Si sente spesso affermare che la Santa Vergine, nelle sue manifestazioni soprannaturali, avrebbe prediletto le regioni montane ed i pastori. Non è certo il caso, a tal proposito, di mettersi a fare statistiche sulla grazia elargita agli uomini attraverso la Madonna, ma è comunque certo, anche solo soffermandosi ad osservare le grandi apparizioni moderne, che in questa misericordiosa “economia” celeste le montagne ed i pastori assumono un ruolo tutto particolare.

In realtà ognuno può constatare facilmente come le alte vette portino quasi naturalmente a meditare sulla grandezza di Dio e come, di converso, ci facciano sentire piccoli piccoli di fronte alla maestà del Creatore. Nostro Signore stesso si è inoltre definito «il buon Pastore» e furono altresì proprio loro, i guardiani degli armenti, i primi personaggi a correre alla grotta di Betlemme. Essi rappresentano dunque i piccoli, gli umili, i semplici che, come dice il Vangelo, colgono naturalmente la rivelazione Divina prima e meglio dei grandi e dei sapienti.

La storia che ci accingiamo a narrare si inserisce pienamente in questo contesto. Ne è teatro un piccolissimo paese canavesano che sorge a soli 39 km dal Priorato di Montalenghe in provincia di Torino e diocesi di Ivrea.

Ribordone, questo è il suo nome, conta oggi soltanto 77 abitanti residenti. Il nucleo centrale del comune, con le sue molte frazioni quasi completamente abbandonate, sorge solitario in un vallone laterale della valle del torrente Orco. Se pensiamo che nel 1848 Ribordone contava 1616 anime ed ancora circa mille intorno agli anni ’20 del XX secolo, ci si può facilmente rendere conto della desolazione odierna all’indomani dell’intensa emigrazione all’estero e verso le grandi città piemontesi.

 

L’apparizione

Anche qui, come abbiamo già avuto modo di notare a Valmala, gli avvenimenti straordinari che sono all’origine del Santuario, presentano dei collegamenti con altri luoghi sede di particolare devozione mariana. A «Prascondù» infatti, come vedremo, si instaura un rapporto privilegiato con la S. Casa di Loreto e sarà proprio nelle vicinanze di tale importante Santuario che si verificherà uno dei due miracoli che stiamo per narrare.

Dobbiamo comunque necessariamente premettere che i poveri montanari di Ribordone erano soliti occuparsi della pastorizia nei mesi estivi mentre, grosso modo da novembre a Pasqua, si erano specializzati nell’esercizio del mestiere di calderaio o, in dialetto piemontese, «magnin». questa attività veniva svolta in modo girovago da piccoli gruppi di ribordonesi e consisteva nella riparazione ambulante di pentole, casseruole o paioli.

Prima di addormentarsi il padre, rammentando anche le promesse in tal senso fatte alla mamma lontana, invita il ragazzo a recitare le orazioni della sera. Il giovane però si rifiuta ed impuntandosi sul diniego, come spesso fanno gli adolescenti, suscita una reazione rabbiosa del genitore che ben presto inizia a percuoterlo violentemente. Gente semplice ed umile erano questi montanari ma spesso anche rudi e facili all’eccesso.

Sta di fatto che Giovannino perde conoscenza e rimane fra la vita e la morte per oltre dodici ore. Quando si riprende, il giorno successivo, non riesce comunque più a parlare.

Il padre ovviamente si pente del suo comportamento e cerca di consultare numerosi medici. Nessuno però riesce a risolvere la situazione e, alla fine, il Berrardi si risolve di ricondurre il figliuolo a casa. Durante il triste viaggio di ritorno tuttavia il padre che, nonostante tutto era un buon uomo, promette in cuor suo e comunica l’intenzione al giovane, di fare l’anno successivo un pellegrinaggio alla S. Casa di Loreto per chiedere la guarigione ed il perdono per quanto commesso.

 

 

Tornato a Ribordone Giovannino trascorse il resto dell’inverno con la mamma che certamente fu assai addolorata di vederlo in quelle miserevoli condizioni. L’uomo invece fu costretto a ripartire per guadagnare qualche sostentamento alla famiglia.

Ritorna quindi la buona stagione e i calderai riconvergono sulle loro montagne. Il pellegrinaggio a Loreto viene però rimandato probabilmente a causa delle difficoltà economiche di quella povera gente.

Arriviamo così al 27 agosto 1619. Giovannino, intorno a mezzogiorno, sta pascolando gli armenti in località chiamata «Prascondù», espressione che in piemontese significa “prato nascosto”.

D’un tratto gli appare una bella signora di mezza età. Il ragazzo, che stava quasi per appisolarsi, si scuote dal torpore e si alza in piedi.

La figura, di buona statura e con un velo grigio sui capelli, gli si rivolge con semplici espressioni e, quasi sicuramente, utilizzando il dialetto franco-provenzale parlato in quelle vallate. Ella dice di essere la B. Vergine e gli ricorda che aveva fatto voto, con suo padre, di andare in pellegrinaggio alla S. Casa di Loreto. Prima di scomparire aggiunge inoltre che sarebbe suo desiderio quello di essere onorata in quel luogo attraverso l’erezione di una cappella.

