Duccio di Buoninsegna, Entrata di Cristo in Gerusalemme,1308–13011, Museo dell’Opera del Duomo di Siena

 

Quando Gesù fece l’ingresso solenne a Gerusalemme, tutta la folla lo osannò e, riversandosi sulle strade, stendendo mantelli e agitando palme, proclamò Gesù re di Israele. Questo rito non era senza significato, non fu una “sceneggiata” improvvisata da parte di qualche fanatico entusiasta, ma corrispondeva ad un protocollo preciso: era il giro ufficiale che il Re, appena unto e proclamato tale dal Sommo sacerdote, compiva per ricevere il plauso della folla. Succedeva dunque questo: il Re veniva consacrato nel tempio con l’unzione sacra; il Sommo sacerdote o il profeta riconosciuto come tale versava l’olio sulla testa dell’eletto, e questi diveniva quindi Re. Così successe a Saul e Davide, unti entrambi dal profeta Samuele, e stessa cosa per tutti gli altri. Una volta compiuta l’unzione, il novello Re veniva fatto salire su un cavallo e gli si faceva fare il giro della città; un giro trionfale, con tutta la popolazione riversata sulle strade che gridava e lo osannava. Era necessario questo “bagno di folla”, perché tutta la popolazione salutasse il nuovo sovrano, lo conoscesse e manifestasse, con l’esultanza, la gioia di avere il proprio Re.

Emblematico in proposito è il caso di Assalonne, figlio di Davide, che non era l’erede designato, ma che per motivi vari decise di auto-proclamarsi Re, e improvvisò il rito del giro rituale a cavallo (2 Sam 15). Ebbene, tutta la folla lo accolse, e questo fu sufficiente in sostanza per dichiarare decaduto il re Davide e riconoscere Assalonne Re al posto suo. Tutto questo fece sì che Davide dovette addirittura fuggire dalla reggia, per timore che Assalonne e tutti i suoi seguaci facessero improvvisa irruzione e lo uccidessero. In questo caso poi Davide ristabilì le cose, Assalonne fu ucciso e sovrano legittimo rimase lui, ma questo è solo per dire come fosse importante per il popolo questo giro trionfale per le strade della città.

Dunque, se Gesù era Re di Israele, doveva manifestarlo a tutti proprio con questo rito, e così Egli fece. Gli mancò l’unzione del Sommo Sacerdote, il quale naturalmente non avrebbe mai fatto una cosa simile, dal momento che Gesù era odiato dal Sinedrio e ritenuto un impostore. Ma l’unzione avvenne lo stesso, in altro modo. Proprio il giorno prima l’ingresso messianico Gesù era stato unto con olio di nardo da Maria di Betania, la sorella di Lazzaro, episodio che provocò le proteste di Giuda Iscariota e degli Apostoli (Gv 12,1-11), ma che Gesù difese con parole assai chiare, dicendo che quel gesto, ritenuto inopportuno dai discepoli, sarebbe stato ricordato in tutto il mondo ovunque fosse arrivato il Vangelo. Gesù dunque ricevette un’unzione, che non venne dal tempio, ma dalla sorella di Lazzaro. La cosa non è senza significato teologico, mistico e spirituale.

Ma non è questo che desidero approfondire in questo momento. Voglio riflettere piuttosto sul popolo di Gerusalemme. Esso era stato preparato, non poteva scendere per le strade con palme e mantelli se non fosse stato avvertito prima, se l’entrata messianica non fosse stata “nell’aria” e non fosse stata organizzata in qualche modo un po’ per tempo. D’altro canto più volte è detto nel Vangelo che il popolo semplice amava Gesù, era stato da Lui beneficato in tanti modi, e lo riconosceva come Signore, come Messia, quindi come Re di Israele. Il popolo era sincero. Gesù quindi vive l’entrata trionfale come evento voluto, desiderato dalla gente, ed effettivamente al termine del giro cittadino Egli è Re per tutti, perché è stato unto (anche se non in modo pubblico ma in una casa privata) e ha compiuto l’ingresso previsto. Il titolo che la gente gli dà infatti è regale e messianico: «Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele!» (Gv 12,13). Re per tutti, ma non per i farisei e per il tempio, che infatti brontolano e chiedono che Gesù faccia tacere la folla, che sta compiendo – ai loro occhi – un atto improprio e abusivo. La risposta del Signore la conosciamo: «Se tacciono loro, urleranno le pietre» (Lc 19,39).

