vescovi, ma nei secoli sono scomparse persino le città presso le quali aveva sede la loro cattedra. È il caso di Luni, città etrusca posta sull’odierno confine tra la Liguria e la Toscana, un tempo ricca e prosperosa. I resti archeologici, tra cui quelli dell’antica basilica, si trovano nel territorio di un comune in provincia di La Spezia che sino a due anni fa portava il nome di Ortonovo, ma che un referendum ha voluto ridenominare proprio Luni in onore all’antica città.

Luni dovette forse la sua più terribile devastazione ad un errore di calcolo della flotta vichinga. I Normanni di re Hasting, secondo un’antica leggenda, avrebbero confuso Luni con Roma, vittima prescelta delle loro scorrerie. Nell’850 avevano già messo stabilmente piede in Inghilterra e poi, varcato lo stretto di Gibilterra, Roma era l’ultima meta agognata, ma lo splendore di Luni fece loro credere di essere giunti a destinazione.

Re Hasting escogitò un piano ingegnoso: lasciate le navi ad un approdo poco lontano, entrò in città da solo fingendo di voler comprare vettovaglie per i suoi uomini e poi chiese al vescovo di essere istruito nella religione cristiana e battezzato. Ammesso nella comunità cristiana, si finse dunque ammalato e, appena rientrato tra i suoi uomini, simulò d’esser morto. I cittadini di Luni ed il loro vescovo andarono allora a prelevare la salma per seppellirla in terra benedetta, ma appena il feretro, accompagnato dai Vichinghi, giunse nella cattedrale, dalla cassa si rialzò re Hasting, vivo e vegeto, armato di tutto punto. Era l’860 ed il grande eccidio ebbe inizio. Toccò a San Ceccardo, quale successore del vescovo Gualchiero perito nell’eccidio, il compito di ricostruire materialmente e spiritualmente la città. Ceccardo, infatti, recatosi nei pressi di Carrara per scegliere i marmi della nuova cattedrale, venne iniquamente ucciso da alcuni tagliapietre presso le cave di marmo, meritandosi la fama di martire, come attesta il Martirologio Romano: «A Carrara in Toscana, transito di san Cecardo, vescovo di Luni e Sarzana, che, iniquamente ucciso da alcuni tagliapietre presso le cave di marmo, ebbe fama di martire».

Nel luogo indicato dalle leggende è sorta, almeno a partire dal XIV secolo, la chiesa di San Ceccardo ad Acquas, contenente una piccola fonte scaturita dove avrebbe toccato terra il primo fiotto di sangue del martire. Il suo corpo si conserva nel Duomo di Carrara, nell’altare al fondo della navata sinistra, ed ha subito almeno quattro ricognizioni: l’ultima nel 1949, durante l’episcopato di mons. Carlo Boiardi, vescovo di Apuania. La festa di San Ceccardo, patrono della città, del comune e del vicariato di Carrara, è solennemente festeggiata il 16 giugno, giorno nel quale i suoi resti sono anche esposti alla pubblica venerazione.

Nel secolo precedente si colloca invece la vicenda di San Terenzo, festeggiato al 15 luglio. Svariate leggende fanno del vescovo Terenzo un presule scozzese, trucidato dai predoni presso la fortezza di Avenza, nei pressi di Carrara (MS). In realtà questa leggenda confonde tra loro la vicenda del vescovo San Ceccardo, ucciso secondo alcuni dai Vichinghi di Hasting o più probabilmente da alcuni cavatori un secolo dopo, e quella del vescovo Terenzo che, conosciuto per la sua carità verso i poveri, venne martirizzato da briganti presso il torrente Lavenza. Entrambi furono vescovi dell’antica Luni. Terenzo aveva probabilmente cercato di convertire i numerosi longobardi ariani stanziati tra i monti della Lunigiana e qui in effetti il suo culto comparve tra la fine del VII secolo e l’inizio di quello successivo.

È Ubaldo Formentini, celebre studioso, ad analizzare la figura di Terenzo, sul quale il tempo aveva depositato varie leggende, provvedendo a spogliarlo delle vesti scozzesi che gli erano state attribuite, per ricondurlo nel filone dei primi vescovi martiri lunensi. Pertanto, Terenzo sarebbe stato originario del territorio, in quanto i Terenzi erano una famiglia romana di Luni. Il suo martirio si collocherebbe all’inizio del VII secolo. Recenti studi confermano il suo episcopato tra i vescovi Venanzio e Lucio.
Verso un sito più protetto dal vandalismo normanno e saraceno, si diressero, verso la fine del IX secolo, gli indomiti giovenchi che trasportavano, secondo un modello narrativo simile a quello della leggenda del Volto Santo di Lucca, le spoglie del vescovo martire. Narra la leggenda che la montagna si aprì affinché potessero raggiungere l’odierna San Terenzo Monti, nel comune di Fivizzano (MS), dove il longobardo Transuald tra il 728 ed il 729 aveva edificato una chiesa in suo onore, e che le bestie sfinite dopo essersi abbeverate ad una fonte che si trovava nei pressi morirono, indicando così che quello era proprio il luogo al quale erano destinate le sacre spoglie. Queste ultime durante i restauri del secolo XVII, in seguito ad un terremoto, furono ritrovate sotto l’altare di Santa Croce e trasferite per sicurezza a Reggio Emilia.
Oggi le reliquie del martire, che ritornarono a San Terenzo Monti, sono conservate nell’altare maggiore della chiesa parrocchiale. Le diocesi di La Spezia – Sarzana – Brugnato, nel cui territorio si trovava l’antica sede vescovile di Luni, e di Massa Carrara – Pontremoli, in cui si svolsero gli eventi narrati, hanno posto al 15 luglio la memoria di San Terenzo. Il suo nome non è invece riportato nel Martirologio Romano. In data 14 luglio 2018, in occasione dei solenni festeggiamenti, è stata annunciata l’erezione a Santuario della chiesa parrocchiale di San Terenzo Monti.

La testimonianza dei due santi vescovi si pone ancora oggi come esemplare per quanti sono chiamati alla nuova evangelizzazione dell’Europa, quell’impresa cui loro hanno dedicato tutto e per la quale non hanno esitato a spargere il loro sangue.

 

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