L’incendio divampato nella Saint Chapelle del castello di Chambery, nella notte tra il 3 ed il 4 dicembre del 1532, fu devastante non solo per la Chiesa ma anche, forse soprattutto, per il cristianesimo e per la famiglia del Duca Carlo III.

La Sindone, portata in salvo tempestivamente, si salvò. Il Consigliere ducale canonico Filippo Lambert, il fabbro Guglielmo Pussod e due francescani di cui non si conosce il nome, forzarono l’inferriata e portarono in salvo la teca della Sindone che aveva riportato alcune bruciature agli angoli. Le notizie si sa, si diffondono molto velocemente di villaggio in villaggio e, a volte, nella fretta, perdono di veridicità. Fu così che si credette che la Sindone fosse andata completamente bruciata e dunque fu necessario un documento ufficiale di autenticità redatto il 15 aprile del 1534 e la Sindone fu trasferita nel monastero di Santa Chiara affinché le suore potessero rammendarla. Nei primi anni del 1500, specialmente tra i Protestanti, v’era una ostilità diffusa verso i cattolici in genere, i Duchi di Savoia in particolare e tutte le loro reliquie, prima fra tutte la Sindone. Tanto livore sembra essere la base su cui si sono scritte le ipotesi sulla dolosità dell’incendio del 1532 e da qui era nata l’idea di spargere la voce che la Sindone fosse andata distrutta anche se non era vero, ma del resto, la voce era giustificata dal fatto che l’anno successivo l’incendio non vi fu la rituale Ostensione. Ogni tentativo era valido pur di screditare la Casa sabauda e il 1533 rimase senza l’Ostensione pubblica. Su richiesta del Duca Carlo, Papa Clemente VII de Medici aveva dato incarico al Cardinale Ludovico di Gorrevod (ritratto nell’affresco di Voragno), in veste di Legato apostolico, di vegliare sulla Sindone e sul lavoro di restauro affidato alle Clarisse.

Il Lenzuolo, disteso su di un’ampia tavola, fu sottoposto all’esame di 12 testimoni che in passato avevano avuto occasione di toccare la Reliquia e tra loro il Cardinale Ludovico di Gorrevod, tre vescovi e il Canonico Filippo Lambert che l’aveva tratta dalle fiamme. Fu riconosciuta dai notai apostolici e si accertò allora che l’incendio aveva carbonizzato uno spigolo del Telo (piegato nel Reliquiario in 32 strati), ma che le due impronte frontale e dorsale erano intatte.

Sembrava un segno, una premonizione negativa, quel che restava del Ducato era ormai in mano al Re di Francia, eccezion fatta per le Terre di Margherita, una manciata di pascoli e alture, le radici cristiane d’Europa vacillavano sotto l’ondata dei Protestanti, Calvinisti e Ugonotti e il Duca Carlo III scoraggiato ed inesperto, non sapeva come reagire. Fu la sposa ad intervenire, Beatrice, abile diplomatica, amata dalle consorti dei potenti d’Europa, apprezzata nelle Corti confinanti e amica da sempre di Cristina di Danimarca, a risolvere il problema. Lunghe lettere varcarono le Alpi in sella ai cavalli che attraverso un servizio di posta celere basato sul un passaggio delle epistole, chiuse da un sigillo personalizzato, da alpeggio ad alpeggio, come una staffetta e, dalle Valli di Lanzo e dell’Alta Moriana intrecciavano la Provvidenza. La Principessa di Danimarca, Norvegia e Svezia, Cristina, era sposa del Duca Francesco Sforza che, da tempo malato ed ormai prossimo alla morte, era a capo dello Stato di Milano. Francesco morì nel novembre di quel 1535 e senza eredi. Cristina necessitava di una figura autorevole al suo fianco. A lei guardava Enrico VIII che aveva persino inviato a Milano un pittore per ritrarre la Duchessa e, dopo averne constatato la bellezza, l’avrebbe chiesta in moglie. Cristina, dal temperamento nobile e deciso, cristiana e salda nella morale, si fece ritrarre vestita a lutto e fece accompagnare il suo ritratto con la frase «il Re non mi avrebbe nemmeno se avessi due teste».

