Alessandro Vellutello (Lucca, 1473 – ?, …), Allegoria del carro

 

Tant’eran li occhi miei fissi e attenti

a disbramarsi la decenne sete,

che li altri sensi m’eran tutti spenti.

 

Ed essi quinci e quindi avien parete

di non caler – così lo santo riso

a sé traéli con l’antica rete! –;

 

quando per forza mi fu vòlto il viso

ver’ la sinistra mia da quelle dee,

perch’io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;

 

e la disposizion ch’a veder èe

ne li occhi pur testé dal sol percossi,

sanza la vista alquanto esser mi fée.

 

Ma poi ch’al poco il viso riformossi

(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto

sensibile onde a forza mi rimossi),

 

vidi ’n sul braccio destro esser rivolto

lo glorioso essercito, e tornarsi

col sole e con le sette fiamme al volto.

 

Come sotto li scudi per salvarsi

volgesi schiera, e sé gira col segno[1],

prima che possa tutta in sé mutarsi;

 

quella milizia del celeste regno

che procedeva[2], tutta trapassonne

pria che piegasse il carro il primo legno.

 

Indi a le rote si tornar le donne,

e ’l grifon mosse il benedetto carco

sì, che però nulla penna crollonne.

 

La bella donna che mi trasse al varco

e Stazio e io seguitavam la rota

che fé l’orbita sua con minore arco.

 

Sì passeggiando l’alta selva vòta,

colpa di quella ch’al serpente crese[3],

temprava i passi un’angelica nota.

 

Forse in tre voli tanto spazio prese

disfrenata saetta, quanto eramo[4]

rimossi, quando Beatrice scese.

 

Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;

poi cerchiaro una pianta dispogliata

di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

 

La coma sua, che tanto si dilata

più quanto più è sù, fora da l’Indi

ne’ boschi lor per altezza ammirata.

 

«Beato se’, grifon, che non discindi

col becco d’esto legno[5] dolce al gusto,

poscia che mal si torce[6] il ventre quindi».

 

Così dintorno a l’albero robusto

gridaron li altri; e l’animal binato[7]:

«Sì si conserva il seme d’ogne giusto[8]».

 

E vòlto al temo ch’elli avea tirato,

trasselo al piè de la vedova frasca,

e quel di lei a lei lasciò legato.

 

Come le nostre piante, quando casca

giù la gran luce mischiata con quella

che raggia dietro a la celeste lasca[9],

 

turgide fansi, e poi si rinovella

di suo color ciascuna, pria che ’l sole

giunga li suoi corsier sotto altra stella;

 

men che di rose e più che di viole

colore aprendo, s’innovò la pianta,

che prima avea le ramora[10] sì sole.

 

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta

l’inno che quella gente allor cantaro,

né la nota soffersi tutta quanta.

 

S’io potessi ritrar come assonnaro

li occhi spietati udendo di Siringa,

li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

 

come pintor che con essempro pinga,

disegnerei com’io m’addormentai;

ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

 

Però trascorro a quando mi svegliai,

e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo

del sonno e un chiamar: «Surgi: che fai?».

 

Quali a veder de’ fioretti del melo

che del suo pome li angeli fa ghiotti

e perpetue nozze fa nel cielo,

 

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti

e vinti, ritornaro a la parola

da la qual furon maggior sonni rotti,

 

e videro scemata loro scuola

così di Moisè come d’Elia,

e al maestro suo cangiata stola;

 

tal torna’ io, e vidi quella pia

sovra me starsi che conducitrice

fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.

 

E tutto in dubbio dissi: «Ov’è Beatrice?».

Ond’ella: «Vedi lei sotto la fronda

nova sedere in su la sua radice.

 

Vedi la compagnia che la circonda:

li altri dopo ’l grifon sen vanno suso

con più dolce canzone e più profonda».

 

E se più fu lo suo parlar diffuso,

non so, però che già ne li occhi m’era

quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

 

Sola sedeasi in su la terra vera[11],

come guardia lasciata lì del plaustro[12]

che legar vidi a la biforme fera.

 

In cerchio le facean di sé claustro

le sette ninfe, con quei lumi in mano

che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

 

«Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco sanza fine cive

di quella Roma onde Cristo è romano.

 

Però, in pro del mondo che mal vive,

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

ritornato di là, fa che tu scrive[13]».

 

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi

d’i suoi comandamenti era divoto,

la mente e li occhi ov’ella volle diedi.