Giovannino rimane ovviamente impressionato. Dopo un attimo di sbalordimento subito corre a casa lasciando il gregge incustodito.

Vedendolo così trafelato anche altre donne della borgata lo raggiungono presso l’abitazione e tutte, assieme alla madre, lo sentono raccontare fluentemente l’accaduto. Parla senza prendere fiato per circa due ore e poi ritorna inspiegabilmente muto come prima.

 

 

Il Pellegrinaggio e la guarigione 

A seguito di questa esplicita richiesta celeste, nonostante le difficoltà economiche, i preparativi del pellegrinaggio si intensificano. Terminata la stagione agricola, padre e figlio si mettono tosto in cammino, accompagnati dall’amico Martino Francesetti, intorno alla fine di novembre di quell’anno 1619. Il cammino è lungo e compiuto interamente a piedi. Il piccolo gruppo giunge a Loreto il 26 dicembre e qui assiste devotamente alle funzioni religiose.

La sospirata guarigione però non giunge subito. Anche da fatti come questi si può evincere come, ad onta di quanto sostengono i soliti scettici “scientisti” che ascrivono sempre il recupero della favella a fatti dovuti alla suggestione, come la Grazia di Dio operi nei modi e nei tempi che noi non possiamo, nè dobbiamo prevedere.

Se infatti Giovannino non fosse guarito per nulla ma, assieme al genitore, avesse acquisito meriti per avvicinarsi di più al Paradiso, cosa sarebbe cambiato nell’economia della salvezza? Sarebbe forse stata meno utile l’apparizione di Maria Santissima?

I tre pellegrini dunque si rimettono in cammino sulla via del ritorno. Forse un pizzico di umana tristezza sarà balenato nei loro occhi ma non si poteva perdere tempo: incombeva del resto la necessità di tornare quanto prima al loro povero lavoro di calderai.

Percorsi però pochi chilometri, nei pressi di un crocicchio dove sorgeva una grande Croce, il giovane sente il desiderio di raccogliersi in preghiera e, poco dopo, ritorna dai compagni di viaggio completamente guarito. La capacità di parlare, da questo momento, non abbandonerà più il semplice e devoto montanaro.

 

Il Santuario

Sappiamo bene, come ci insegna il Vangelo, che la Fede è in grado di spostare le montagne e certo, per edificare il loro santuario, i ribordonesi ce ne hanno dato un esempio commovente. Già infatti nella primavera del 1620, dopo il ritorno di Giovannino risanato, iniziarono la costruzione della cappella richiesta dalla S. Vergine ed un anno dopo pare che fosse già terminata.

Non attesero neppure la conclusione del processo canonico, avviato comunque dal Vescovo di Ivrea, che si concluse in ogni caso positivamente qualche anno dopo.

In quei luoghi impervi i materiali da costruzione dovevano essere necessariamente trasportati a dorso di mulo e con grande fatica. I devoti paesani non si persero però d’animo e fecero a gara per giungere al più presto a soddisfare le celesti richieste di Maria.

 

 

Questa prima cappella tuttavia, sorta sul luogo esatto dell’apparizione, ebbe una vita relativamente breve. Essa fu infatti completamente distrutta da una valanga durante l’inverno di un anno che può essere ragionevolmente collocato fra il 1654 e il 1659 quando, da un documento ufficiale della Curia, apprendiamo che il piccolo tempio appariva raso al suolo.

Si decise allora, con la saggezza tipica dei montanari, di riedificarlo qualche decina di metri più avanti, in un luogo più riparato e di proporzioni assai maggiori. Nasce così, sul finire del XVII secolo, quello che, dopo ulteriori ampliamenti successivi, sarebbe diventato il Santuario che ancor oggi possiamo ammirare. Sul luogo primitivo venne eretta una piccola edicola, ancora esistente, indicante il punto preciso dell’apparizione.

La strada carrozzabile, che consente di giungere alla chiesa in automobile, venne innaugurata soltanto il 20 aprile del 1968. Fino a tale data, i pellegrini erano costretti ad arrivare a piedi e, in occasione della festa annuale, il 27 agosto, solevano affollare il piazzale antistante già dai Vespri della sera precedente e trascorrevano la nottata in ricoveri di fortuna, per poter assistere alle numerose S. Messe ed alla Solenne Processione con il simulacro della Madonna.

Sembrano tempi molto lontani. Oggi non vive al Santuario neppure un rettore residente. Le celebrazioni hanno perso indubbiamente molto della loro sacralità ma l’afflusso di fedeli è rimasto comunque cospicuo. A testimonianza di questo amore dei valligiani nei confronti della “loro” mamma celeste, da qualche anno la Comunità Montana delle Valli Orco e Soana ha allestito, in locali vicini al Santuario, un piccolo museo dedicato alla religiosità popolare del territorio. Vale la pena davvero di visitarlo a conclusione di un pellegrinaggio che ci permettiamo di consigliare a tutti.

 

 

 

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