La Storia, come purtroppo spesso ci si dimentica, è maestra di vita, ma è anche dispensatrice di giustizia nella memoria degli eventi. Storici e ricercatori compiono meritevole operato quando, con documenti alla mano, indagano e ispezionano, rintracciando indizi e prove della veridicità dei fatti passati, causa degli accadimenti presenti. Ogni effetto storico, come accade per tutti gli atti umani, ha proprie precise cause, determinate dal libero arbitrio e da esse discendono conseguenze talvolta nefaste, come fu la presa di Roma per mano dei liberali e dei massoni nel XIX secolo.

A chiusura di questo storico 2020, dove la guerra batteriologica del Covid 19 ha fatto emergere con maggior evidenza i problemi interni ed esterni alla Chiesa, proponiamo la lettura di un saggio molto particolare, sia per il suo interesse intrinseco, sia per gli autori che vi hanno collaborato: si tratta di un testo sorto sotto la regia del Professor Giovanni Turco, il quale ha abilmente posto la questione romana sotto il cono di luce che gli appartiene, quello filosofico. Tutti gli avvenimenti della storia avvengono perché determinati da coloro che hanno, nel bene o nel male, una propria concezione di vita e di mondo; condizionamenti, accidenti e sfumature intervengono, ma non sono determinanti nei risultati, ciò che conta è la sostanza delle idee, quelle che si affermano, istituzionalizzandosi. C’è chi propone le idee fino ad imporle con la forza (fisica o psicologica che sia) e c’è chi resiste ad esse: una continua lotta fra gli individui e fra le diverse società e civiltà, iniziata all’alba del genere umano e che si perpetuerà fino alla fine dei tempi. Questa chiave di lettura è fondamentale per leggere un libro che pone di fronte due Rome, tanto da ispirarne il titolo: Le “due Rome”. Questioni e avvenimenti a centocinquanta anni dalla “breccia di Porta Pia”, a cura di Giovanni Turco (Edizioni Terra e Identità). I ricchi contributi raccolti nel testo, oltre a Turco, appartengono a don Mauro Tranquillo, Massimo Viglione, Massino de Leonardis, Francesco Mario Agnoli, Monsignor Luigi Negri, Roberta Iotti, Elena Bianchini Braglia, Giorgio Enrico Cavallo, Fulvio Izzo, Paolo Carraro, Francesco Maria Di Giovine.

Due Rome si sono fronteggiate filosoficamente e cruentemente: la Roma del cuore pulsante della cattolicità, quale fortezza della Verità portata da Gesù Cristo, Salvatore del mondo, nonché testimonianza del potere non solo spirituale della Chiesa, ma anche temporale, e la Roma quale trofeo della vittoria laica, avendo usurpato al Sommo Pontefice i suoi legittimi domini, divenendo così città simbolo di una nuova era per l’Italia risorgimentale, ma anche dell’Europa e dell’intero Occidente. Da capitale della religione cattolica, dunque, a capitale della religione statale. Se Roma era stata tolta alla Chiesa ciò significava che il liberalismo dell’Ottocento, maturato in seno all’illuminismo, aveva raggiunto il suo epico traguardo istituzionale. Le fanfare potevano far udire le note di una tragedia per la Chiesa là iniziata, note segnate su una partitura costruita su congetture fortemente condannate dai Pontefici di quel tempo, compreso l’eroico e “martire” Pio IX (1792-1878). Così esprime Turco, nella sua introduzione, le basi filosofiche della vittoriosa entrata in Roma dei bersaglieri di Lamarmora il 20 settembre 1870:

«Quell’accaduto, infatti, può configurarsi come un “evento filosofico”, in quanto, in esso e con esso, una concezione del mondo (pur caratterizzata da numerose varianti) passa “dalla teoria alla prassi”, intendendo dare inizio ad un avvenire “tutt’altro” rispetto a quanto lo precede. Così mira a suggellare una “emancipazione” secolarizzatrice che riguarda l’umanità intera e non soltanto la Penisola. Nondimeno, questo evento è “filosofico” solo materialiter, ovvero perché si caratterizza come teoria afferente alla problematica filosofica (di cui, anzi, pretende di essere risolutiva), non perché si connoti formaliter come derivante dalla ricerca filosofica classicamente intesa (in quanto sapere contemplativo, intensivo, verticale ed architettonico). Tale evento è molto più di accadimento bellico. Proprio per essere tale, assume un carattere dirimente (sotto il profilo intellettuale, morale ed epocale). Correlativamente la difesa di Roma di Pio IX è ben altro che la narrazione di una impresa segnata da una “sorte avversa”, per rivestire i caratteri di un momento paradigmatico (per se stesso non misurabile con il criterio del risultato)» (p.5).

Non è certo a tutti evidente il fatto che quel 20 settembre si diede un colpo spaventoso alla Chiesa, non solo perché le venne sottratto il giusto diritto del potere temporale, ma proprio perché, in virtù di tale maltolto, diminuì il peso anche spirituale del Sommo Pontefice: la sua incidenza religiosa iniziò a scricchiolare proprio perdendo i suoi territori, perché, perso il potere politico, iniziarono a crollare poco alla volta anche le mura della sua influenza spirituale, soppiantata delle filosofie secolarizzatrici liberaliste-massoniche, alle quali si sommeranno poi quelle d’impostazione comunista e successivamente radicale.

La nuova Roma, non più del Papa, rappresenta al meglio l’immagine di una nuova autorappresentazione dello Stato moderno: potente, solido, insindacabile, “totalitario”, che detta leggi alla stessa Chiesa, non più libera.  Il concetto «libera Chiesa in libero Stato», descritto “guarda caso” dal filosofo, teologo e intellettuale calvinista Alexandre Vinet  (1797 – 1847), originario di Losanna, nella Mémoire en faveur de la liberté des cultes (Memoria a favore della libertà di culto), poi ripreso dal francese  Charles Forbes René, conte de Montalembert (Londra, 15 aprile 1810 – Parigi, 13 marzo 1870) e dallo statista Camillo conte di Cavour (1810-1861), risulta essere un inganno, una grande falsificazione politica, che si è trasformato in un vero e proprio diktat: «libero Stato» e basta, senza più nessun tipo di incidenza, da parte della Chiesa, su di esso, neppure di carattere morale. Lo Stato è divenuto il solo padrone assoluto nel controllo degli individui, facendo leva su un fallace metodo democratico, concepito su parametri moderni, ovvero rispettosi delle confusionali libertà dei “diritti” di ciascuno.

La conquista di Roma è stato un punto di arrivo per le forze risorgimentali, mosse da istanze di carattere prettamente massoniche, sostenute con forza anche dall’intellighenzia inglese e da quelle europee in genere, le stesse che scardinarono l’una dopo l’altra, con incisiva strategia e con evidenti metodi persecutori, le monarchie di stampo cattolico; ma quella conquista è stata anche un punto di partenza per insidiare, dentro le mura della cultura cattolica e finanche della sua stessa dottrina, i capisaldi della fermezza e stabilità cristica contro gli errori e le menzogne del mondo con i suoi portabandiera del momento per giungere fino al XXI secolo, quando la libertà religiosa è stata promossa dal Concilio Vaticano II, protagonista del dialogo con il mondo, che si è dimostrato essere un’accettazione incondizionata dei peccati del mondo, gli stessi che hanno minato la Chiesa di Roma, che ha così tradito, nel tempo storico contemporaneo, la sua identità e la missione del suo Fondatore.

La difesa di Roma o la sua conquista vanno ben al di là dall’essere un episodio, il cui anniversario è stato trascurato, logicamente, sia dai media che dalla stessa Chiesa bergogliana, stiamo parlando di una tappa fondamentale per comprendere la laica rivoluzione anticattolica che ha portato la laicità ad imperare fra le mura della Città del Vaticano.

 

Le “due Rome”. Questioni e avvenimenti a centocinquanta anni dalla “breccia di Porta Pia”, a cura di Giovanni Turco, Edizioni Terra e Identità, Modena 2020, pp. 303, € 15,00.

 

 

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