No, niente nozze inglesi. Cristina offrì ospitalità a Beatrice e Carlo e predispose tutto per un’adeguata accoglienza. La traversata montana non sarebbe tuttavia stata semplice. Da Chambery a Milano, tutto era sotto la giurisdizione del Re di Francia, ovunque il sentimento religioso che imperava era ostile ai cristiani, ai Duchi di Savoia e a Cristina. Ormai vedova Cristina si rivolse ad un uomo buono, a lei fedele da sempre, un padre di famiglia devoto e timorato di Dio, tal Bartolomeo Martinengo. Bartolomeo abitava, con la famiglia, ad Orzinuovi (oggi provincia di Brescia), un tempo facente parte del Ducato di Milano. Cristina, con cerimonia ufficiale, gli conferì il nobile titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante, un Ordine danese che ella stessa presiedeva. Con i poteri conferitigli dalla recente nobiltà, Bartolomeo lasciò i campi di Orzinuovi, impugnò le armi, sellò il cavallo e pregando Dio per quella missione tanto nobile quanto il cavalierato, si lasciò alle spalle le pianure per imboccare le antiche vie della Route d’Italie verso la Savoia. Si fermò a Balme (alta Valle di Lanzo T.se) e qui alloggiò in località Cornetti dove, se pur sbiadito, ancora oggi è visibile un affresco dello Stemma Martinengo, a parete intera, in cui campeggiano le armi Templari ed un elefante con la D (Danimarca). Il Cavaliere, giunto da Orzinuovi a Balme attese lì l’arrivo della carovana del Duca Carlo III con Beatrice ed un giovanissimo Emanuele Filiberto dai capelli rossi e carattere deciso che da allora in poi non avrebbe più amato Chambery. Le lettighe ed i muli con i basti, dalla capitale sabauda, presero la mulattiera che, costeggiando l’Arc, arriva a Lanslevillard, Bessan ed Avèrole, seguendo l’antica strada romana per attraversare le nevi fino al Colle Arnass e scendere al Pian della Mussa e Balme.

Una carrozza trainata da quattro cavalli scuri che si avvia, lungo la Riviére de L’Arc, verso le Alpi. È il soggetto di una interessante xilografia colorata firmata da Ludovic Moulin e datata 1859 in cui l’autore raffigura la partenza della Sindone da Chambery alla volta di Torino. Il tema è altresì ripreso e descritto dal notaio Cimaz, cinquant’anni più tardi, che chiarisce le tappe del viaggio «… Col d’Arnès… Lanslebourg, Bessans… la voie romaine…».

Tutto intorno era Francia, un bivio decide le sorti: prendendo Lanslebourg si arriva al colle del Moncenisio, la cui strada carrozzabile fu aperta molto più tardi da Napoleone, prendendo Lanslevillard si arriva ai borghi corrispondenti delle Valli di Lanzo e a Balme dove il Martinengo aspettava.

La guerra, la fame, la persecuzione a danno dei cristiani, l’incendio avevano costretto la famiglia di Carlo a migrare. Pochi bagagli al seguito del Duca, solo lo stretto necessario per ricominciare. Nei basti dei muli l’archivio, i punzoni della Zecca e la Santa Sindone. In testa un cappello a falde larghe per ripararsi dalla pioggia, un borsello con i pochi scudi rimasti e nel cuore tanta Fede e Speranza. Due Virtù su le tre teologali sarebbero dovute bastare. La Nuova Zecca fu stabilita a Caselle (zona aeroporto di Torino), la capitale a Vercelli. Poi l’arrivo a Milano. I Duchi erano salvi, la Sindone anche, il Martinengo, ancora una volta confermava fedeltà a Cristina ed il 7 maggio dell’anno successivo, presenziò ad una pubblica Ostensione proprio nel suo paese, Orzinuovi. Lì, ancora oggi, a maggio, si ricorda quello straordinario evento con una rievocazione storica.

 

stemma Martinengo a Balme (località Cornetti), in cui si intravedono a destra le armi dei Templari e, a sinistra, l’elefante con la D di Danimarca​ (foto Franca Giusti)

 

Cristina di Danimarca

 

Copia della Sacra Sindone conservata a Lanzo nella chiesa di Santa Croce

 

 

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1 commento su “La Route d’Italie”

  1. Vero, la carrozzabile attuale del Moncenisio che scende a Susa fu aperta da Napoleone,
    Ma la strada del passo del Moncenisio prima di allora (e che continua ad esistere almeno in parte) scendeva nella val Cenischia.
    Era la Via Francigena., da lì si scendeva a Susa, passando vicino all’abbazia della Novalesa.
    Da lì era passata la carrozza che conduceva Giacomo Casanova in Francia,
    L’avventura dei Savoia è importante, per la traversata da Chambery fino ad arrivare a Torino dopo lunghi giri.
    Ma I Savoia dimenticando le loro terre d’origine, e cedendo quei territori alla francia durante l’800, fecero il loro primo grave errore: si chiama taglio delle proprie radici. ed il secondo, taglio a quanto ne rimaneva lo hanno dato nel 1865, sradicando la loro capitale da Torino, per correre dietro ai miraggi costruiti dai massoni, che vollero cercare così la distruzione del potere dei papi.
    Di tutte le colpe imputate ai Savoia, questi due traslochi sono quelle mortali e reali.
    E dire che alla vigilia dell’entrata in guerra (sia alla prima che alla seconda) stavano volando promesse di restituzione (per la Grande guerra) di Nizza, e la Savoia – e addirittura anche la Corsica –
    Per la seconda quanto reclamato ancora una volta: la correzione dei confini sia ad oriente (Fiume e la Dalmazia) che ad occidente (Ritorno di Chambèry all’Italia)

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