L’episodio orribile del fantoccio impiccato a Bologna è già stato in tutte le sedi commentato politicamente per quello che vale, un imbarbarimento che deriva dall’ignoranza e dall’impotenza.

Attira però l’attenzione il fatto che una componente dei vigliacchi e sparuti perpetratori sia un certo Laboratorio Cibylla, che si presenta come un farneticante  femminismo che aspirerebbe al cyborg, ma che nell’episodio esprime invece il suo residuato, la sua materialità.

Si avverte che in gioco non è solo la questione della libertà di espressione, di protesta e anche di lotta, quanto l’emergere periodico nella società di una perversione nihilista, che ha trovato la sua rappresentazione storica compiuta nei movimenti nazisti. Che gruppi di donne abbiano fatto proprio questo retaggio, conferma la presenza nel femminismo di una devianza intellettuale e morale che –in forme meno esteriormente agghiaccianti- avvertiamo in molte sue manifestazioni e protagonismi.

La cultura di morte che concresce intorno all’aborto come diritto assoluto al positivo, assume l’immagine omicida come propria espressione, e qui non a caso contro una donna, proprio perché è contro la donna nella sua realtà che tale “femminismo” milita, prendendo a copertura l’obsoleta lotta contro il patriarcato.

Il femminismo che rifiuta l’identità femminile integrale, e con essa le necessità, i problemi, gli ideali autentici delle donne, ha bisogno, per colmare il vuoto che gli deriva dall’aver falsificato le sue stesse radici storiche, di comparti ideologici ambigui e approssimativi quali le teorie del gender. Con questo compie la sua finale e totale subordinazione al sistema, elaborando e offrendo ad esso un potente sostegno attraverso rappresentazioni, modelli, stereotipi. Annullandosi nella sigla LBGTecc., mantiene come propria unica specializzazione l’inimicizia verso il feto e verso l’uomo, e nella ricerca disperata di un nuovo travestimento pasticcia coi transumanesimi: anch’essi obiettivi di morte, in questo caso applicati alla specie.

Se per questa via nell’episodio bolognese si approda ad un rozzo e truce folklore, non è da trascurarsi il terreno – mediatico, istituzionale, politico – da cui spuntano queste erbe fetide[1]. Che venga continuamente rappresentato, alimentato, aizzato, un contrasto epocale uomo-donna che non ha più motivazione oggettiva nella realtà occidentale, ma che anzi in essa diffonde infelicità e disastri, ha come conseguenza la falsificazione delle questioni sociali ed educative, lo stravolgimento dei complessi formativi, l’indifferenza verso la situazione reale delle donne, qui e nel resto del mondo. Le ideologie su cui si fonda il femminismo istituzionalizzato e mediatizzato si situano tra il politicamente corretto e il cancel culture, mentre la sua estetica è quella neopornografica di influencer siliconate.  Lo sfascio delle famiglie e i drammatici problemi di generazioni che crescono affettivamente insicure e depravate, schiave di dispositivi elettronici, viene mascherato dall’ipocrisia delle “famiglie arcobaleno”, dall’analfabetismo social, dal consumismo usa e getta, dal mito alienante dei divertimenti di massa. Di fatto si normalizzano e banalizzano le vecchie e nuove schiavitù – alcool, droga, sesso precoce, obbligatorio, venale, abbrutimenti collettivi in movida e rave – accreditando modelli sul crinale tra la cronaca mondana e quella nera; serie televisive, rete, TV, rigurgitano di serial killer, orrori, turpiloquio, squallori umani e ignoranza.

Avere una donna capo del governo è motivo di orgoglio non in quanto lei donna, ma perché democraticamente eletta e senza marchingegni di quote-rosa e femminismo di professione, vittimistico o rabbioso che sia. Ci aspettiamo dal governo sensibilità ed azione sul versante economico, formativo, ambientale, della salute e della sicurezza, interessi di tutti, ma a cui le donne sono più esposte, più sensibili e danno un contributo originale, indispensabile e decisivo.

Le teorie del gender, acquisite superficialmente e strumentalmente da istituzioni da cui si pretenderebbe ponderazione e competenza, possono fare gravissimi guasti nell’educazione e nella crescita dei bambini, e già questo le segnala come apparati ideologici miranti ad aumentare dipendenza e manipolabilità[2] di massa, necessari ad un sistema globale totalitario. Se il concetto di genere è esploso in un’indefinita pluralità di determinazioni individuali, nello stesso tempo esso viene assunto a bandiera e pretesto per combattere la realtà del sesso, e i fattori identitari che ne derivano nella grande prevalenza degli individui, e quindi come interesse sociale primario. La maternità è specificità femminile, e gli sforzi di strapparla dall’identità integrale della donna, facendone una condanna e un ingombro(aborto), ovvero un privilegio (egoismo e possesso del figlio), o infine una merce (utero in affitto), viene a comporre un’ideologia residuale, non a caso più aggressiva e feroce. Il vuoto che si crea nella donna, ove si relativizzi il suo essere nel supermercato dei generi, la predispone ad una caratteristica fragilità e arrendevolezza alle mode; il caso di Bologna, purtroppo, è proprio questo: nel vagheggiamento della morte, la donna tradisce se stessa e la sua antica empatia, e sadicamente nella morte si rispecchia.

 

 

 

[1] È grottesco del resto che tali gruppi si definiscano “antipotere”, dal momento che i loro stessi riferimenti pseudoculturali (sibille, streghe) fanno da tempo parte dei più scontati stereotipi in auge nello streaming ecc.

[2] Non hanno torto le femministe antigender a ipotizzare in ciò un tentativo di recupero del patriarcato sotto nuove forme.

 

 

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