Facciamo un salto di cinque giorni. Un’altra folla, di nuovo protagonista. Una folla avversa, inferocita, nemica, che grida a squarciagola, nei confronti del suo Re, il tremendo «Crocifiggilo!». Non è da pensare che fossero persone diverse, come magari preferiremmo. Tutti gli Israeliti usavano andare a Gerusalemme per la Pasqua, e certamente rimanevano nella capitale per qualche giorno. Non si viaggiava rapidamente come oggi (treno, macchina, autostrade) quindi coloro che domenica esaltarono Gesù furono esattamente quelli che il venerdì lo odiarono.

Come si spiega questo? Che cosa successe in cinque giorni? Possibile che i farisei in così poco tempo convinsero la gente a cambiare radicalmente idea? La gente fu sincera nel proclamare di domenica la regalità del Cristo o nel volerne la morte il venerdì?

 

Cappella dell’Ecce Homo al Sacro Monte di Varallo. Sculture di Giovanni d’Enrico, affreschi di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone. Foto di «Finestre sull’Arte»

 

Successe che “l’ora delle tenebre” avvolse i loro cuori, e quando videro che il loro Re era stato catturato dai farisei e dai potenti del tempio, e che gli stessi capi stavano infierendo sul mite inerme Signore, passarono rapidamente sul carro del vincitore, dimenticarono i benefici ricevuti, e si accanirono irrazionalmente contro Gesù come un vero “capro espiatorio”, colpevole di tutte le colpe. È un processo inconscio che succede in fondo anche a noi nella nostra esperienza quotidiana: quando vi è un debole nel gruppo, un mite che incassa tutto senza reagire, facilmente lo trattiamo con una certa sufficienza o aggressività, e gli diciamo parole che non diremmo ad una persona autorevole e potente. È il fenomeno chiamato «mimetismo» studiato da René Girard nel libro Vedo Satana cadere come la folgore, la cui lettura è altamente consigliata. Per dire: Erode e Pilato, che non si potevano sopportare, da quel giorno divennero amici, ossia alleati e congiunti nell’infierire contro l’Innocente. In sostanza, quando vi è un innocente, il male si scatena contro di lui. Scrive Girard nel testo citato: «La morte di Gesù pacifica la moltitudine, producendo su di essa l’effetto di tutti gli assassinii collettivi o ispirati dalla collettività, una sorta di distensione, di catarsi sacrificale che impedisce la rivolta temuta da Pilato» (pag.175).

Pilato, che pure più volte aveva dichiarato Gesù innocente, dicendo apertamente che “non aveva fatto nulla di male”, al crescere del clamore, cambiò velocemente opinione e consegnò Gesù alla crocifissione e alla morte infamante. Non riuscì a reggere la pressione della folla.

È il potere di quella che oggi chiameremmo l’ “opinione pubblica”.

Dunque, ci chiediamo: chi dirige e influenza l’opinione pubblica? Dio? Non ci pare. E se non è Dio, chi è il manovratore di questa opinione? «Chi non è con me è contro di me», dice il Signore nel Vangelo, e quindi immaginiamo facilmente il nome del grande “influenzatore”.

Seguire dunque il pensiero “che va per la maggiore” non è seguire Gesù.

È entrata nel linguaggio comune l’espressione: “politicamente corretto”; significa dire e pensare le cose che la maggioranza vuole sentirsi dire, significa allinearsi al pensiero comune, per non urtare nessuno ed essere accolti da tutti. Significa in fondo seguire l’opinione pubblica.

Nel caso del popolo di Gerusalemme, ciò che esso aveva espresso con sincera convinzione alla domenica fu cancellato rapidamente e l’amore si trasformò in odio. Questo non avvenne in tutte le persone: ci fu qualcuno che mantenne la convinzione, ma andò in minoranza e soffrì in silenzio la Passione del Signore, travolto dal senso dell’ingiustizia e del dolore.

La stessa situazione si presenta anche ai nostri tempi, dove l’opinione pubblica del popolo del venerdì domina a tutti i livelli attraverso la facilità di comunicazione dei mezzi moderni.

Ma non prevarrà.

Vale allora l’espressione di Ezra Pound: «Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente, o non vale niente lui».

 

 

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