Chi fu l’inventore del telefono? Ecco una domanda banale. Apparentemente.

Il pensiero corre subito ad Antonio Meucci, a Graham Bell, a veementi polemiche tra i due inventori, sostenute, anche, da avversi sentimenti campanilistici e poi lentamente seppellite dallo scorrere del tempo. I fatti sono noti: Meucci, emigrato in America nel 1833, lavorò ad un rozzo prototipo di apparecchio telefonico, brevettandolo nel 1871. I limitati mezzi economici gli impedirono di sfruttare immediatamente il brevetto. Non appena questo decadde, due statunitensi, Elisha Gray e Graham Bell, depositarono, nello stesso giorno (14 febbraio 1876), una nuova domanda di brevetto di un dispositivo dalle caratteristiche similari. Ebbe la meglio il secondo, presentatosi al Patent Office non molti minuti prima dell’altro. Per Meucci, che morì in povertà nel 1889, restò solo la soddisfazione morale di vedersi riconosciuta dalla Corte Suprema americana, seppur tardivamente, la paternità del telefono. Bell, pur continuando a rivendicare poco convincenti diritti di anteriorità, si consolò facendo soldi a palate.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, pare che la storia del telefono non inizi al di là dell’Oceano, ma ai piedi delle Alpi. Solo in qualche studio specifico e minuzioso si trova notizia del semisconosciuto scienziato che lo ideò. Tacciono, invece, i “depositi globali” della cultura, con la sola eccezione dell’enciclopedia Treccani che, alla voce “Telefono”, riferisce fuggevolmente: «Prima del Meucci un altro italiano, Innocenzo Manzetti, inventava un telefono elettrico di cui si trova memoria in giornali italiani del 1865-66». Manzetti nacque ad Aosta il 17 marzo 1826, da una famiglia che si era da breve tempo stabilita in città, giungendovi da Invorio Inferiore, nel Novarese. Dopo aver fatto i primi studi presso le scuole aostane dei fratelli cristiani e dei gesuiti scese a Torino per diplomarsi geometra. Ideatore instancabile, realizzò –senza preoccuparsi di brevettarle- invenzioni in campo idraulico, meccanico, acustico, astronomico, elettrico, spesso per rispondere a necessità dei suoi concittadini. Progettò e costruì, ad esempio, un complesso sistema di pompe (che consentì, con la sua azione di svuotamento dei pozzi pieni d’acqua, lo sfruttamento della miniera d’Ollomont) e numerosi strumenti per lo studio della geodesia, nonché bussole, termometri, barometri, igrometri, telescopi, orologi a pendolo con carica di oltre un anno. Per divertire sua figlia fabbricò un pappagallo di legno capace di volare. Ideò inoltre un’automobile a vapore, un velocipede a tre posti, definito dai contemporanei come «un ciment hydraulique à base de manganèse d’une puissance extraordinaire» e lavorò, nell’ultimo anno della sua vita, ad un motore alimentato a gas. Per proprio diletto costruì una macchina per realizzare microscopici bassorilievi, con cui incise su un pezzo d’avorio di un centimetro quadrato una scena con una ventina di personaggi e, su un chicco di riso, l’effigie di Pio IX.

Una delle sue creazioni (quasi si potrebbe dire “creature”, come scrisse André Zanotti in un cenno biografico di Manzetti) più suggestive, anteriore al 1849, fu un automa di dimensione umana, in grado effettuare movimenti estremamente complessi e di suonare il flauto con un eccezionale livello di qualità. Furono i tentativi di dare a questo robot una voce a indirizzare l’inventore verso la scoperta del telefono. Forse facendo tesoro di studi teorici di colleghi francesi e tedeschi, ai quali pure dovrebbe spettare un ruolo nell’invenzione, fece esperimenti per trasmettere la voce sfruttando il fenomeno dell’induzione elettromagnetica. Nel 1865 qualche giornale (ad esempio Il Diritto) ne riferì i risultati in questi termini «Manzetti trasmette direttamente la parola per mezzo del filo telegrafico ordinario con un apparecchio più semplice di quello con cui ora si scrive ed ormai potranno due negozianti trattare istantaneamente dei loro affari da Londra a Calcutta […]». Il telefono dell’inventore aostano-novarese era anche in grado di trasmettere la musica in modo eccellente. Vi fu tra Meucci e Manzetti qualche garbata polemica, cui i due posero fine ammettendo di comune accordo che la medesima idea poteva «simultaneamente germogliare in più persone». Manzetti morì nel 1877. Il suo nome è quasi solo ricordato ad Aosta e a Invorio, dove gli sono dedicati una piazza, un busto ed una lapide murata nel palazzo del municipio, in cui si legge: «Meccanico insigne, primo divinò il telefono onde altri ebbero fama».

 

 

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