La chiesa di San Pietro a Tuscania è un gioiello dell’arte romanica, sorge solitaria sul colle San Pietro fuori dalle mura medievali della cittadina laziale, alla fine di una strada in salita nel luogo che fu un’antica città etrusca.

Mancano fonti certe per documentare la storia di questo luogo sacro mistico e straordinario, con probabilità è sorto sulle rovine di un tempio pagano nell’VIII secolo, ma la data 1093 incisa sul Ciborio rimanda con certezza la costruzione del nucleo principale della chiesa all’XI secolo, lo stile della facciata, invece, indica tempi di realizzazione diversi: le parti laterali risalgono al XII secolo, mentre la parte centrale, che sporge circa un metro in avanti, è dei primi anni del XIII secolo.

La sua architettura abbraccia i tre secoli fondamentali per la cultura medievale che qui trova la sua espressione più chiara e manifesta anche se, come sempre accadde, ci sono stati numerosi interventi e restauri fino al terremoto del 1971, che fece crollare l’intero rosone, (ricostruito dopo un lungo e scientifico lavoro di restauro).

Ma la modernità non è entrata.

L’atmosfera è solo densa di antichità e medioevo che coesistono intersecati e consonanti, all’esterno e all’interno della chiesa.

Tra sarcofagi etruschi, cosmateschi e bassorilievi anche solo la vista dall’esterno, dal prato antistante, circondati da tre torri di avvistamento a pochi metri, offre una straordinaria suggestione di unicità.

 

 

La facciata tripartita è bicolore: la parte più antica è un muro a conci di nefro, di un secolo più tardi, invece la parte centrale è in marmo bianco scolpito, dove va in scena un racconto immaginifico in bassorilievo. Cercare di decifrarlo non è cosa semplice, avendo perso la categoria di comprensione dell’uomo medievale, ma il solo osservalo ci introduce, con un incredibile carambola all’indietro, nella cifra del mistero di questa cultura.

Il magnifico rosone cosmatesco, formato da tre cerchi concentrici inscritto in un quadrato decorato con motivi geometrici e vegetali, ha ai quattro lati i simboli degli evangelisti, ma il messaggio catechetico è nei due bassorilievi che stanno intorno le bifore.

L’artista medievale aveva necessità di inventare una quinta formula, una parentesi per spezzare  la linea del piano e delimitare oltre il rosone i due racconti contrapposti, ecco il genio di inserire delle sculture dinamiche a tutto tondo: due dragoni alati inferociti che inseguono una preda, fissati nel momento eterno del balzo e della fuga.

Ai lati di questi animali in corsa i due strani racconti allegorici del Bene (a sinistra) e del Male (a destra).

 

 

Intorno la bifora di sinistra, all’interno di tondi incavati ci sono figure di santi e di angeli, intervallati da maschere grottesche e, in corrispondenza con la linea dell’Agnus Dei, posto in alto al centro; alla base c’è un’altra scultura in altorilievo inserita in una nicchia: un uomo con le mani alzate (possibile riutilizzo di una scultura etrusca o più probabilmente romana di un danzatore), ma in questo contesto è l’uomo pronto a sorreggere il peso della santità.

Intorno la bifora di destra la figura di una divinità pagana a tre teste, identificata come un demone dalla cui bocca escono figure fantastiche, arpie e sirene, intrecciate in ampie volute vegetali, che avviluppano e avvelenano la mente degli uomini.

 

 

La scala enorme del demone, molto più grande di quella degli uomini, doveva incutere timore e soggezione tale da indurre al riscatto e alla redenzione.

In questa pagina di pietra c’è il manifesto del cristianesimo medievale che si opponeva al paganesimo e proponeva la verità di Dio come lampante e abbagliante, così come si presentava il rosone, bellissimo nella sua maestosità a simboleggiare la gloria di Dio.

Non era importante la simmetria, non l’esatta corrispondenza degli elementi artistici, ma le differenze, le dissomiglianze, le contrapposizioni che offrivano una testimonianza eterna, vibrante e intensa per introdurre al mistero della fede e della vita.

 

 

 

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