L’evento mondano “clou” del mese di maggio 2018 – vale a dire il matrimonio ultramediatico del principe Harry, sesto nella linea di successione al trono del Regno Unito  con la bella americana Meghan Markle – mi suscita alcune riflessioni alquanto al di fuori del pensiero unico corrente, che vorrei condividere con gli amici.

Non c’è dubbio che il fasto della monarchia, specie britannica, eserciti ancora un fascino irresistibile su larghissime fasce della popolazione mondiale. Anche i paesi più radicalmente antimonarchici – come la Francia, sempre orgogliosa della sua “République”  – non hanno certo rinunciato a collegarsi televisivamente con la Cappella di S. Giorgio del castello di Windsor per riempirsi gli occhi non solo di nobiltà, ma anche di “vip” dello spettacolo, come George Clooney, Elton John, Oprah Winfrey e per commentare gli abiti fastosi, i cappelli femminili stravaganti, il lusso e la mondanità.

Ma cosa c’era di cristiano in quello scenario così suggestivo che, dopotutto, si svolgeva una chiesa? Secondo me, ben poco perché mi è sembrato ridotto al livello di una puntata di “soap opera”. Ma forse non per colpa dei protagonisti dello “show”: in fondo essi non hanno fatto altro che mettere in pratica ciò che era stato loro insegnato dalla Chiesa Anglicana per lo sposo e da quella Episcopale americana che, in sostanza è un’emanazione della prima, per la sposa. La presenza del celebrante, l’Arcivescovo di Canterbury, di vari Vescovi – e soprattutto quella del Capo della Confessione Anglicana e cioè la stessa Regina Elisabetta – non assicurava certo la presenza di Cristo in quella suggestiva cerimonia perché, come tutti sappiamo, il matrimonio protestante non è un Sacramento, non conferisce agli sposi suoi Ministri la Grazia Santificante e, di conseguenza, non è neppure indissolubile, anche se l’istituto del divorzio – che ormai è entrato a vele spiegate nella società moderna – ha raggiunto anche i membri della stessa famiglia del Capo di quella Chiesa, i cui Pastori si limitano a “sconsigliarlo” perché, come dice la loro stessa liturgia, forse con un lontano senso di nostalgia e di rimpianto per quando erano cattolici, “l’uomo non  separi ciò che Dio ha unito”.

In questo contesto noi comuni mortali abbiamo ammirato la sposa che – dovendo rinunciare, per motivi di famiglia, ad essere accompagnata dal padre davanti all’altare – ha percorso da sola metà della lunga navata prima di vedersi offrire il braccio dal Principe di Galles in persona che stava per diventare suo suocero, trasformando questa sua rivoluzionaria iniziativa in un gesto di affermazione femminista. Non giudico questa scelta, come non giudico l’esibizione di Elton John e del coro afroamericano, voluto dalla sposa, che ha intonato il “soul” “Stand by me”, ma essa mi suscita la riflessione, sicuramente politicamente scorretta, di cui parlavo poc’anzi. Questa sposa americana – di convinzioni femministe, di professione attrice, reduce da un precedente matrimonio conclusosi col divorzio e per questi motivi già diventata un’icona della modernizzazione della corte britannica dalle millenarie abitudini – pur entrando da sola nella grande navata, come affermazione della sua indipendenza da qualunque condizionamento antiquato e tradizionalista, non ha rinunciato a indossare, nel momento del suo massimo trionfo, il tradizionalissimo e  sontuoso abito bianco dal lunghissimo velo. Non stona tutto ciò con la sua personalità e i con suoi precedenti biografici che sono stati ampiamente divulgati a tutti i livelli?

Il candido abito da sposa è stato introdotto in Occidente, come simbolo della purezza verginale della sposa, dalla civiltà cristiana – che, come tutti sappiamo, ha sempre predicato la castità pre ed extra matrimoniale – e solo nell’ultimo secolo, per effetto della globalizzazione, è stato adottato anche dalle spose orientali, i cui tradizionali e bellissimi abiti da cerimonia nuziale sono invece sontuosamente variopinti.

Tutti sappiamo che oggi la verginità e la castità sono valori abbondantemente svalutati, il sesso non è più il coronamento di un percorso di conoscenza reciproca tra l’uomo e la donna che dovrebbe culminare nel Matrimonio, ma è diventato uno strumento di conoscenza preliminare; le convivenze prematrimoniali sono diventate costume corrente; i giovani conoscono la loro “prima volta” in età adolescenziale perché prima “si fa sesso”, poi (forse) si capirà se ci si ama davvero o no. Non entro nel merito di questo dato di fatto perché non è di questo che voglio discutere, tuttavia non posso non meravigliarmi del fatto che tutto ciò avvenga nel silenzio rassegnato sia della Chiesa Cattolica che delle chiese riformate.

Ma pure in questo contesto le spose, anche divorziate o già conviventi non rinunciano a sfoggiare quel simbolo che, a mio giudizio, stride con la realtà e contraddice le pseudo conquiste femministe che rivendicano la totale parità della donna con l’uomo. Perché tante donne, anche quelle di mentalità più progressista, si mostrano ancora così attaccate a un simbolo non più rispondente alla mentalità moderna – anzi, direi, umiliante dal punto di vista femminista – che dovrebbe ricordare loro un passato oscurantista nel quale esse erano dipendenti dall’uomo sessualmente, socialmente ed economicamente? Mah! Misteri della psiche!

Però io avrei una risposta sulla quale mi piacerebbe conoscere il parere degli amici. Le donne possono essere progressiste, femministe, anticonformiste quanto vogliono, possono diventare Capi di Stato, vincere premi Nobel e diventare Amministratori Delegati di importanti multinazionali, ma rivelano sempre che in fondo il loro scopo segreto di femmine è quello di affascinare e sedurre l’uomo. Il candido abito da sposa è suggestivo, seducente, affascinante, romantico, poetico e quale donna, anche la più razionalmente evoluta, rinuncerebbe ad affascinare il suo uomo nel momento più importante della sua vita? Allora, up with Her Royal Highness Princess Meghan!

 

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