Questa settimana si aggiunge un nuovo gradito collaboratore di «Europa Cristiana», Daniele Bolognini, studioso di agiografia, iconografia, storia subalpina e culto delle reliquie. Collabora per ricerche storico-archivistiche con alcuni Istituti religiosi. È vicepresidente dell’Opera San Pio X per l’assistenza ai monasteri di clausura (www.dalsilenzio.org); è autore di alcune pubblicazioni biografiche e ha pubblicato articoli e saggi in volumi miscellanei ed atti di convegni editi da prestigiosi Istituti di cultura oltre che in riviste scientifiche, fra le quali la «Rivista di storia e letteratura religiosa» e «Studi Piemontesi».

Il suo esordio qui è dedicato alla figura di Madonna Antea.

Un inedito manoscritto rivela a distanza di secoli le vicende assai singolari di una donna, promotrice in diverse regioni d’Italia, di un forte movimento devozionale verso le anime dei defunti. Fu un gesuita, suo confessore, Padre Gerolamo Villani che nel 1617 scrisse la Breve narrazione biografica di Madonna Antea da Brissago, «acciò non si perda memoria di quelle cose di molte delle quali io solo ne sono consapevole», annotò. Risiedeva a quei tempi a Como e nel raccogliere le testimonianze pensò, in particolare, di far cosa gradita alle Cappuccine del monastero torinese di Nostra Signora del Suffragio che vide la donna promotrice della sua fondazione. Esiste anche un Ritratto della meravigliosa serva di Dio Madonna Antea, un’incisione, probabilmente commissionata dai Savoia, realizzata dall’artista fossanese Giovenale Boetto (1604-1678): a mezzo busto, «vestita da secolare alla foggia delle donne di montagna, con farsetto cioè e gonnella di mezzalana oscura con fazzoletto al collo e con un altro di tela bianca in capo, che le cade lateralmente sulle spalle con grembiale pure di lana bianca, avente nelle mani giunte in atto di orare una corona di legno unito con semplice filo con appesa una medaglietta d’argento».

Antea Gianetti nacque a Lucca nel 1570 «da genitori poveri di beni temporali, ma però pii e divoti», leggiamo nel manoscritto. Originario di Brissago, suo padre lavorava «le pietre da molini» e si trasferì temporaneamente in Toscana con la famiglia dopo la nascita di Antea, che ebbe due sorelle e un fratello. Ristabilitasi la famiglia nel grazioso borgo del Lago Maggiore, oggi nello svizzero Canton Ticino, per la modesta condizione familiare la giovane «arrivata all’età d’anni cinque imparò a lavorar li bindelli [nastri] che è l’esercizio delle donne di quella terra, che in quantità ne manda fuori». Con la madre frequentò la comunità monastica del Santuario della Madonna del Ponte ed espresse il desiderio di entrarvi, ma le mancava la dote e soprattutto – precisa Padre Gerolamo – «l’aveva Iddio eletta per altro». «Chi si sarebbe immaginato giammai quando ancor fanciulla pasceva le pecole fra monti, o quando già grande attendeva a lavorar la tela, dovesse arrivar a tale, che persone nobili, che principi, che prelati dovessero gustar della sua conversazione, e seco di negozi, servizi e importanti alla lunga ragionare». Nonostante la scarsa cultura divenne infatti, per “pura ispirazione celeste”, con le nozioni basilari sul Purgatorio apprese assistendo alle funzioni religiose, un’autentica “apostola” del suffragio alle anime dei defunti.

Era solo sedicenne quando andò sposa a un giovane venuto a Brissago dalla Toscana, spesso in trasferta per il suo mestire di muratore. L’unione fu in parte funestata dai litigi causati dall’eccessiva generosità di Antea, che donava tutte le scorte di casa «ai poveri, acciò pregassero per le anime del purgatorio». Assalito da febbre violenta, l’uomo improvvisamente morì. La giovane vedova, senza figli, da quel giorno si diede con maggior fervore alle orazioni, ai digiuni, alle penitenze e si trasferì ad Arona dopo aver conosciuto il Villani. La direzione spirituale del gesuita durò solo un anno, trascorso il quale egli fu mandato a Torino. Fu poi in occasione di una ostensione della Sindone, probabilmente nel 1604, che Antea si recò nella capitale sabauda ristabilendo il rapporto.