 

Non scese mai con sì veloce moto

foco di spessa nube, quando piove

da quel confine che più va remoto,

 

com’io vidi calar l’uccel di Giove

per l’alber giù, rompendo de la scorza,

non che d’i fiori e de le foglie nove;

 

e ferì ’l carro di tutta sua forza;

ond’el piegò come nave in fortuna[14],

vinta da l’onda, or da poggia, or da orza[15].

 

Poscia vidi avventarsi ne la cuna

del triunfal veiculo una volpe

che d’ogne pasto buon parea digiuna;

 

ma, riprendendo lei di laide colpe,

la donna mia la volse in tanta futa[16]

quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

 

Poscia per indi ond’era pria venuta,

l’aguglia vidi scender giù ne l’arca

del carro e lasciar lei di sé pennuta;

 

e qual esce di cuor che si rammarca,

tal voce uscì del cielo e cotal disse:

«O navicella mia, com’mal se’ carca!».

 

Poi parve a me che la terra s’aprisse

Tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago

che per lo carro sù la coda fisse;

 

e come vespa che ritragge l’ago,

a sé traendo la coda maligna,

trasse del fondo, e gissen vago vago.

 

Quel che rimase, come da gramigna

vivace terra, da la piuma, offerta

forse con intenzion sana e benigna,

 

si ricoperse, e funne ricoperta

e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto

che più tiene un sospir la bocca aperta.

 

Trasformato così ’l dificio[17] santo

mise fuor teste per le parti sue,

tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

 

Le prime eran cornute come bue,

ma le quattro un sol corno avean per fronte:

simile mostro visto ancor non fue.

 

Sicura, quasi rocca in alto monte,

seder sovresso una puttana sciolta

m’apparve con le ciglia intorno pronte;

 

e come perché non li fosse tolta,

vidi di costa a lei dritto un gigante;

e baciavansi insieme alcuna volta.

 

Ma perché l’occhio cupido e vagante

a me rivolse, quel feroce drudo

la flagellò dal capo infin le piante;

 

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,

disciolse il mostro, e trassel per la selva,

tanto che sol di lei mi fece scudo

 

a la puttana e a la nova belva.

 

 

[1] Col valore del latino signum, cioè «stendardo, bandiera».

[2] Con lo stesso valore di «precedeva», cioè «andava davanti».

[3] Forma arcaica per «credette», passato remoto del verbo «credere».

[4] Latinismo (eramus), o provenzalismo (eràm), per il più comune «eravamo».

[5] Termine di uso biblico (lat. lignum), col significato di «albero» e poi, per metonimia, di «frutto».

[6] Calco del latino male torqueri, col valore di «torcersi, agitarsi per il dolore».

[7] Duplice interpretazione da parte dei commentatori. Si sta parlando del grifone, che simbolicamente rappresenta Cristo, e pertanto «binato» potrebbe valere «duplice», in quanto unione di aquila e leone (simbolicamente le due nature di Cristo), oppure «nato due volte», ab aeterno e con l’incarnazione.

[8] L’aggettivo «giusto» può avere qui valore di neutro, concreto per l’astratto «giustizia», oppure di aggettivo sostantivato, col valore di «persona giusta».

[9] La lasca è un pesce d’acqua dolce di colore grigiastro, cosa che spiega il suo etimo dal longobardo *aska («cenere»). In toscano tale termine aveva però anche il valore generico di «pesce» e pertanto qui indica la costellazione dei Pesci.

[10] Forma di neutro plurale («rami») costruito a somiglianza di forme latine come tempora, nemora, genera ecc.

[11] Il significato di «vera» è qui controverso. Secondo alcuni equivale a «nuda», secondo altri a «verace», col riferimento al fatto che il paradiso terrestre è il luogo della verità e dell’innocenza, secondo altri infine sarebbe una errata lettura per «mera» (e quindi in rima equivoca col precedente «m’era»), col valore di «pura».

[12] Latinismo dotto, da plaustrum («carro»).

[13] Riferimento alla formula latina Quod vides, scribe in libro, di uso comune nell’Apocalissi di San Giovanni. Così come il «fa che tu scrive» ricalca il latino fac ut scribas, forma attenuata di imperativo.

[14] Col valore di «tempesta», così come il più moderno «fortunale», ancora di uso comune nel linguaggio meteorologico e marinaresco.

[15] Due termini tecnici del linguaggio marinaresco per indicare il lato sottovento («poggia») e quello sopravento («orza»); tuttavia, è probabile che essi siano qui impiegati col semplice valore di «di qua e di là».

[16] Dal latino volgare fugita, presente ancora in alcuni dialetti meridionali (fuìta, fuitina) e nel genovese füta («fretta») e fito («presto»).

[17] Aferesi per «edificio», col valore però di «arnese, strumento, macchina» per intendere il carro.

 

 

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