In breve la sua fama si diffuse: il manoscritto evidenzia il contributo concreto dato da Antea alla divulgazione in città del culto ai defunti. «… onde a questo effetto fece stampar alcuni cartelli del seguente tenore: Pregate per le anime del Purgatorio. Quali si attaccarono in luoghi pubblici della città e principalmente alle porte delle chiese». Tale “strumento di comunicazione” contraddistinse il suo “apostolato”.

Provvidenziale fu poi l’incontro con la nobile famiglia chierese dei Tana, dalla quale fu introdotta alla corte delle principesse Maria e Caterina di Savoia, le “venerabili infanti”. A vantaggio di quest’ultima la donna impetrò una grazia eccezionale che consolidò il prestigio di Antea, il cui “apostolato”, intanto, portava frutti: con un frate domenicano, già confessore di corte, concordò «che un giorno della settimana si esponesse il Santissimo Sacramento, ad intenzione che si pregasse per le anime de’ defunti». L’eco dell’operato di Antea si diffuse a Casale Monferrato, presso l’Infanta Margherita, moglie di Francesco Gonzaga. La donna accolse l’invito a recarsi presso quella corte, affinché in città «s’introducesse la consuetudine di esporre il Santissimo Sacramento per li defunti». L’infanta Margherita, in seguito, per il felice esito «d’un certo suo negozio» nuovamente per merito della Gianetti, la fece scortare presso il Santuario della Madonna della Ghiara (Reggio Emilia), e poi a Modena, dalla sorella Isabella, che nel riceverla la presentò al suocero Cesare d’Este e al marito Alfonso III. Siamo ormai nel 1612, l’attività “missionaria” di Antea non conosce soste. Entrò in contatto persino con Federico Borromeo, superando la nota cautela del presule verso le religiose viventi considerate “in concetto di santità”.

Antea fu quindi a Vercelli, poi tornò a Torino dall’Infanta Caterina: al suo rientro in città venne ricevuta dal Duca, dal Cardinal Maurizio e dal Principe Tommaso, suoi figli. Si recò poi ancora in visita a Varallo, ad Arona e a Milano. Nuovamente a Mantova, a riceverla fu Ferdinando Gonzaga, successore del defunto fratello. Un brano fra i più suggestivi del manoscritto la mostra nel suo viaggiare inesausto: «mai volle nel viaggio accompagnarsi con alcuno, gustando della solitudine, onde non è maraviglia se straordinariamente fu dal Signore consolata». Dalle corti padane si spostò al centro della penisola. È ad Assisi per quindici giorni, poi torna a Modena e in seguito, siamo nel 1615, va in pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto per consegnare un voto d’argento da parte dell’Infanta Isabella. La carrozza che lo trasportava, narra il manoscritto, «andava assai lentamente, accomodandosi al passo di Antea che sempre andava inanzi recitando or rosari, or corone, or cantando qualche lode spirituale». A Firenze anche il Granduca Cosimo II la ricevette «con molti segni d’amorevolezza, e intesa la cagione per la quale era venuta, promise di favorir l’opera sua»: il 15 aprile, alla presenza di tutta la corte, si espose il Santissimo in San Marco, la chiesa dei domenicani. Il Granduca diede ad Antea alcune offerte, concedendo inoltre la grazia a due condannati a morte e a due ergastolani. Nel mese di luglio fu a Roma, visitò scalza le Sette Chiese, ma non ottenne udienza da Papa Paolo V. Nuovamente al nord, a Gallarate, alloggiò presso le Benedettine, potendo distribuire un gran numero di “suoi cartelli”. Passò da Sesto Calende, poi a Cannobbio. Quindici giorni dopo a Brissago fu ospite di una povera vedova, sua compagna quando tra i monti portava al pascolo gli animali. In compagnia di una sorella, andò a Como da Padre Gerolamo, restando «l’un e l’altra consolati della corporale presenza».

Giunti al termine del manoscritto leggiamo una nota dell’autore: «Molte altre cose vi sarebbero che dire, ma già che imperfetta resta la narrazione, io riserbo a miglior occasione …». Non abbiamo notizia di manoscritti successivi e degli ultimi anni di vita della Giannetti abbiamo solo scarne informazioni. Morì a Torino il 7 maggio 1630 e venne sepolta nella cripta del monastero delle Cappuccine.

 

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